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di: Alessio Mannucci

THE SILENT WAR

Baixada Fluminense; periferia di Rio de Janeiro, una distesa informe di baracche in legno e lamiera, palazzoni di cemento nudo che da tempo hanno smesso di avere una dignità architettonica.

Baixada Fluminense è quella area di pianura che descrive la periferia di Rio de Janeiro e comprende i comuni di Nuova Iguaçù, Duque de Caxias, Mesquita, Nilopolis e molti altri, per un totale di quasi 8 milioni di persone. La maggioranza sono favelas o aree di gente povera. Questa area fino a quaranta anni fa era agricola, adesso è una fiumana di case, formatasi con il fenomeno dell'immigrazione.

La Baixada è, secondo le Nazioni Unite, uno dei posti più violenti al mondo: 12 omicidi al giorno, oltre a una serie di reati minori come scontri a fuoco e rapine. Il traffico di droga è ormai endemico, gli spacciatori vanno lì per raccattare manovalanza (corrieri, piccoli venditori, ecc.) e organizzare le loro guerre tra bande.

Baixada è lo spaccato più drammatico di un paese dove lo stato di barbarie provocato dalla globalizzazione ha raggiunto ormai livelli che disumani è dire poco. Il quartiere vanta primati come: il più alto numero di bambini di strada, quello in cui i bambini si ammazzano di più (di solito ingerendo veleno per topi), quello in cui vengono commessi più omicidi e in cui l'età media dei meninos de rua si è abbassata di più negli ultimi anni: da 10-12 anni a 4-5.

I ragazzini cominciano con piccoli furti e rapine, poi spaccio, per finire al soldo dei trafficanti che hanno decentrato i loro affari nella Baixada. Si fanno assoldare per povertà, stanchezza, e poi “per quella miseria che è la caratteristica di questa zona” dice Lucia Ines, una delle fondatrici della Casa do Menor. “Miseria culturale, di fede, morale. Una miseria assoluta, perché la gente non ha più valori, ha perso tutto, a cominciare dalla stima di sé”.

La maggior parte dei giovani qui non raggiunge i 18 anni. Vengono ammazzati prima. Dai trafficanti, perché il più piccolo sgarro viene punito con la morte, o dagli squadroni della morte, assoldati dai privati per garantire l'ordine. La Baixada vanta anche un altro primato: è la zona di Rio in cui i “justiceiros” ammazzano di più e più impunemente: 12 omicidi al giorno, tutti di persone “non identificate”, la maggior parte bambini, quasi sempre impuniti. I giornali non ne riportano neppure più la notizia, la polizia minimizza.

Gli squadroni della morte fanno parte della vita quotidiana nella Baixada fin dal 1950, quando i justiceiros cominciarono a sostituirsi allo stato. Una specie di “servizio pubblico” (parole loro), tanto che qualcuno lavora per soldi e qualcun altro lo fa solo “per rendere un favore alla società”.

Jubilee Campaign, una organizzazione per i diritti umani inglese, ha svolto una accurata indagine sul campo, nella Baixada, su incarico del parlamento inglese. Ha intervistato “justiceiros”, poliziotti, meninos de rua e gente della strada e poi ha pubblicato un rapporto di 64 pagine intitolato “The Silent War”. Un documento a dir poco agghiacciante. Gli squadroni, assoldati quasi sempre dai negozianti o dalle compagnie (per esempio quella dei Trasporti di Rio), sono formati da poliziotti, ex poliziotti, o killer professionisti.

Per essere giustiziati non c'è bisogno di essere coinvolti nel narcotraffico. Basta che il menino commetta un furto, o non paghi il biglietto dell'autobus, che risponda male a un justiceiro o a un poliziotto, e viene freddato per strada, con una pallottola alla testa. Così i ragazzi vengono ammazzati spesso in pieno giorno e nessuno denuncia il fatto perché sa che sarebbe ammazzato a sua volta.

La polizia, quando non è direttamente coinvolta, è comunque connivente.

Josè Sivuca, deputato per lo stato di Rio, passato alla storia, a suo tempo, per aver affermato che “un bandito buono è un bandito morto”, ha spiegato in una intervista alla Abc News che: “Una volta che la violenza si è installata in un luogo soltanto una violenza di senso contrario la può combattere”. In seguito alla pubblicazione del rapporto “The Silent War” sono stati identificati i due squadroni della morte più importanti della Baixada. Il primo, formato da 26 persone e diretto dal 37enne Tiao da Mineira, il secondo, di 14 uomini, diretto da Chiquinho Tripa, ex poliziotto. Giudicati responsabili di innumerevoli omicidi, i membri delle due organizzazioni sono stati condannati fino a 60 anni di prigione. Altri gruppi, come quello dei “Cavalieri Neri”, un misto di agenti di polizia e penitenziari, sono finiti nel mirino della giustizia. A denunciare i gruppi sono stati alcuni abitanti del quartiere, tra i pochi ad infrangere la legge del silenzio. I difensori dei diritti umani continuano a subire vessazioni, minacce di morte, diffamazione pubblica e a essere uccisi. Quelli che lavorano nelle aree rurali sono stati particolarmente vulnerabili alle aggressioni delle guardie assoldate dai proprietari terrieri, spesso con l'acquiescenza della polizia.

Valdania Aparecida Paulino, un'avvocata per i diritti umani che lavora a Sâo Paulo, ha ricevuto diverse minacce anonime dopo aver accettato di occuparsi di Josè Nunes da Silva e Ednaldo Gomes, uccisi secondo le accuse dalla polizia militare di Sâo Paulo il 31 marzo 1999. Márcio Celestino da Silva, che ha testimoniato sulla morte dei due uomini è stato fermato dalla polizia nel giugno 1999 e trattenuto per quattro mesi: é stato picchiato, sottoposto a tortura con scariche elettriche e gli è stato ordinato di ritirare la sua testimonianza. A Belem, nello stato di Pará, la poliziotta e Difensore Civico Rosa Marga Roth è stata citata in tribunale da un delegato di polizia che era il principale sospetto di un caso di tortura. Il delegato di polizia l'ha accusata di reati fra cui diffamazione e manipolazione di testimoni. Alla fine del 2000 doveva ancora subire due processi.

CIDADE DE DEUS

Il film “City Of God” (Fernando Meirelles Brasile/Francia/USA 2003 Tratto dal romanzo del brasiliano Paulo Lins) racconta la vita di una favela – Cidade de Deus – ai margini di Rio de Janeiro, partendo dagli anni ’60, per contrapporre al suo disfacimento l’ascesa di alcune potenti gang di quartiere. Buscapé, undicenne locale con un speciale talento per la fotografia, insegue i suoi sogni per sfuggire ad una esistenza segnata dal crimine e dalla corruzione. Tra episodi di violenza e il patimento di una povertà devastante, il timido studente descrive così il suo mondo e quello delle feroci bande giovanili, rischiando di frequente la propria incolumità.

Attraverso trent’anni di vita (dai 60’ agli 80’) e la prospettiva di due generazioni, “City of God” racconta la discesa agli inferi di un’intera classe sociale condannata ad implodere entro i confini della propria miseria, in una cornice esistenziale avvelenata dalla violenza e dalla criminalità.

“La morte si perde per il regista Fernando Meirelles nei dettagli del quotidiano, come parte dello spazio scenico a cui lo sguardo finisce, suo malgrado, con l'abituarsi. È l'impulso indotto da una ricerca estetica e narrativa che ostenta toni documentaristici e cromatismi d'autore: il degrado dello scenario suburbano viene espresso nella sua integrità anche grazie ai circa 200 attori non professionisti scelti tra le favelas (molti chiamati ad interpretare la loro stessa vita) – per consentire una verosimiglianza scandita dalla fisionomia, dal linguaggio e dalla gestualità di coloro che non tracciano linee di demarcazione tra l'artificio cinematografico e la dolorosa incidenza della propria routine” (Francesco Russo, Tempi Moderni).

LO STERMINIO DEI BAMBINI

(...) Nelle pieghe dei grandi centri urbani brasiliani è in corso un silenzioso sterminio di minori dediti a piccoli reati che si configura in una vera operazione di guerra. Una guerra che porta gruppi capeggiati da poliziotti a compiere pestaggi e torture, o alla costituzione di squadroni paramilitari promossi o tollerati dalle forze dell'ordine col pretesto che quei ragazzi sono irrecuperabili e pericolosi. Vengono chiamati “justiceiros”, “Polizia mineira” o “squadroni della morte”. Diversamente da quelli degli anni 70, non sono più formati esclusivamente da poliziotti... (...) In varie parti del paese è in atto uno sterminio dei minori, e devo purtroppo riconoscere che esistono poliziotti coinvolti in questa mattanza – ha dichiarato il segretario per la Sicurezza di Rio de Janeiro, Hélio Saboya, che prima di far parte del governo ha militato in movimenti per la difesa dei Diritti Umani (...) Ci sono momenti in cui mi chiedo chi è il vero bandito quando vedo le esecuzioni degli squadroni – commenta Almeida Filho, segretario per la Sicurezza dello Stato del Pernambuco [il Brasile è una Repubblica Federale formata da 25 Stati – n.d.t.], ormai rassegnato a leggere rapporti su ragazzini assassinati in Pernambuco dopo che hanno subito torture indicibili. Vi sono casi di sadismo bestiale: organi genitali amputati, occhi strappati; i corpi presentano sempre numerose bruciature di sigaretta e coltellate (...) Il problema è dovuto al continuo aumento di adolescenti, maschi e femmine, che cercano sulla strada un mezzo di sostentamento (...).

Vincitore del Premio Maria Moor Cabot, categoria Menzione d'Onore, patrocinato dalla Facoltà di Giornalismo della Columbia University, USA, “A Guerra Dos Meninos” (in it. “Lo Sterminio dei Bambini”, Baffi, 1990) di Gilberto Dimenstein è il resoconto di un'inchiesta sullo sterminio sistematico dei meninos de rua in Brasile. L'enorme scalpore suscitato dalla pubblicazione del libro ha contribuito a una presa di coscienza più realistica del fenomeno dei “bambini di strada” da parte della popolazione brasiliana, fino ad allora considerati un flagello da combattere anziché delle vittime.

Il libro ha dato origine a una Commissione Parlamentare di Inchiesta sull'infanzia abbandonata. “Quando si elimina un bambino di strada, si fa solo un favore alla società” (Silvio Cunha, presidente dell'Associazione dei Commercianti di Rio).

Fonti: BBC / peacereporter / mondointasca

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