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L'impero: la nuova forma del mondo
L'impero: la nuova forma del mondo
di: Alessio Mannucci
È uscito “Moltitudine”, il nuovo saggio sulla globalizzazione della coppia Negri-Hardt, reduci dal successo internazionale di “Impero”(“Empire”, Harvard University Press), considerato un manifesto neo-marxista.
L'IMPERO: LA NUOVA FORMA DEL MONDO
“Impero”, secondo Michael Hardt e Toni Negri, è una nuova categoria per definire il mondo. Una nuova soglia teorica, una nuova filosofia politica che dichiara la teoria che va da Marsilio a Hobbes e da Althusius a Schmitt terminata. Che dichiara la scomparsa del sistema vestfaliano degli Stati sovrani. Il mondo non è più governato da sistemi politici statali: è governato da un'unica struttura di potere che non presenta alcuna analogia significativa con lo Stato di origine europea.

È un sistema politico decentrato e deterritorializzato, che non fa riferimento a tradizioni e valori etnico-nazionali, e la cui sostanza politica e normativa è l'universalismo e il cosmopolitismo di illuministica memoria. Sarebbe dunque sbagliato pensare che l'Impero - o il suo nucleo centrale ed espansivo - sia costituito dagli Stati Uniti d'America e dai loro più stretti alleati occidentali. Né gli Stati Uniti, né alcun altro Stato nazionale, “costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista”.
L'Impero sembra sfumare in una sorta di “categoria dello spirito”: è, come Dio, presente in ogni luogo, poiché coincide con la nuova dimensione della globalità. Si possono però identificare, sull'esempio di Polibio, alcuni luoghi o forme del governo imperiale. Come la funzione monarchica che si sono attribuiti il governo degli Stati Uniti, il G8 ed altre istituzioni monetarie e commerciali e il potere aristocratico delle multinazionali che estendono la loro rete sul mercato globale.
Queste forme del governo neo-imperiale producono la distorsione dello sviluppo economico, la distruzione dele risorse del pianeta terra, tentano di appropriarsi in modo sempre più massiccio di quel che è “comune” all'umanità. La nuova “costituzione imperiale”, come sostengono Hardt e Negri, non ha come obiettivo l'inclusione e l'assimilazione politico-territoriale dei paesi o dei popoli subordinati, com'era tipico dell'imperialismo e del colonialismo statalistico fra Ottocento e Novecento. Il nuovo comando imperiale si esercita attraverso istituzioni politiche e apparati giuridici il cui obiettivo è essenzialmente la garanzia dell'ordine globale e cioè di una “enduring freedom”, una pace stabile e universale che consenta il normale funzionamento dell'economia di mercato liberista.
Per fare ciò, l'Impero si affida a funzioni di “polizia internazionale” e persino a funzioni giudiziarie. La funzione bellica e la funzione di polizia stanno, a livello imperiale, sempre più confondendosi. Negri e Hardt criticano a questo proposito l'antiamericanismo, perché confonde il popolo americano con lo Stato americano, perché non tiene conto del fatto che gli States sono inseriti nel mercato mondiale quanto lo sono l'Italia e il Sud Africa, che la politica di Bush è fortemente minoritaria all'interno delle aristocrazie mondiali del capitalismo transnazionale. L'antiamericanismo è uno stato d'animo pericoloso, un'ideologia che mistifica i dati dell'analisi e copre le responsabilità del capitalismo neo-imperiale, il vero deus ex machina dell'Impero.

La leadership americana è profondamente indebolita proprio dalle tendenze imperialiste che essa talora esprime. Il simbolo della lotta interna tra forze neo-imperialiste è stato l'attentato dell'11 settembre. Con tutta probabilità, gli Stati Uniti saranno presto costretti a smettere di essere imperialisti per riconoscersi nel neo-Impero del capitalismo globale. Quindi, avendo posto fine agli Stati e al loro nazionalismo, l'Impero ha messo fine anche al colonialismo e all'imperialismo classico ed ha aperto una prospettiva cosmopolitica che deve essere accolta con favore. Ogni tentativo di far risorgere lo Stato-nazione in opposizione alla presente costituzione imperiale del mondo esprimerebbe una ideologia “falsa e dannosa”. La filosofia no-global ed ogni forma di ambientalismo naturalistico e di localismo vanno dunque rifiutate come posizioni primitive e antidialettiche e cioè, in sostanza, reazionarie. Hardt e Negri esprimono scarsa simpatia persino nei confronti del cosiddetto “popolo di Seattle” e della rete di ONG (associazioni non governative) ad esso collegate.
Il problema politico posto da “Impero”, è, dunque, quello di proporre uno spazio adeguato a tutte le lotte che partono dal basso. In questo quadro non trovano posto la nostalgia e la difesa dello Stato-nazione, di quella assoluta barbarie di cui hanno dato prova definitiva Verdun e il bombardamento di Dresda, Hiroshima e anche Auschwitz. Di contro, le reti della moltitudine sono, come tutto quello che liberamente avviene al mondo, poliverse: esse si incrociano e solo così possono cercare di costruire un movimento unitario. Ogni tentativo di impedire questa unificazione ed il conseguente riconoscimento di obiettivi comuni, è reazionario, meglio, esprime operazioni settarie e nemiche.
Hardt e Negri, fedeli alla lotta di classe, intravedono nella vocazione internazionalista del neo-Impero anche un'orizzonte positivo. Per questo sostengono che i poteri globali dell'Impero devono essere combattuti, ma non demoliti: la costituzione imperiale-globale va conservata, ma finalizzata ad altri obiettivi. A far entrare la molitudine nell'Impero. Cioè, dal punto di vista della transizione verso la società comunista teorizzata da Marx, la costruzione dell'Impero è “un passo avanti”: l'Impero, scrivono i due autori, “è meglio di ciò che lo ha preceduto” perché “spazza via i crudeli regimi del potere moderno" e "offre enormi possibilità creative e di liberazione”.
È qui che torna in gioco Spinoza. Nella sua filosofia, l'ottimismo ha a che fare con la libertà e con la gioia di liberarsi dalla schiavitù. È qui che entra in gioco la moltitudine spinoziana, ovvero una molteplicità di singolarità, capace di lavoro immateriale, che offre un enorme potenziale di liberazione. L'allungamento delle prospettive di vita e l'arricchimento intellettuale e morale dei lavoratori sono un elemento positivo che ofrre più di una speranza. È qui che l'Impero diventa anche rivoluzionario. Dipenderà da come la moltitudine riuscirà a prendere parte del divenire stesso dell'Impero. In questa prospettiva, mentre il “terrorismo globale” è parte della “guerra civile” per la leadership neo-imperiale, sono i movimenti di resistenza e di "esodo" la nuova vera minaccia per l'ordine capitalistico globale.
Il fatto è che ovunque il biopotere, la biopolitica, la capacità cioè del potere di estendersi su tutti gli aspetti della vita, si esercita, esso apre il terreno a dinamiche microfisiche di resistenza, producendo una proliferazione dei conflitti. l'Impero stesso, d'altronde, è stato prodotto dalle lotte operaie, anticoloniali e dalla rivolta contro i totalitarismi. Battersi contro l'Impero al suo interno non solo è possibile ma è inevitabile. Malgrado l'instancabile e continua operazione di recinzione che le armate imperiali producono, si danno sempre nella globalizzazione spazi liberi, fori e pieghe attraverso i quali un esodo di resistenza può darsi. La rivoluzione che vedono Hardt e Negri, non è solo dentro l'Impero ma è anche attraverso l'Impero, una rivoluzione che si estende contro tutte le strutture centrali e periferiche del potere. È la “potenza della moltitudine”, il suo potere di “essere, amare, trasformare e creare” e il suo “desiderio” di emancipazione.
Il problema dell'organizzazione politica deve ora fare i conti con questa moltitudine di singolarità creative, esattamente come lo sviluppo del sindacato o del partito socialista aveva fatto i conti con diverse e successive figure del proletariato. Oggi è il momento di costruire una “nuova parte”, ovvero un “nuovo tutto” dei lavoratori immateriali, che non più usano lo strumento ma il cervello, diventando essi stessi mezzo di produzione. Il problema, come per Spinoza, non è mettere insieme individui isolati, ma piuttosto quello di costruire in maniera cooperativa forme e strumenti di comunanza e di condurre al riconoscimento (ontologico) di ciò che è bene comune. Dall'aria all'acqua fino alla produzione informatizzata e alle reti, ecco qual è il terreno sul quale si estende la libertà: come si organizza il “comune”?
Come S. Agostino si propose di combattere l'Impero Romano opponendogli la comunità universale dei credenti, oggi, in maniera del tutto immanente, si tratta di opporre al dominio imperiale il contro-dominio del contro-impero: si tratta, ad esempio, di formare un unico sindacato mondiale di tutti i lavoratori, una Big Union di tutte le organizzazioni sindacali mondiali. Il modello proposto è quello del IWW (Industrial Workers of the World), movimento radicale statunitense dei primi decenni del ventesimo secolo, famoso per i suoi scioperi di massa, privo di organizzazione e di qualsiasi gerarchia sindacale. Se nella modernità l'essere contro si esprimeva nel sabotaggio, oggi esso si esprime nella “diserzione” e nel “nomadismo”, di cui le imponenti immigrazioni sud/nord, est/ovest indicano l'esempio più evidente. I nuovi barbari sono allora i fuggiaschi, come i Sociniani o i padri pellegrini o gli Wobblies, ma non solo: assistiamo infatti anche e soprattutto ad un esodo antropologico, ad una trasformazione dei corpi (il piercing, il tatuaggio, la chirurgia estetica), all'esplosione delle diserzioni nei comportamenti familiari, sociali, sessuali ecc.
In questo contesto, le filosofie di Heidegger e Adorno fino a Derrida oggi non servono più. Il loro ruolo si è esaurito nella decostruzione del moderno, nella descrizione e previsione della sua crisi, nella prefigurazione della moltitudine; oggi si tratta invece di costruire un nuovo posto e una nuova ontologia. Machiavellicamente parlando, la caduta dell'Impero è inscritta nella possibilità sempre data di una opposizione della moltitudine che ne sta alla base. Sono i limiti culturali della comunicazione contemporanea che impediscono il riconoscimento di questa situazione. Da una parte, la grande stampa e i mezzi di comunicazione di massa ci bombardano ossessivamente indicando nel capitalismo la forma “naturale” dell'organizzazione economica, dall'altra, in maniera negativa, non si fa altro che riconoscere l'ineluttabilità del disastro presente cui non resterebbe che affidarsi, attraverso forme di pensiero irrazionali, mistiche e comunque passive.
La moltitudine deve, invece, iniziare il suo cammino di liberazione proprio liberandosi dalla paura della comunicazione dell'industria culturale e dal dominio della mistificazione intellettuale. “Come può l'azione della moltitudine diventare politica? Come può la moltitudine organizzare e concentrare le sue energie contro la repressione e l'incessante segmentazione territoriale dell'Impero?”. Alcune risposte sono date da Hardt-Negri partendo dalla richiesta di cittadinanza per i lavoratori immigrati fatta dai “sans-papier” in Francia nel 1996. Questa richiesta riconosce la natura deterritorializzata del lavoratore contemporaneo, in particolare del migrante. A prezzo di tragedie e violenze enormi, il lavoratore contemporaneo è un cittadino senza patria né nazione, la cittadinanza la conquista con il suo lavoro, spesso “in nero”, con il suo contributo indispensabile alla crescita del capitale sociale.
Un'altra richiesta fondamentale è data dal “salario sociale”, cioè di un salario garantito a tutti, come riconoscimento del nuovo statuto del “lavoratore sociale”. Nel momento in cui ogni aspetto della vita umana entra nel rapporto di produzione è chiaro che a tutti va riconosciuto un ruolo nella produzione di ricchezza. Infine, l'azione più importante: la riappropriazione, non più o non solo dei mezzi di produzione materiali, ma di quelli immateriali: conoscenza, cultura, tecnologia. Riappropriarsi di questi mezzi significa rivendicarne l'accesso democratico a tutti, significa rendere disponibile alle capacità espressive della moltitudine gli strumenti linguistici appropriati. Tutto questo naturalmente finalizzato alla formazione del “contro-Impero” attraverso la formazione di una società neo-comunista basata sulle necessità di tutti. Il libro si chiude con una formula “aperta”: la “grande organizzazione” che farà proprio il “potere costituente” deve ancora venire e non è possibile prevederne l'aspetto. Si può solo affermare con sicurezza che non calerà dall'alto, sarà una “città di uomini”, assolutamente terrestre, che emergerà dalla lotta tra l'Impero e la Moltitudine.
POTERE ALLA MOLTITUDINE
Il seguito di “Impero” si chiama “Moltitudine”. Sottotitolo: “Guerra e Democrazia nel Nuovo Ordine Imperiale”. Un libello più agile e meno impegnativo rispetto il rigore filosofico di “Impero”, pensato proprio per rendere maggiormente partecipe la stessa moltitudine cui si riferiscono i due autori delle tematiche centrali affrontate dall'opera precedente. La “moltitudine”, che Negri saluta come l' “universale concreto”, occupa il posto che una volta, nel discorso enfatico, era quello del “proletariato”: designa una rielaborazione del marxismo classico. Il capitale, secondo l'analisi marxiana, non ha come finalità produttiva la potenza comune, il benessere, ma il profitto, ricchezza astratta, “cattivo infinito” (Hegel) la cui logica s'impone a ciascun capitalista nella concorrenza universale, cioè, secondo uno schema ricorrente da Machiavelli e Hobbes (fino a Weber), l'ammasso di potere su potere, quali ne siano le conseguenze sulle persone, la cultura e la natura.
Proprio su questo punto la problematica di Marx viene rovesciata e allargata da Hardt e Negri. La lotta non concerne più specificamente una “classe”, che sarebbe quella degli “sfruttati”, ma una società nel suo insieme e nella sua totalità. E non si tratta neanche più di un “popolo”, che ne è solo la rappresentazione politica. Un diverso concetto è qui richiesto, quello cui conviene il nome di “moltitudine”, che designa al tempo stesso più della classe e più del popolo, con tutta la carica positiva di ontologia sociale che gli ha dato Spinoza. Non si tratta più della semplice figura politica e soggettiva di un “popolo”, il cui orizzonte sarebbe il contratto sociale, ma di una moltitudine di singolarità espressive e creative, coinvolte nell'intero meccanismo sociale, provviste di una capacità concreta di invenzione e di irruzione, di un potere costituente.
Una moltitudine pronta alla guerra.
La guerra e la politica, dapprima separate e confinate, la prima nei rapporti internazionali, la seconda all'interno dei singoli stati, tornano a mescolarsi diluite nella struttura neo-imperiale fornita dalla globalizzazione. La guerra si libera dai lacci in cui era stata confinata, sgretola ogni tabù e si ripercuote in ogni aspetto del sociale. È guerra totale, di informazione oltre chè di azione. Bisogna fare però attenzione a non fraintendere il discorso di Hardt-Negri. L'impero di cui parlano non sono gli Stati Uniti, la guerra a cui si riferiscono non è quella in Afghanistan o in Iraq, il “contro-impero” non sono solo i movimenti no global. La moltitudine di cui parlano Negri e Hardt è un “effetto collaterale” della globalizzazione: sono le nuove aggregazioni tecno-sociali che, all'interno della struttura imperiale-globale, trovano nuovi modi di comunicare e fare “massa critica”.
Sono le tecnologie reticolari, rizomatiche, dei nuovi media, che sfuggono al controllo dell'apparato imperiale e conducono verso nuove forme di resistenza, sovversione e di espansione della coscienza collettiva. Tra neo-comunismo e singolarità, negli squilibri di un mondo ad assetto globale e l'uscita del lavoro da una pura dimensione economica, la sfida della moltitudine è quella di trovare e costituire un nuovo fondamento dell'agire comune, di fronte ad un potere e un dominio biopolitico che pretende di estendersi alla vita nella sua interezza. Nel conflitto tra l' “uomo multidimensionale” del lavoro immateriale e quello “monodimensionale” ridotto a della merce-spettacolo, vive la speranza della “multitudo”, il vecchio, seducente concetto “spinoziano” che designa una molteplicità capace di farsi corpo, unita nell'agire comunitario, realmente democratico.
La chance è offerta alla moltitudine dalla crisi che stà investendo il dispositivo politico della modernità, ossia quel meccanismo di delega delle prerogative dei singoli a un potere che li sovrasta (pretendendo di esprimerli) che va dall’assolutismo alla democrazia parlamentare, dallo stato monarchico a quello socialista, e che è sfociata nel nuovo assetto globale, chiamato “Impero”, che fà della guerra il suo strumento di governo ordinario. Ma che, al contempo, stenta a dirigere il controllo della trasformazione dei modi reticolari di produzione. Da una parte è un ritorno, ad antiche forme di territorializzazione (l'Impero), dall'altra è una fuga, verso forme di deterritorializzazione (la Rete), dell'« uomo a molte dimensioni » che non può più essere ricondotto all’unica dimensione della merce.
Un processo, questo della moltiplicazione dei soggetti e delle risorse immateriali, che mina sia la “sovranità organizzativa” dei padroni (resa sempre più arbitraria) sia la forma moderna di democrazia, che sempre più appare come ingiusta e inadeguata, mostrando il suo vero volto: quello dell'Impero. Se l'Impero è ormai stato smascherato, cosa manca ancora alla moltitudine per avere la meglio e imporsi come “contro-Impero”? Secondo Negri e Hardt, moltitudine ha il significato di un progetto politico, di un dispositivo costituente, una forma evoluta di relazioni sociali. Un tessuto reticolare della produzione, dei rapporti sociali, dei movimenti, che si confronta con un potere che presenta anch'esso forme reticolari.
La difficoltà stà nell'afferrare il bandolo della matassa, che si ingarbuglia sempre più, date le nuove forme flessibili del conflitto. Moltitudine designa dunque, oltre a un progetto che muove dalla critica della rappresentanza democratica (e dalla sua crisi), un terreno di conflitto che è anche il terreno dello sfruttamento e cioè quello del “comune”. Laddove per comune non deve intendersi un mondo naturale, un patrimonio della collettività, oppure una autenticità incontaminata, ma una forma dell'agire e una apertura sul futuro. È, insomma, la cooperazione sociale tout-court (non intesa nel vecchio senso strettamente produttivistico) che, per la prima volta, dai tempi remoti delle cosiddette “civiltà idrauliche”, può diventare l'arma letale del “contro-Impero”, che si sottrae alla “cattura” della proprietà e del profitto. Resistenza e sviluppo di nuove forme politiche sono allora due facce del medesimo progetto. Forme politiche che, secondo Toni Negri e Michael Hardt, dovrebbero condurci fuori dallo spazio e dal tempo della sovranità “pseudo-democratica”, indissolubilmente legata a un rapporto di comando e obbedienza.
Poiché la moltitudine non prevede questo sdoppiamento tra rappresentanti e rappresentati, tra interessi particolari e interesse collettivo, essa non può neanche manifestarsi come forma altra della sovranità, come restava invece implicito nel programma socialista. Ciò significa che il suo scontro con i poteri dominanti, che conservano, a dispetto della crisi che li attraversa e delle contraddizioni che li minano, caratteri sovrani antichi, assumerà un carattere asimmetrico. Come asimmetrica è la guerra che oppone gli eserciti dell'impero alle guerriglie, alle resistenze e anche al terrorismo.
La resistenza asimmetrica, trasversale, come il terreno della guerra e la pratica del terrorismo non mancano di dimostrare quotidianamente, oscilla a sua volta tra inefficacia ed efferatezza. Queste circostanze sembrano insomma negare quel rapporto armonico tra efficacia, organizzazione e democrazia che la teoria positiva della moltitudine intende perseguire. Dunque, il problema resta drammaticamente aperto tra una forma dell’agire che produce risultati mostruosi (“il regno di Satana”) e un'altra che investe le coscienze e moltiplica desideri inappagati, che pure possono essere letti come un motore potente di rivoluzione.
Una cosa è certa: indietro non si torna.
Potere alla moltitudine.
E-mail: Alessio Mannucci
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