“Città Panico”, (Raffaello Cortina, 2004) del filosofo e urbanista francese Paul Virilio, esperto di dromologia (scienza della velocità) e teorico della “condizione ipermoderna”, è una sorta di reportage della catastrofe, dove al divenire storico tradizionale si sostituisce l'eterno presente dell'immediatezza, scandito dalla frenesia delle comunicazioni di massa: qualunque evento risulta decontestualizzato, smarrisce i riferimenti spazio-temporali, a causa di una velocità di trasmissione, quella della luce, che, come diceva McLuhan, ci rende abitanti di un “villaggio globale”.

Nell’osservare la continua accelerazione delle reti e dei mezzi di comunicazione, Virilio parla invece di un “crepuscolo dei luoghi”, perché la crescente velocità degli spostamenti ha divorato i luoghi, le coordinate territoriali e ogni altro riferimento di posizione: “le distanze si sono annullate e gli intervalli di spazio e tempo sono scomparsi nella progressiva desertificazione e miniaturizzazione del mondo (...) Dopo essere riuscita a miniaturizzare gli oggetti, le macchine, i motori, la tecnica ha infine raggiunto i propri scopi miniaturizzando i tragitti, i confini del mondo (...) Se ai tempi di Cesare, la più grande gloria dell’Impero era di fare delle proprie frontiere un vasto deserto, oggi, invece, il deserto in questione non si situa più in periferia – lungo il limes - ma intra muros, ovvero nel centro delle metropoli”.
IPER-TERRORISMO
Le bombe dei kamikaze, allora, non uccidono più soltanto alla periferia dell’impero, in Iraq, Israele, Afghanistan, ma colpiscono anche nel centro delle città occidentali, tra i grattacieli, nelle stazioni della metropolitana e alle fermate degli autobus. Il confine globale che segna la frattura tra i popoli del mondo, che divide il pianeta tra nord e sud, attraversa adesso il cuore delle città. Virilio osserva infatti che ormai “le frontiere dello Stato americano passano proprio all’interno delle metropoli del ventunesimo secolo, con le loro gangs, le loro milizie, i loro terroristi di cui nessuna guerra classica potrà liberarci”.
Gli incidenti nelle banlieu parigine di questi giorni sono una ulteriore dimostrazione della tesi di Virilio che porta ad esempio l’impiego che gli Stati Uniti fanno della loro guardia nazionale: “specializzata nella lotta contro le conseguenze delle catastrofi naturali, l’unità sembra a proprio agio nella periferia della capitale irachena, esattamente come negli slums americani, in mezzo a civili abbandonati al saccheggio e a violenze di tutti i generi”. La guardia nazionale si trova a proprio agio tanto nella periferia di New Orleans devastata da Katrina quanto nei villaggi iracheni controllati dai sunniti, rivelando come, nell’immediatezza di un mondo senza più distanze, lo stato di emergenza si è ormai generalizzato.
Ne sono un esempio gli Stati Uniti, che, con il pretesto della paura e dell’insicurezza sociale, vedono oggi decine di milioni di cittadini reclusi nelle cosiddette “gated comunities”, sobborghi residenziali blindati, protetti da cinte di telecamere e guardiani armati; ma anche il continente latinoamericano, dove le gangs devastano la città a San Paolo come a Bogotà o Rio de Janiero, quando non lo fanno altrimenti gli squadroni della morte, i gruppi paramilitari o di “forze armate”, svelando il “totale caos del vecchio diritto di cittadinanza” e confermando “l’emergere di una cinta, di un campo trincerato, di uno stato poliziesco dove le forze dell’ordine sono privatizzate come lo sono state, una dopo l’altra, le imprese pubbliche”. Sintomi questi della regressione patologica della città, dove la cosmopolis, la città aperta di ieri, ha ceduto il passo alla claustropolis caratterizzata dai tratti della chiusura e dell’esclusione.
GLOBAL PANIC
In realtà, l’iperterrorismo di cui parla Virilio è tale perché completamente deterritorializzato: per distruggere non ha nemmeno bisogno della massa d’urto di un esercito di divisioni blindate e il suo sistema di armi, del resto, consiste nell’insieme dei mezzi di comunicazione di massa rivolti contro l’avversario. Più che di villaggio globale, è il caso allora di parlare, come fà Virilio, di “città panico” globalizzate in cui la catastrofe è diventata inevitabile. La città contemporanea, che Vrilio definisce “la più grande catastrofe del ventesimo secolo”, diventa lo “spazio critico” della globalizzazione: “all’iperconcentrazione delle megalopoli si aggiunge non solo l’iperterrorismo di massa, ma anche una delinquenza panica che riconduce la specie umana alla danza di morte delle origini e la città torna a essere una cittadella – in altre parole – un bersaglio per tutti i terrori, domestici o strategici”.
Questa paura panica è inflitta al mondo intero attraverso l'estetica disincarnata dei mass-media il cui ruolo, a partire dall'11 settembre, è diventato quello di amministrare la paura pubblica, sincronizzarndo e convogliando lo stupore e le emozioni del pubblico. Oggi creare un evento significa, secondo Virilio, provocare un incidente, una catastrofe (“L'Incidente del Futuro”) per fornire all'arsenale mediatico la possibilità di effettuare «operazioni psicologiche» su scala mondiale.
Fuggire dalle città non serve, poiché il mondo è divenuto “onnipolitano”, un non-luogo privo di speranza, un museo vivente delle devastazioni causate da un progresso tecnico assolutamente incontrollabile: “il mondo degli affari, come quello della guerra, si ritrova allora in condizioni di assenza di gravità, nell’attesa angosciante del grande incidente, del crac globale che non mancherà di prodursi un giorno o l’altro”.
La guerra di informazione descritta in “Città Panico” è una vera e propria guerra al reale, in cui l’arma di comunicazione di massa è strategicamente superiore all’arma di distruzione di massa. A prevalere è l’informazione e la sua velocità di comunicazione istantanea da cui nasce il movimento panico che sconvolge il nostro senso dell’orientamento e, in altre parole, la nostra stessa percezione del mondo: “Ormai, con la rivoluzione della comunicazione audiovisiva, assistiamo (in diretta) ai disturbi della percezione stroboscopia dell’informazione; di qui la confusione non solo delle nostre immagini oculari, ma soprattutto delle nostre immagini mentali”.
E-mail: Alessio Mannucci