Cervello

I movimenti oculari possono stimolare il recupero dei ricordi

RicordiStudio italiano scopre la connessione tra occhi e memoria

Occhi e memoria sono connessi: il movimento oculare accompagna il processo di formazione e di recupero dei ricordi. Ad affermarlo, in uno studio pubblicato sulla rivista Cognition, è un team di ricercatori dell'Università di Milano-Bicocca e dell'Università di Zurigo (Svizzera), coordinato da Luisa Girelli e Luca Rinaldi. Secondo gli autori, il cervello umano ricorda con più facilità se immagazzina le informazioni organizzandole da sinistra a destra. Allo stesso modo, quando bisogna richiamarle alla mente, gli occhi si muovono nella stessa direzione.

Durante la ricerca, gli esperti hanno chiesto a 10 partecipanti di memorizzare una sequenza di numeri e, successivamente, di ripeterli nello stesso ordine.

Nel corso dell'esperimento, i volontari indossavano uno speciale tipo di occhiali, dotati del sistema a infrarossi EyeSeeCam, che registra i movimenti spontanei eseguiti dagli occhi durante il processo di archiviazione e di recupero delle informazioni. Questo ha permesso agli scienziati di scoprire che i soggetti ricorrevano a una determinata strategia visiva per cercare i dati nella memoria.

Il Cervello Immortale: Sergio Canavero narra le nuove terapie

Il Cervello Immortale - LibroL'incredibile diventa possibile: un neurochirurgo racconta le nuove terapie che trasformano la nostra vita

Sergio Canavero ci conduce in un viaggio affascinante nei misteri del nostro cervello

NUOVE FRONTIERE DELLA MEDICINA:

IL TRAPIANTO DI TESTA, UN PROGETTO ITALIANO

CHE INTERESSA LA SCIENZA INTERNAZIONALE E DA' SPERANZA A MOLTI MALATI.

Racchiuso tra una prefazione e una postfazione di due chirurghi di fama, lo straordinario racconto di Sergio Canavero avvince il lettore e gli permette di abbracciare tutta la grandezza di un tema rivoluzionario, nato dalla sua testarda caccia di una risposta terapeutica anche quando nessun altro rimedio pare possibile (pazienti paraplegici o con devastanti danni neuromuscolari).

A partire dai concetti di “neuroplasticità”, passando dai casi di risveglio dallo stato vegetativo con la stimolazione elettrica alle considerazioni sui misteri del midollo spinale e sulla sua possibile rigenerazione, Canavero ci porta a scoprire la fattibilità di una terapia estrema:l’operazione di “scambio di corpi”, o meglio il trapianto di testa, con rigorosi dati scientifici a supporto.

Il concetto di morte cerebrale secondo l’università di Harvard

Morte cerebraleIl concetto di morte cerebrale è stato creato
all’università di Harvard per giustificare
la pratica dei trapianti e diminuire i costi economici dei pazienti in coma,
alias: liberare letti d’ospedale...

Quanto sopra riportato può essere tranquillamente letto dal rapporto dei medici di Harvard cliccando qui.

MORTE CEREBRALE E TRAPIANTO DI ORGANI:
UN’AUTOREVOLE VOCE CRITICA

Una conversazione con il prof. Rocco Maruotti, chirurgo di fama internazionale

– La legge italiana n.578, del 29 dicembre 1993, nel suo articolo 1, dichiara che:

“La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo.” Il parlare di “cessazione irreversibile di tutte le funzioni” di un organo tuttora esplorato e conosciuto in minima parte non significa forse parlare di qualcosa che ha a che fare – per dirla con Karl Popper – più col piano della metafisica che con quello della verificabilità (e falsificabilità) sperimentale? Non dovrebbe lo stesso criterio della cosiddetta “morte cerebrale” apparire palesemente improponibile in sede scientifica ?

La demenza è ormai diventata una epidemia

La demenza colpisce sempre di più i quarantenniPubblichiamo un importante articolo tratto da una testata mainstream. Fatta la tara di qualche luogo comune (l’età media che si allunga, l’attività fisica come panacea…) ed assurdità (che cosa c’entra il clima con l’inquinamento?), la ricerca compiuta nel Regno Unito conferma quanto asseriamo da almeno un quinquennio.

Si sta diffondendo un’epidemia silenziosa che sta colpendo molti più pazienti oggi di quanto avveniva vent’anni fa. È la demenza, che forse smetteremo di chiamare “senile”: si riscontra un preoccupante aumento dei casi precoci, soprattutto tra i quarantenni. Se, infatti, negli anni 90' del XX secolo la diagnosi si situava intorno ai sessant’anni, oggi la diagnosi di un principio di demenza avviene molto prima.

Una ricerca condotta presso la Bournemouth University ha lanciato l’allarme sul rischio, sempre più concreto, di ammalarsi in età adulta, in una fascia anagrafica pur sempre lontana dalla senilità, tenendo conto, tra l’altro, dell’allungamento della speranza di vita (che è una fola, n.d.r.). I principali responsabili di questa insorgenza precoce sono fattori ambientali, tra cui l’inquinamento atmosferico prodotto dagli scarichi degli aerei e delle auto.

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