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Amore e guerra
Amore e guerra


di: Alessio Mannucci

La guerra è sentita come sacra solo nel momento in cui appare terribile e affascinante... Per far scattare il riflesso del sacro, deve costituire un rischio totale per un'intera popolazione. Occorre che ciascuno sia complice o vittima di una tragedia generale, in cui una nazione impegna tutte le sue risorse in una prova decisiva...)

All'origine della guerra c'è una “vertigine”, cioè “qualcosa di spaventoso e impressionante che può essere accettato solo se animati da una fede speciale”. (Umberto Curi, introduzione a “La Vertigine della Guerra” di Roger Caillois). Pubblicato negli Stati Uniti nel 2004 col titolo “A Terribile Love of War”, l’ultima fatica di James Hillman, celebre psicanalista americano di scuola junghiana, passa in rassegna alcuni degli archetipi fondamentali della nostra cultura legati alla rappresentazione ed alla giustificazione della guerra.

La stesura del libro, a detta dello stesso autore, costituisce “l'oggetto di un rito di iniziazione all'età senile, compiuto da uno psicanalista attempato, laureato in filosofia, di estrazione borghese, di idee democratiche e progressiste e di fede neoplatonica” (James Hillman, “Un Terribile amore per la guerra” Adelphi, Milano, 2005).

I classici del pensiero filosofico e politico occidentale (tra i quali Eraclito, Tucidide, Tommaso d'Acquino, Erasmo, Machiavelli, Hobbes, Vico, Kant, von Clausewitz) sono citati e chiamati in causa da Hillman, unitamente ai miti greci, alle narrazioni omeriche, nonché a quelle codificate dalle tradizioni religiose abramitiche, per disvelare l'ipocrisia generale in materia, che cerca di far passare la guerra come un evento straordinario ed abnorme; mentre essa è, come sosteneva Eraclito, “origine di tutte le cose”.

Siamo tutti figli di una guerra.

Esemplare è il caso degli Stati Uniti (nazione nata da un genocidio, ndr) più volte citato da Hillman, nella cui singolare esperienza culturale, il fondamentalismo religioso, caratterizzato da un ardente zelo missionario, insieme all'orgoglio puritano, convivono da sempre con il più atavico ed ostinato spirito bellicoso (il puritanesimo costituisce per gli americani un potente fattore di aggregazione identitaria).

Per Hillman, “la religione è guerra”, e “la guerra è religione”. “La guerra appartiene alla nostra anima come verità archetipica”, è “un amore che nessun altro amore è riuscito a vincere”. Citando Réné Girard, autore di “La violenza e il sacro” (1972), Hillman individua “l'emozione che unifica una società” nella ”unanimità della violenza“ esercitata nei confronti della vittima sacrificale durante i riti religiosi.

“Ecco colui che forma i monti e crea i venti, che manifesta all'uomo qual è il suo pensiero, che fa l'alba e le tenebre e cammina sulle alture della terra, Signore, Dio degli eserciti è il suo nome”. La stessa furia distruttrice che Ares, (o Amos, il Dio degli eserciti dell'Antico Testamento, o le corrispondenti divinità celtiche, germaniche o indiane) coi i suoi attributi più o meno terrifici e truculenti, simboleggia, rappresenta un’ “idea archetipica” di assoluto.

Nella ricerca dell’assoluto, che si riflette nell’esperienza umana attraverso la ricerca del “sublime”, consiste per Hillman il piano di convergenza tra le diverse dimensioni della guerra, della religione e della creazione artistica. Per Hillman, le istanze bellicose, così profondamente connaturate all’essenza dell’ “animale religioso e politico”, possono essere almeno in parte tenute a bada attraverso l’ ”investimento estetico”, attività che l'uomo ha sviluppato proprio per assorbire lo slancio verso l' “estasi del sublime”. “La passione estetica fornisce molteplici campi di confronto con l'inumano e il sublime sicuramente meno catastrofici dei campi di battaglia”.

E-mail: Alessio Mannucci




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