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L’RFid negli aeroporti italiani


By Edoardo Capuano - Posted on 27 settembre 2009

È da qualche anno che si parla spesso dell’identificazione a radiofrequenza per risolvere i problemi legati alla tracciabilità del bagagli. Secondo Sita, specialista multinazionale in fatto di tecnologie del trasporto aereo il risparmio sarebbe addirittura stimato nell’ordine dei 440 milioni di euro. Sono le ultime ricerche rilasciate dalla società le compagnie aeree che nei prossimi due anni hanno programmato di utilizzare la tecnologia Rfid sarebbero il 32 per cento che, se comparate all’11 per cento del 2008 e al 2 per cento del 2007, fanno capire il livello di penetrazione di questa tecnologia. Secondo i ricercatori il numero di bagagli arrivati in ritardo, inoltrati a una destinazione sbagliata o andati perduti nel 2008 si è ridotto di un 23 per cento proprio grazie all’utilizzo dell’Rfid.

Anche per questo lo Iata (International Air Transport Association) aveva imposto a tutte le compagnie aeree mondiali di procedere all’integrazione della tecnologia Rfid entro il primo giugno del 2008. Di fatto dall’anno scorso i biglietti aerei sono soltanto digitali ma a che punto è l’adozione della tecnologia a radiofrequenza negli aeroporti italiani? «La scadenza fissata da Iata – hanno spiegato l’Ufficio Tecnologie Aeroportuali della Direzione Progetti Studi e Ricerche dell’Enac - è in effetti uno stimolo per vettori aerei e gestori aeroportuali a migrare nel minor tempo possibile verso la tecnologia RFid per la codifica delle etichette bagagli e delle carte d’imbarco.

La difficoltà ad adottare su larga scala tale sistema è di tipo sia economico, anche se oggi il costo dei microchip è calato a pochi centesimi di euro, sia più specificamente tecnologico, in quanto le attuali stazioni di lettura ottica (Laser) dei codici bagagli e delle carte d’imbarco devono essere integrate da altrettante stazioni a lettura radioelettrica. Tale modifica richiede interventi infrastrutturali significativi sui sistemi di smistamento bagagli e di accettazione passeggeri, con possibili ricadute negative sulla loro operatività. Per tale motivo di norma si è preferito intervenire in via prioritaria su nuovi sistemi di smistamento bagagli e check in, così da non compromettere la regolarità e l’efficienza dei sistemi tradizionali esistenti».

Dalla scorsa settimana la tecnologia RFid è in uso nell'aeroporto Charles De Gaulle di Parigi, per i passeggeri di Air France diretti in Asia e Africa. Duemila valigie al giorno vengono monitorate grazie all’uso di tag e, da quel momento, è impossibile che il bagaglio possa perdersi. Sono state effettuate delle sperimentazioni analoghe in Italia o ci sono dei casi in cui già viene utilizzato l’RFid?

«L’adozione del sistema RFid per i voli in partenza da un determinato aeroporto – hanno risposto i responsabili Enac- presenta un valore aggiunto solo se anche gli aeroporti di destinazione (finale o in transito) posseggono lo stesso tipo di codifica. In caso contrario le etichette Rfid non possono essere lette presso tali aeroporti, dove continuerà a operare la sola lettura ottica con tutti i noti inconvenienti. In Italia la codifica RFid è stata sperimentata presso alcuni impianti pilota, mentre alcuni tra i più recenti sistemi di trattamento bagagli sono già predisposti per poter accogliere stazioni di lettura con tale codifica».

Se è vero che l’innovazione porta numerosi benefici e che l’automazione costituisce un’ottimizzazione dei processi a volte capita che le aspettative degli utenti finali sopravvalutino le capacità di risposta delle tecnologie. Esistono infatti anche delle barriere di ingresso, come sottolinea l’Ufficio Tecnologie Aeroportuali della Direzione Progetti Studi e Ricerche dell’Enac: « La lettura a radiofrequenza è molto più sicura e precisa rispetto a quella ottica, tuttavia se (come talvolta succede per le azioni meccaniche dei nastri trasportatori) l’etichetta Rfid si stacca dal bagaglio, quest’ultimo non può più essere rilevato lungo il suo percorso sui nastri trasportatori. Un bagaglio non riconosciuto è automaticamente dirottato su un circuito d’attesa per essere ricodificato manualmente e quindi reimmesso nel sistema, con il rischio di non giungere in tempo sull’aeromobile programmato. Nei varchi di accesso riservati al personale in servizio presso gli aeroporti, invece, già da alcuni anni vengono adottati badges con microchip che autorizzano il portatore ad accedere solo alle zone riservate alla sua attività lavorativa. Nel caso specifico si usa la rilevazione “a prossimità” ovvero il badge deve essere appoggiato sul dispositivo di lettura».

Fonte: www.rfiditalia.com

 

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