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Petizioni

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Petizione per la Birmania
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Petizione per la Birmania
Petizione per la Birmania


a cura di Greenpeace, WWF, Legambiente e Cisl

Firma la petizione ! Diritti umani e diritti ambientali in Birmania

Cisl, Greenpeace, WWF, Legambiente presentano un appello per la democrazia e l'ambiente in Birmania.

È possibile firmare all'indirizzo http://www.salvaleforeste.it/birmania

In questo paese le foreste vengono distrutte per sovvenzionare una brutale dittatura e per sostenere il suo sforzo di guerra contro le minoranze nazionali, che per le stesse ragioni, a loro volta sfruttano le foreste nelle aree da loro controllate. Per dare l'idea di quello che succede, alcune aree le concessioni forestali vengono “protette” con mine anti-uomo. Spesso nelle concessioni si fa uso di lavoro schiavile e comunque vengono violati i diritti delle comunità.

Teak di guerra e distruzione delle foreste della Birmania:

Le foreste della Birmania sono uno degli ultimi spot di foresta primaria tropicale nell'Asia continentale, ma il commercio internazionale di Teak ne minaccia la sopravvivenza: infatti questo legno è prelevato in quantità eccessive per sovvenzionare un regime sanguinario, grazie alla costante domanda da parte dell'industria del parquet e della cantieristica navale.

La Birmania è in stato di guerra dl giorno della sua indipendenza, nel 1948, una guerra combattuta prevalentemente per il controllo delle risorse naturali. Combattimenti costati di migliaia di morti, mentre tutt'ora 300.000 sono i rifugiati all'estero e un milione nel paese.

Dal 1988 il regime militare (il Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo, o SPDC) è stato arbitro assoluto delle risorse forestali, che assieme al petrolio, ha consentito al governo di raddoppiare le spese militari per sostenere al potere una brutale dittatura ed alimentare la guerra con le minoranze etniche. La giunta al potere controlla le foreste ed il loro sfruttamento. Anche i gruppi armati delle minoranze etniche usano il legname nelle zone di frontiera per finanziare le proprie milizie. Paesi come la Cina e la Thailandia hanno sostenuto in passato gruppi ribelli, ottenendo in cambio l'accesso a risorse naturali, come il legno.

Le violazioni dei diritti umani sono ben documentate, e nessuna delle parti in conflitto è priva di responsabilità. Mentre i civili pagano il prezzo del conflitto, governo, esercito e milizie usano le proprie posizioni di privilegio per arricchirsi, ai danni delle comunità che dicono di proteggere. Dopo il cessate il fuoco dei primi anni '90, nuove aree di foresta ai confini con la Cina e la Thailandia sono state sfruttate intensivamente, minacciando ecosistemi unici e preziosi.

Le operazioni forestali in Birmania, anche quando non direttamente coinvolte nel conflitto, sono in genere fortemente distruttive. Un'indagine a campione condotta dal Dipartimento Foreste nel dipartimento di Bago Yoma, a nord di Rangoon, ha evidenziato una drastica carenza di alberi al di sotto dei 20 anni di età. È stato registrato appena un ottavo del numero previsto di piante col tronco del diametro tra i 60 e i 90 centimetri, mentre in generale la densità delle piante di teak era calata da 50 a sei piante per ettaro, ossia riduzione del 90 per cento. In ogni caso l'industria del teak non rappresenta per la popolazione civile un contributo allo sviluppo. Solo per fare un esempio, il 40% circa del prodotto nazionale lordo (e quasi la metà della spesa pubblica) finisce in armamenti o nel sostegno dell’enorme apparato militare. D'altro canto appena lo 0,3% viene investito nel sistema sanitario, col risultato che la mortalità infantile raggiunge il 109 per mille.

Intanto propri in questi giorni sono stati rinnovati gli arresti domiciliari del premio nobel Aung San Suu Kyi e leader dell'opposizione, la donna che aveva vinto le elezioni del 1990 e da allora è sotto il controllo dei militari. È possibile firmare all'indirizzo http://www.salvaleforeste.it/birmania

Il testo dell'appello:

Contro il lavoro forzato, per la democrazia, i diritti, l'ambiente in Birmania, la liberazione di Aung San Suu Kyi.

La Birmania è un paese martoriato da decenni di violenta dittatura che ha imposto l'arbitrio come legge e come modalità di governo. Un paese che ha raggiunto il triste primato di essere il primo produttore di metanfetamine al mondo, il secondo per produzione di oppio, il primo per bambini soldato.

Inoltre il Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, da ormai 12 anni, è costretta a durissimi arresti domiciliari, mentre oltre mille prigionieri politici, sono vittime di torture ed abusi durante la detenzione, a causa dei quali molti hanno perso la vita. Il regime militare si rifiuta di avviare un serio dialogo tripartito con procedure e scadenze condivise con tutte le parti interessate, a partire dalla Lega Nazionale per la Democrazia e le organizzazioni delle nazionalità etniche, e ha lanciato un inaccettabile e falso processo di Convenzione Nazionale per una costituzione che manterrebbe il potere nelle mani dei militari.

Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono tuttora costretti al lavoro forzato, da parte sia dei militari, sia delle autorità locali, e sono spesso obbligati alle deportazioni forzate; sono comuni la detenzione e le esecuzioni, torture, stupri, utilizzati come mezzo di potere.

Continua la repressione di tutti i fondamentali diritti umani e sindacali. Gli attivisti del lavoro, le loro famiglie, amici e conoscenti vengono costantemente arrestati, torturati e condannati a pesanti pene detentive, mentre il regime militare ha dichiarato il sindacato birmano FTUB una organizzazione terroristica.

Accanto alle violazioni dei fondamentali diritti umani e del lavoro si aggiungono la gravissima violazione dei diritti ambientali, quali la distruzione ed il taglio illegale delle foreste di teak, la costruzione delle dighe sul fiume Salween, che ridurranno alla povertà oltre 500.000 contadini e pescatori danneggiando irrimediabilmente il delicato ecosistema locale, il dissennato sfruttamento minerario.

Poiché tutte le principali attività economiche e produttive sono in mano o sono controllate dal regime militare o dallo stato, la Organizzazione Internazionale del Lavoro, (ILO) ha approvato nel 2000 una Risoluzione che chiede a tutti i governi, agli imprenditori e alle organizzazioni sindacali di rivedere i loro rapporti con la Birmania, adottando le misure appropriate affinché tale paese Membro non possa trarre profitto da questi rapporti per perpetuare o sviluppare il sistema di lavoro forzato. A causa della persistenza del lavoro forzato, tale risoluzione è stata integrata dalla richiesta di ulteriori misure adeguate nei confronti degli investimenti diretti esteri e dei rapporti con le imprese birmane statali o di proprietà di militari.

Chiediamo:

- alle imprese italiane che hanno rapporti commerciali con la Birmania e alle multinazionali, a partire da quelle impegnate nel settore forestale e quello petrolifero, del gas e minerario nei progetti di costruzione di dighe ed infrastrutture - che comportano enormi profitti per il regime - di sospendere i loro rapporti con questo Paese, per non contribuire a rafforzare il potere della giunta che continua ad utilizzare il lavoro forzato.

Agli enti locali e al Governo italiano:

* di impegnarsi attivamente per la attuazione della Risoluzione ILO nei confronti delle imprese e di istituire un sistema di disincentivi e di monitoraggio e rapporto regolare all'ILO sul comportamento delle imprese.

* Come richiesto dal governo birmano in esilio e dall'ILO, di sostenere il rafforzamento della Posizione Comune dell'UE, inserendo nell'elenco delle imprese con le quali è proibito oggi promuovere accordi e collaborazioni economiche, anche le imprese di proprietà dello stato e dei militari birmani, a partire dai i prodotti del settore del legno.

* Di fornire la propria assistenza nel sostegno delle organizzazioni democratiche e sindacali birmane e al governo in esilio.

* Di continuare a fare pressione per il rilascio immediato e senza condizioni di Aung Sang Suu Kyi e di tutti gli altri prigionieri politici, ed in particolare di Myo Aung Thant; sindacalista del FTUB, condannato all'ergastolo.

* Di rifiutare il riconoscimento del processo di “Convenzione Nazionale” e la costituzione illegittima predisposta dal regime, garantendo il sostegno politico nei confronti degli sforzi del movimento di opposizione democratica, per la promozione di una costituzione democratica e federale.

* Di sostenere attivamente il dialogo specifico nelle istituzioni EU, ASEAN , ASEM e SAARC, per spingere il regime militare ad avviare un efficace dialogo politico con la partecipazione di tutte le parti interessate: i gruppi etnici e la Lega Nazionale per la Democrazia, come condizioni indispensabili per l'istituzione di una vera e propria democrazia e dello stato di diritto.

* Di richiedere il pieno rispetto delle foreste della Birmania e delle comunità che le abitano.

* Di richiedere che le organizzazioni internazionali e regionali, ivi comprese le istituzioni finanziarie, interrompano prestiti e qualunque altro progetto che coinvolga la Birmania, ad eccezione di quei casi specificamente previsti per la promozione dell'attuazione delle raccomandazioni dell'OIL e per la lotta contro HIV/AIDS, malaria e tubercolosi.

* Di lavorare per la adozione al Consiglio di Sicurezza di una Risoluzione che costringa la giunta ad un tavolo negoziale per la democrazia con tutte le parti interessate, a partire dall'NLD e dalle organizzazioni dei gruppi etnici.

Per ulteriori informazioni:

Greenpeace Italia
Viale Manlio Gelsomini, 28
I-00153 Roma
Phone: +39 06 57299944
Mobil: +39 348/3988607

Greenpeace Italia




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