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Baby lavoratori
Baby lavoratori


di: Marzia Bonacci

una piaga anche italiana

Lo scorso 12 giugno (2007) è stata la giornata mondiale dedicata alla lotta contro lo sfruttamento dei minori, che nel mondo sono 218 milioni e in Italia 400 mila. È grazie al loro infaticabile impegno, in condizioni di illegalità e di violenza, che tantissimi prodotti soprattutto alimentari giungono nei nostri mercati e sulle nostre tavole. Per questo il focus quest'anno è sul settore agricolo, dove si registra una altissima presenza di piccoli lavoratori

Il caffè che beviamo tutti i giorni o le sigarette che fumiamo, fino ai gelsomini che ci vengono regalati: di tutti questi prodotti dovremmo ringraziare le infaticabili mani dei milioni di bambini che sull'intero pianeta vengono sfruttati per realizzarli. In occasione della giornata mondiale contro il lavoro minorile, promossa come ogni anno dall'Organizzazione internazionale del lavoro, emerge la geografia di uno sfruttamento che fa rabbrividire e che non risparmia nemmeno il nostro paese, che si vuole moderno, democratico, civile.

Le cifre di questo fenomeno ricordate oggi ci parlano di 218 milioni di piccoli lavoratori fra i 5 e i 17 anni in tutto il mondo, spesso costretti in condizione di schiavitù e impegnati in attività illecite. Tra di loro, 126 milioni sono coinvolti in occupazioni pericolose. Il maggior numero di bambini lavoratori, 122 milioni, si concentra in Asia e nell'area del Pacifico; segue l'Africa Sub-Sahariana che ne conta quasi 50 milioni, mentre in America Latina sono 5,7 milioni.

Nei paesi industrializzati invece il numero si attesta ai 13 milioni, di cui 400 mila, fra i 7 e i 14, proprio in Italia (come fotografano l'ultimo rapporto in materia dell'Ires-Cgil). Quest'anno il focus di attenzione è dedicato in particolare al settore dell'agricoltura, dove si concentra il 70% dello sfruttamento dei baby lavoratori (Programma internazionale sull'eliminazione del lavoro minorile dell'Ilo), considerato per altro come uno dei settori maggiormente pericolosi vista l'esposizione che esso richiede a sostanze nocive come i pesticidi, le condizioni ambientali che portano a lavorare nei campi anche sotto il sole cocente e ad elevate temperature, o l'uso di macchinari e attrezzi rischiosi. Non a caso l'obiettivo di quest'anno è quello di una alleanza mondiale per combattere il fenomeno, lanciata dall'Ilo insieme ad altre cinque organizzazioni internazionali come Fao, Ifad, Ifpri, Cgiar, Iuf. Una proposta che spinge il direttore dell'associazione, Juan Somavia, a pronostici ottimistici: “Attraverso uno sforzo concordato possiamo raggiungere l'obiettivo di porre fine alle peggiori forme di lavoro minorile entro il 2016”, ha dichiarato forse alla luce del dato secondo cui tra il 2000 e il 2004 si è registrata una diminuzione dell'11% del fenomeno, passato dai 246 milioni di baby lavoratori a 218.

A questo nobile fine potrebbe contribuire anche la politica di introdurre obbligatoriamente nell'Ue l'etichetta di provenienza dei prodotti agricoli e alimentari affinché si instauri un vero commercio equo e solidale improntato al rispetto dell'ambiente e, soprattutto, dei lavoratori, scoraggiando così lo sfruttamento minorile. Del resto, secondo un sondaggio realizzato dalla Coldiretti, il 20% degli italiani chiede all'Unione Europea, massimo importatore nel settore agroalimentare, controlli che vadano in questa direzione garantista.

All'origine della precoce entrata nel mercato del lavoro ci sarebbero la povertà e l'impossibilità di accedere ad un'istruzione adeguata. Le disuguaglianze di censo, casta, etnia, religione e disabilità favoriscono l'esclusione dalla scuola e dalla formazione spingendo in direzione del lavoro prima del tempo. Per quanto riguarda il nostro paese, il fenomeno del lavoro minorile appare fortemente radicato anche se in leggera diminuzione, con settori come il comparto agricolo e artigianale che registrano la maggiore presenza di piccoli lavoratori (28,3% e 22,1%, secondo una indagine Ires-Cgil condotta intervistando quasi due mila consulenti del lavoro), seguiti dal terziario, dal commercio e dalla ristorazione (17,3% e 17,9%). Il settore dell'edilizia invece registra un “confortante” 5,39%.

È soprattutto nel periodo estivo, quando la stagione richiede una più nutrita manovalanza e possibilmente a basso costo, che la tendenza ad impiegare i minori cresce, soprattutto al Sud dove le famiglie sono più numerose e la dispersione scolastica più radicata. Causa principale, anche nel bel Paese, una condizione di disagio familiare (25,47%), un'economia sommersa (19,81%) e la povertà del contesto (18,87%). Anche l'inadeguatezza scolastica fa la sua parte: molto spesso infatti la scuola non garantisce una formazione tale da consentire un sano ingresso nel mercato del lavoro.

In Italia, dove la recente Finanziaria ha indicato nei 16 anni l'età possibile per l'acceso al mondo del lavoro conformemente all'innalzamento dell'obbligo scolastico, sono soprattutto i minori stranieri a rischiare un inserimento precoce nell'occupazione, che per loro si traduce in lavoro in nero e sfruttamento, anche in attività illecite come la prostituzione o l'accattonaggio. Il nostro paese, pur avendo ratificato nel 2000 la Convenzione Ilo 182 sulle forme peggiori di lavoro minorile (1999), non ha ancora predisposto il Piano d'Azione in materia, così come previsto dalla Convenzione e dalla Raccomandazione 190 Ilo ad essa allegata. Il Piano sarebbe invece di grande importanza per sviluppare strategie in grado di affrontare il problema delle peggiori forme di lavoro minorile, a partire dalla raccolta dei dati sul fenomeno fino ad approntare interventi concreti di prevenzione e di contrasto.

Data articolo: novembre 2007
Fonte: www.aprileonline.info




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