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Le preoccupazioni di un Ammiraglio USA…
L’Ammiraglio Mike Mullen, capo di Stato Maggiore della Difesa, è tornato sudato dalla sua visita in Israele a febbraio. Si è preoccupato ad alta voce che Israele intrappoli gli USA in una guerra con l’Iran.
La cosa è particolarmente preoccupante perché Mullen ha una lunga esperienza nel frenare simili piani israeliani nel passato. Questa volta sembra convinto che i leader israeliani non abbiano preso sul serio i suoi avvertimenti, nonostante il linguaggio particolarmente forte cui è ricorso.
(…)Ha insistito pubblicamente che un attacco all’Iran sarebbe “un grosso, grosso, grosso problema per tutti noi, e mi preoccupo molto per le conseguenze non volute.”
“Mi preoccupo molto delle conseguenze non volute di qualunque azione militare. Per ora le leve diplomatiche ed economiche della potenza internazionale sono e devono essere quelle da usare. Anzi spero che siano usate sempre e costantemente. Nessun attacco, per quanto efficace, sarà per se stesso decisivo.”
(…) A differenza di generali più giovani come David Petraeus e Stanley McChrystal, l’Ammiraglio Mullen ha prestato servizio nella guerra del Vietnam.
(…) Mullen ha sottolineato più e più volte che la guerra con l’Iran sarebbe un disastro molto più grande. Quelli che sanno qualcosa di valori militari, strategici ed economici in gioco, sanno che ha ragione.
(…) in uno scambio del 14 febbraio fra il conduttore Jonathan Karl di This Week della rete ABC News e l’ex Vice Presidente Cheney.
Karl:
“Quanto è andata vicina l’Amministrazione Bush ad adottare azioni militari contro l’Iran?”
Cheney:
“Di alcune cose ovviamente non posso ancora parlare. Sono sicuro che sono ancora classificate. Noi chiaramente non abbiamo mai preso quella decisione, non abbiamo mai varcato la linea di dire ‘ora mettiamo su un’operazione militare per risolvere il problema’ …”
Karl:
“David Sanger del New York Times dice che gli israeliani sono venuti da voi, venuti presso l’Amministrazione nei suoi ultimi mesi e hanno chiesto certe cose, bombe anti bunker, rifornimento in volo, diritti di sorvolo, e che sostanzialmente l’Amministrazione ha esitato, non ha dato a Israele una risposta. Quello è stato uno sbaglio?”
Cheney:
“Ancora non ne posso parlare. Sono sicuro che molte di queste discussioni sono ancora riservate.”
Karl:
“E rispetto all’Iran?”
Cheney:
“Beh, ho reso pubbliche dichiarazioni nel senso che pensavo con molta convinzione che dovevamo avere un’opzione militare, e che probabilmente avremmo dovuto far ricorso alla forza militare per risolvere la minaccia rappresentata dall’Iran... (ma) non siamo mai arrivati al punto in cui il Presidente doveva prendere una decisione in un senso o nell’altro.”
(…) Mullen, da parte sua, sembra ben conscio che la Costituzione che lui ha giurato di difendere non contempla il genere di guerra in cui può essere trascinato per difendere Israele”. (…) l’Ammiraglio Mullen sembra essere uno dei pochi americani a rendersi conto che non esiste un trattato di difesa reciproca fra gli Stati Uniti e Israele e quindi gli USA non hanno alcun obbligo legale di saltare a difesa di Israele se scatena una guerra all’Iran. “In altre parole, in senso strettamente giuridico, Israele non è un nostro alleato”. “Mi dispiace, non si può creare un alleato solo ripetendo continuamente la parola.”
(…) Se l’Ammiraglio Mullen è un vecchio esperto nel frenare gli israeliani, perchè ora è così visibilmente preoccupato? (...) Cosa c’è di diverso ora?
L’ultima volta, a metà del 2008, Cheney e Abrams sostenevano una posizione militare aggressiva verso l’Iran ma hanno perso il dibattito con Mullen e i suoi alti comandanti che – nei giorni finali dell’Amministrazione Bush – vinsero l’appoggio del presidente.
Quando l’allora Primo Ministro Ehud Olmert pareva intenzionato ad aprire le ostilità con l’Iran prima che Bush e Cheney lasciassero l’incarico, Bush mandò l’Ammiraglio Mullen in Israele per dire agli israeliani con parole non equivoche di non farlo. Mullen fu con piacere all’altezza del compito, in effetti superò se stesso.
Sappiamo dalla stampa israeliana che Mullen si spinse fino ad avvertire gli israeliani a non pensare nemmeno ad un altro incidente in mare come l’attacco israeliano alla USS Liberty dell’8 giugno 1967, che finì con 34 americani uccisi e più di 170 feriti. Col pieno appoggio di Bush, Mullen disse agli israeliani di togliersi dalla testa l’idea che il sostegno militare USA sarebbe stato un riflesso automatico nel caso che Israele in qualche modo avesse provocato ostilità aperte con l’Iran.
Mai prima di allora un comandante USA aveva rinfacciato così apertamente l’incidente della Liberty, che fu messo a tacere vergognosamente dalla amministrazione di Lyndon B. Johnson, dal Congresso e dalla stessa Marina.
La lezione che gli israeliani ricavarono dall’incidente della Liberty fu che potevano farla franca dall’omicidio, letteralmente, e rimanere indenni grazie alle realtà politiche negli Stati Uniti. Mai più, disse Mullen.
Come spiegare la decisione di Mullen di continuare a esprimere le sue preoccupazioni su “conseguenze non volute”? Io credo che l’Ammiraglio abbia paura che le situazioni stiano per sfuggire di controllo. Se ci sarà la guerra non dipende dall’Ammiraglio Mullen, e nemmeno da Obama. Dipende soprattutto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. E Mullen fa bene a preoccuparsi.
(…) Perché, ad esempio, il presidente continua a mandare un’infinita processione dei più alti funzionari americani a Tel Aviv per implorare i loro corrispettivi israeliani, “per favore, fate un fioretto, non iniziate una guerra all’Iran?”
Il Vice Presidente a ruota libera Joe Biden arriva lunedì, si spera con istruzioni più chiare di quello che ha allegramente detto alla ABC il 4 luglio 2009, che Israele è una “nazione sovrana” e quindi “ha diritto” di lanciare un attacco militare all’Iran, aggiungendo che Washington non avrebbe fatto nulla per dissuadere il governo israeliano.
(…) Perché semplicemente Obama non prende il telefono e mi ammonisce lui stesso, pensa probabilmente Netanyahu? Obama ha una tale paura mortale della potente Likud Lobby che non riesce a telefonare? Il presidente ha forse paura che il suo capo dello staff, Rahm Emanuel, possa sentire la sua telefonata, e poi riferire la conversazione ai commentatori neoconservatori come Dana Milbank del Washington Post?
(…) Il primo ministro israeliano ha trovato che è possibile fare marameo alle ripetute implorazioni di Obama per un arresto delle costruzioni degli insediamenti illegali nei territori occupati, e senza conseguenze.
Netanyahu si vede come l’elemento dominate nel rapporto, in gran parte per la sterminata influenza della Likud Lobby con i legislatori e gli “opinion makers” americani – per non parlare dell’entratura che gli israeliani hanno presso il presidente stesso dato che uno dei loro più fedeli alleati, Rahm Emanuel, è capo dello staff della Casa Bianca. Nel mestiere dell’intelligence lo definiremmo un “agente di influenza”.
Il padre di Emanuel, Benjamin Emanuel, nacque a Gerusalemme e militò nell’Irgun, l’organizzazione di guerriglia sionista prima dell’indipendenza. Nella guerra del golfo del 1991, Rahm Emanuel, allora da poco trentenne, andò in Israele come volontario civile per lavorare con le Israeli Defense Forces, servendo in una base del nord.
(…) Netanyahu ha la massima fiducia nella solidità della sua posizione presso chi conta davvero nel Congresso, fra gli opinion-makers di Washington e anche nell’Amministrazione Obama. E mostra apertamente di essere tutt’altro che impressionato dal presidente.
Questi fattori aumentano la possibilità che Netanyahu decida di ricorrere a quel genere di provocazione che metterebbe Obama di fronte a una scelta obbligata sulla decisione di unirsi a Israele in un attacco all’Iran.
E allora Mullen continua a preoccuparsi – non solo sulle “conseguenze non volute” ma anche sulle conseguenze ben volute. La più immediata di queste potrebbe essere mettere Obama in trappola costringendolo a impegnare le forze americane in una guerra con l’Iran provocata.
(…) Il Golfo Persico sarebbe il posto perfetto per gli israeliani per creare una provocazione che generi una rappresaglia iraniana che a sua volta porterebbe ad un attacco israeliano in grande stile sui siti nucleari iraniani. Dolorosamente consapevole di questo possibile scenario, l’Ammiraglio Mullen notò in una conferenza stampa il 2 luglio 2008 che il dialogo da militari a militari potrebbe portare “migliore comprensione” fra gli USA e l’Iran.
(…) Un canale di comunicazione ha storicamente dimostrato la sua validità durante periodi di alta tensione. La crisi dei missili a Cuba del 1962 ha evidenziato la necessità di comunicazioni istantanee ad alto livello, e una “linea calda” fra Washington e Mosca fu realizzata l’anno dopo.
Quel collegamento diretto ha svolto un ruolo cruciale, per esempio, per evitare l’allargamento della guerra in Medio Oriente durante la Guerra dei Sei giorni del giugno 1967.
Un altro utile precedente è l’accordo “Incidents-at-sea” fra gli USA e l’URSS firmato a Mosca nel maggio 1972. Il periodo era un’epoca di alta tensione fra i due Paesi, compresi diversi incidenti navali non voluti che avrebbero potuto aggravarsi. L’accordo ridusse drasticamente la possibilità di incidenti simili.
Sarebbe difficile ai leader sia americani sia iraniani opporsi a misure di un tale buon senso. La stampa mostra che i massimi comandanti americani nel Golfo Persico sono a favore di passi simili. E, come abbiamo detto, l’Ammiraglio Mullen ha costantemente auspicato dialogo da militari a militari.
Nelle presenti circostanze diventa sempre più urgente discutere seriamente come i nostri due Paesi possano evitare un conflitto iniziato per incidente, errore di calcolo o provocazione. Né gli USA né l’Iran possono permettersi di lasciare che un evitabile incidente in mare esca fuori di controllo.
Con un minimo di fiducia reciproca, queste azioni di buon senso potrebbero trovare larga e immediata accettazione da entrambi i governi.
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Autore: Ray McGovern / Fonte: original.antiwar.com
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