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Fuoco amico
Fuoco amico


di: Alessio Mannucci

Sulla strada che porta all'aeroporto internazionale di Bagdad, in un check point presso la base americana di Camp Victory, soldati USA aprono il fuoco sull'auto che porta Giuliana Sgrena e tre funzionari del SISMI verso l'aereo che si prepara a decollare, destinazione Roma, scalo di Ciampino. Si tratta di un tremendo errore. Si chiama fuoco amico e accade quando per imperizia, nervosismo o per un comportamento fuori codice a spararti sono quelli che dovrebbero proteggerti, coprirti.

Si possono fare solo ipotesi. Forse c'era una situazione di coprifuoco di cui gli italiani non erano al corrente. Forse il loro arrivo non era stato segnalato tempestivamente agli americani. Forse la macchina andava troppo forte (ma Pier Scolari, il compagno di Giuliana nega rabbiosamente che sia andata così). Una cosa sembra certa: la tensione permanente in cui vivono i soldati della coalizione dopo anni di stragi kamikaze lascia loro pochi margini per distinguere, per decidere, se chi arriva a bordo di un auto verso sera, in una zona ad alto rischio, sia amico o nemico. E se quei soldati con il sistema nervoso al limite non hanno la certezza che sei amico, per loro diventi automaticamente un nemico che pochi metri dopo può fare saltare tutto. E sparano.

Gli americani sparano e muore Nicola Calipari, funzionario del Sismi. Due suoi colleghi restano feriti. Uno appare subito gravissimo. Calipari muore per proteggere Giuliana Sgrena: le fa scudo con il corpo mentre centinaia di proiettili fanno scoppiare i finestrini e sfondano la carrozzeria. I cronisti che lavorano alla Questura di Roma, lo conoscevano bene: per loro era un funzionario capace, cortese, corretto. Poi la carriera nel Sismi. Poi la missione in Iraq. Poi la trattativa per il rilascio di Giuliana. Trattativa complicata e zeppa di trappole perché i rapitori appartengono a una banda fuori controllo, una delle tante in Iraq.

Berlusconi convoca l'ambasciatore americano a Roma per spiegazioni. Pentagono e Comando USA annunciano inchieste. Ora, finalmente Giuliana Sgrena ci racconta la sua verità. Quattro settimane in 160 pagine di ricostruzione asciutta ma densa al tempo stesso, dove i fatti si mescolano alle emozioni e ai mille perché ancora senza risposta. Il 4 febbraio 2005, l'inviata de “il manifesto” viene rapita presso la moschea di Al Katl, dopo una mattinata trascorsa a intervistare i profughi di Falluja. Da quel momento si succedono diverse rivendicazioni, minacce, richieste, tra cui quella di ritirare immediatamente le truppe italiane.

Il mondo islamico “ufficiale” chiede la liberazione di Giuliana, giornalista che “si è sempre battuta per la pace e dunque è sempre stata alleata del popolo iracheno” (come recita l'appello trasmesso da al Jazira). Il 16 febbraio, la Sgrena compare in un video drammatico, mentre in Italia prosegue la mobilitazione per chiedere la sua liberazione, che sfocia in un'enorme manifestazione il 19 febbraio. Il presidente della Repubblica Ciampi fa un appello per la giornalista il 23 febbraio. Il primo marzo, il ministro dell' Interno dell'Iraq Falah Al-Naqib dichiara che Giuliana Sgrena “è viva”.

Il 4 marzo è il giorno dell'epilogo, felice e tragico al tempo stesso: la giornalista viene consegnata a funzionari del Sismi. Sulla strada per l'aeroporto, il convoglio di auto viene dal “fuoco amico” di un posto di blocco americano. Muore Nicola Calipari, il “liberatore” della Sgrena. Giuliana non è una giornalista “embedded”, per questo motivo non può accontentarsi delle risposte che hanno finora fornito le autorità italiane e americane.

Dal capitolo 9, “L’incidente”:

[…] “Varie sensazioni si sovrappongono, non riesco ancora a sentirmi libera, mi contagia la tensione, l'inquietudine dei miei “liberatori”: non siamo ancora al sicuro, dobbiamo arrivare all'aeroporto. Non riesco a smaltire il terrore accumulato durante il mese di prigionia e nell’attesa di poco prima. Nicola Calipari, che in macchina si è seduto dietro, vicino a me per farmi sentire più sicura, cerca di mettermi a mio agio. Mi ha fatto togliere il cotone dagli occhi e anche la sciarpa che mi avvolgeva il capo, che per me è sempre opprimente. “Ora sei libera,” mi ripete, intuendo, evidentemente, che per me è ancora difficile rendermene conto. Poi chiama il suo capo, il direttore del Sismi, il generale Pollari, io non so dire altro che “grazie”.

Mi sento bene, ma come in alcuni momenti della mia prigionia non mi sento completamente in me stessa, è come se non riuscissi ancora a mettere i piedi per terra. Nicola cerca di riprendere la linea con l'Italia per farmi parlare con Pier o con Gabriele, forse in questo momento sono già arrivati a Palazzo Chigi... Ma non riesce e butta il telefono sul sedile davanti, mentre l'autista, da quando siamo partiti, continua a telefonare – non so a chi – che stiamo arrivando all'aeroporto, “in tre”. E mentre comincio a rendermi conto che non sono più prigioniera – l'agente al volante, che conosce bene Baghdad, dice che mancano solo settecento metri all'aeroporto – improvvisamente sono gli spari a interrompere tutte le mie emozioni.

“Ci attaccano, ci attaccano,” urla l'agente, di cui non conosco ancora nemmeno il nome. Ma chi ci attacca ? Chi può essere, mi chiedo. I sequestratori li abbiamo lasciati da una ventina di minuti e non possono averci seguiti, non potrebbero mai arrivare in questa zona, controllata dagli americani. E non posso nemmeno credere che siano proprio gli americani a mitragliarci. Sono sicuramente stati avvisati del nostro arrivo, nei giorni successivi avrò la conferma. E invece sì, sono proprio loro.

È il famoso “fuoco amico”, i cui effetti non sono meno devastanti di quello nemico. Mentre l'autista, che è al telefono con il generale Pollari, continua a urlare che siamo dell'ambasciata italiana, Calipari mi butta giù, io finisco incastrata tra il sedile dell’autista e il mio, e lui mi copre con il suo corpo, per proteggermi. Gli spari arrivano infatti da destra, dove è seduto lui, insieme a un fascio di luce. Calipari deve essere stato colpito subito perché non dice più una parola. Andrea Carpani – questo il nome dell'autista che avrei saputo solo al mio ritorno in Italia – urla e Nicola tace. Io sono terrorizzata mentre la macchina viene bersagliata dai proiettili. E forse proprio il terrore me ne fa avvertire più di quanti siano in realtà.

Finita la sparatoria, l'agente alla guida scende dalla macchina sempre parlando al telefono e urlando: “Siamo dell'ambasciata italiana”, mentre alcuni soldati si avvicinano a lui e lo circondano. Io non riesco a muovermi, sono paralizzata, anche dall'angoscia: perché Nicola non parla ? Non oso immaginare quello che è successo. Ma il suo corpo si appesantisce su di me e quando riesco a smuoverlo sento un rantolo. Sta morendo, è morto ! No! L'uomo che mi ha liberata è morto, ed è morto per proteggermi. È come se la mia libertà fosse finita quando stava per cominciare. Tutte le emozioni si sono interrotte in quel momento. È una sensazione terribile sentirsi morire una persona addosso, è come se morisse anche una parte di te. E infatti dopo tutta quella pioggia di fuoco non riesco a capire se sono viva e credo di essere morta o se sono già morta e penso di essere ancora viva.

Arrivano i soldati che ci hanno sparato: aprono la portiera di Nicola, gli sollevano il capo. “Shit !” fa uno di loro. Hanno l'aria sorpresa, ma non spaventata. Sono giovani. Ma non dovrebbero essere tanto inesperti se, come risulterà dall’inchiesta, sono quasi tutti graduati tranne due specializzati, composizione insolita per una pattuglia del genere.
[…] Nel libro, la Sgrena racconta anche la verità sulla strage di Fallujah.

[…] Il clima (tra i profughi di Falluja rifugiati nella moschea Mustafa dell'università di Baghdad) era ostile, tremendamente ostile, ma non volevo rinunciare a raccontare la storia della distruzione di Falluja attraverso i ricordi e le immagini di quella gente che l'aveva vissuta direttamente o attraverso i racconti dei loro parenti rimasti intrappolati dall'assedio. Fino a quel momento notizie e immagini, poche, erano giunte esclusivamente attraverso i giornalisti «embedded» con le truppe americane. E tuttavia la censura non era riuscita ad impedire lo scoop di Kevin Sites, il reporter della tv americana Nbc che aveva ripreso un marine mentre uccideva un combattente ferito e disarmato steso sul pavimento della moschea di Falluja. Ma nonostante quelle immagini avessero fatto il giro del mondo, Kevin Sites era stato subito «espulso» dal corpo degli embedded perché non aveva rispettato le «regole di ingaggio» e della censura. E qualche tempo dopo il marine che aveva sparato sarebbe stato assolto per aver agito per «legittima difesa».

[…] Falluja era sempre stata la mia ossessione fin da quando ero arrivata a Baghdad, e non solo quest'ultima volta. L'avevo «scoperta» alla fine di aprile del 2003, dopo la prima rivolta che avrebbe fatto di questa cittadina il simbolo della resistenza contro l'occupazione. E ci tornavo a ogni mio viaggio in Iraq. Avevo incontrato persone molto disponibili con le quali era nata un'amicizia e una collaborazione. Erano convinti della necessità di far conoscere al mondo cosa succedeva a Falluja e quindi mi aiutavano nel lavoro. Di solito l'appuntamento era a casa di Abu Mohammed, ma a ogni mio arrivo venivano «convocati» gli altri - a Falluja i telefoni allora funzionavano ancora. Così tutti seduti per terra in un grande salone, seguendo la tradizione tribale, si discuteva degli ultimi avvenimenti. Mustapha, un meccanico, era sempre il più informato: fin dalla mia prima visita mi aveva raccontato di quando, subito dopo la battaglia dell'aeroporto, una delle più cruente per l'occupazione di Baghdad, erano andati a cercare i corpi dei loro parenti e avevano trovato cadaveri carbonizzati e irriconoscibili. E fin da subito si era posta la domanda: quali armi erano state usate ? Napalm ? Fosforo ?

[…] (Di fronte all'evidenza l'uso del napalm, sotto forma di Mk77, è stato ammesso dal Pentagono nel dicembre 2004. Mentre sull'utilizzo del fosforo bianco ha testimoniato anche il marine Jimmy Massey nell'intervista pubblicata dal manifesto il 25 settembre 2005, nda).

Giuliana Sgrena, “Fuoco Amico”, Feltrinelli

E-mail: Alessio Mannucci




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Ultima modifica = (10-03-2006:15:13)  EDIT ARTICLE Nr. 22735  


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