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La signora di Narmada
La signora di Narmada


di: Alessio Mannucci

Milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case per far posto a dighe, oleodotti, e comunità rurali che combattono disperatamente per fare fronte ai disastri ecologici chiedendo un'equa distribuzione delle risorse naturali. È lo scenario tanto inquietante quanto reale evocato dal libro di Marina Forti “La signora di Narmada, le lotte degli sfollati ambientali nel Sud del mondo” (Feltrinelli). Racconti asciutti e avvincenti quelli della giornalista del Manifesto che fotografano in modo impietoso, come la realtà che descrivono, un dramma planetario che appare irreversibile.

DISINFORMATION OVERLOAD

Non “Cronache Marziane”, ma terrestri, giornalismo allo stato puro. Informazione nuda e cruda. O forse sarebbe meglio chiamarla contro-informazione, dato lo stato attuale del “disinformation overload”.

CRONACHE TERRESTRI

Ovviamente non si può dire tutto. È necessario operare delle scelte. Ciò che si può fornire è sempre un frammento di realtà, una realtà virtuale, ma è importante nell'informare dare forma alla realtà. L'autrice di questo reportage ha scelto tra la moltitudine di fatti, notizie, eventi, a sua conoscenza, 25 storie, 25 cronache di un altro mondo che è proprio dietro l'angolo.

LE TENTAZIONI DEL BENE

Divise per cinque sezioni, acqua e petrolio, dighe e popolazioni espulse, foreste saccheggiate, la corsa alle risorse preziose, gli alberi e la terra, ogni finestra aperta su queste catastrofi in evoluzione offre diverse chiavi di lettura: come ad esempio quando racconta del progetto per realizzare un parco africano come la Mkomazi Game Riserve nel nord della Tanzania e affidarlo alla gestione da una organizzazione no-profit come il George Adamson African Wildlife Preservation Trust apparentemente impegnata nella difesa di specie animali. Per poi rivelare che per gli abitanti originari dell'area, l'antico popolo Masai, espropriati con la forza e depravati delle risorse naturali di cui vivevano, non ci sarà mai più un luogo dove poter vivere in libertà. È solo uno dei mille episodi narrati che svelano le reali conseguenze dei tanti interventi “Nordisti” dichiaratamente “a fin di bene”.

IL GOVERNO CONTRO IL POPOLO

C'è un filo conduttore che unisce tutte le storie: a fare le spese di una politica coloniale, imperialista, espansionista, del potente Nord, che si perdura da troppo tempo, è sempre il popolo, che se non si stermina da solo viene costretto ad andarsene, e la sua terra, che diventa proprietà delle multinazionali.

Il caso più estremo, sconosciuto ai più, è probabilmente quello della più grande miniera di oro e rame a cielo aperto del mondo. Dov'è? Nella parte ovest della Papua, territorio colonizzato dall'Indonesia in tempi relativamente recenti (nel 1967). È gestita da una multinazionale mineraria americana, la Freeport McMoRan Copper & Gold, Inc. di New Orleans. A visitare il sito web di questa confraternita di ex Ku-Klux Klna viene il voltastomaco: diritti umani, impegno verso l'ambiente, persino la foto di un ex giudice distrettuale, Gabrielle K. McDonald, che si dà un gran da fare per garantire il rispetto e lo sviluppo (degli introiti dell'azienda). Marina Forti racconta l'altra faccia di questa impresa nel solo anno 2002 versò 5,6 milioni di dollari per assicurarsi le prestazioni dell'esercito coloniale indonesiano, al suo servizio praticamente esclusivo.

LA SIGNORA DI NARMADA

«La signora di Narmada», che dà il titolo all'intero volume, è Medha Pakar, una biologa indiana che nel 1985 portò alla luce la vicenda della diga di Narmada, la lunga valle dell'India centrale destinata a ospitare, secondo i progetti del governo e del Fondo Monetario Internazionale, 3200 dighe grandi e piccole. Che importa se ognuno di questi sbarramenti comporta massicce dislocazioni, praticamente senza indennizzo, di migliaia di persone. Quella della Signora di Narmada e della resistenza popolare che l'ha sostenuta è stata una lotta decennale che ha conosciuto alti e bassi, vittorie in tribunale e persino all'Onu, ma anche pesanti sconfitte, dato che il progetto continua e nuovi villaggi vengono progressivamente allagati.

POPULAR REVOLUTION

Qui entra in gioco un altro fil rouge: ogni vicenda raccontata ha dei protagonisti dal basso, popolari, che agiscono in modo collettivo e organizzato sia per difendere diritti e possessi (una terra, una valle, una sapere), sia, ed è questa la novità più interessante, producendo alternative: magari una diga molto più piccola, locale, autogestita, come a Bilgaon, sempre nella valle di Narmada. Dunque la risposta delle moltitudini non si limita al sabotaggio ma anche a proporre un'alternativa reale, concreta, sia sociale che economica, dimostrando che le uniche soluzioni possibili, cioè sostenibili, umane, civili, non possono venire da biechi commercianti senza scrupoli del potente Nord ma sono quelle che nascono in loco, partorite da una realtà locale radicata nel territorio. È la storia, per esempio, di Hamidou Ouédraogo che in Burkina Faso ha coalizzato gli amici in un progetto di democrazia della terra, o ancora dell'intera città di Cochabamba, che bloccò la privatizzazione dell'acqua.

ECO-COMUNISMO

Al cuore di tutto c'è il tema intorno a cui si stà giocando la partita globale: l'idea di bene pubblico, di «commons» come li chiamano gli studiosi anglosassoni, di neo-comunismo, un a forma di eco-comunismo o comunismo sostenibile. Storia, tradizione e costumi locali dicono che per molti secoli, prima del capitalismo, gran parte delle risorse veniva gestita, protetta e sviluppata proprio con metodi collettivi centrati su norme di fatto e autodisciplina. In molti casi è un modello economico più efficiente della proprietarizzazione individuale, perché riesce a governare risorse non infinite (per esempio l'ammontare di legna di un bosco) dando ad ognuno secondo i propri bisogni e nello stesso tempo reprimendo gli abusi che producono spreco del bene pubblico.

STATE OF EMERGENCY

Sembra riemergere, proprio là dove lo stato di emergenza stà obbligando le masse oppresse a provare delle soluzioni, l'attualità di certi modi di organizzazione considerati superati e che invece offrono un modello perfino più valido dell'aberrante neo-liberismo tenuto in vigore dal potente Nord solo attraverso l'uso della forza.

DEMOCRAZIA REALE

È proprio qui, nel cuore di Mamma Africa, così come in Sudamerica, che emerge disperatamente la voce della democrazia reale. È dalla sofferenza che nasce la consapevolezza. Almeno in questo è lecito sperare.

OPEN LAND PROJECT

In fondo ciò che dicono i “Senza Terra” non è tanto lontano dal discorso che fanno i sostenitori dell'Open Source. Così come le comunità hacker si battono per liberare un bene comune, l'informazione, dalle fauci del capitalismo disumano, la resistenza popolare cede che sia liberato il territorio in quanto bene comune sia delle comunità locali che della comunità-mondo.

LA GUERRA INFINITA

Ovviamente tutto questo rappresenta solo un altro mondo possibile, sia la vittoria degli open-sourcers che dei Sem Terras non è affatto scontata. Il programma di Guerra Infinita parla chiaro. Ne prendiamo atto, e guerra sia, con ogni mezzo, e con ogni media, necessario.

17 aprile 2004 www.ilmanifesto.it

E-mail: Alessio Mannucci




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