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Schiave del sesso 5
Schiave del sesso 5


di: Alessio Mannucci

Festini in villa a luci rosse a base di droga, organizzati a Como e nei dintorni, erano da più di un anno la prigione di una romena 17enne, costretta da tre aguzzini a prostituirsi. La ricattavano, minacciando di inviare in patria i filmati, ripresi con i telefonini, delle violenze sessuali che aveva subito. È stata la giovane a trovare la forza di denunciare la sua situazione, spinta da un trentenne comasco che, innamoratosi di lei, l'ha convinta a raccontare.

Vendeva la figlia di 13 anni agli amici per una bottiglia di birra. È successo a Bari: il padre lasciava che i suoi conoscenti, uno per volta, o addirittura in gruppo, abusassero della ragazza, spesso in cambio di una bottiglia di birra. Dopo due anni di sofferenze, costellate anche da ricoveri in cliniche per problemi ginecologici, la ragazzina ha trovato il coraggio di denunciare tutto ai carabinieri. La vicenda si inserisce in uno scenario di degrado sociale e familiare. I genitori sono separati: la ragazzina spesso viveva con il padre che nel 2004, quando lei era poco più che tredicenne, cominciò a farla prostituire in cambio di pochi soldi. La ragazzina - a quanto si è saputo - era svegliata in piena notte era costretta a sevizie della peggiore specie da parte degli amici del padre, arrivando addirittura a vere e proprie violenze di gruppo.

Abusavano sessualmente di due sorelle, 28 e 35 anni, affette da problemi psichici: i carabinieri del nucleo di Taranto e Martina Franca hanno arrestato 21 persone. Le indagini erano partite nel 2006, a seguito di una segnalazione e di voci che da tempo si avvicendavano in paese. Fingendosi dei medici, per non spaventare le due disabili ed ottenerne la fiducia, i militari dell'Arma si sono trovati davanti un quadro raccapricciante: le donne venivano violentate da uomini senza scrupoli in cambio di pochi spiccioli, caramelle o ricariche telefoniche. I colloqui dei Carabineri con le vittime, in collaborazione con psicologi e veri medici, sono avvenuti in una struttura sociale nella quale le due sorelle trascorrevano alcune ore al giorno. Il giro di prostituzione avrebbe avuto inizio nel dicembre 2005. I 21 fermati sono accusati a vario titolo di violenza sessuale, circonvenzione d'incapace, sfruttamento della prostituzione e minacce nei confronti di due donne in condizioni di inferiorità psichica.

Zen, periferia di Palermo, scatole gialle di cemento armato. Moduli architettonici tutti uguali dove il sole non batte mai e le fogne sono putridi rigagnoli a cielo aperto. La Zona Espansione Nord, l'ambizioso progetto di edilizia popolare dell'architetto Gregotti degli anni ’70 si è trasformato, in breve tempo, nel ricettacolo di un'umanità dolente, con la gran parte degli alloggi occupati da abusivi e con le infrastrutture mai costruite. In uno di questi «cubi della disperazione» (l'architetto Fuksas recentemente ne ha proposto la demolizione), da più due anni, una madre costringeva la figlia, oggi appena quattordicenne, a prostituirsi in cambio di trenta euro a «prestazione». Adesso la madre è finita in carcere insieme con altri tre uomini. Durante le perquisizioni, eseguite dai Carabinieri del Reparto operativo a casa degli arrestati, sono stati trovati dei telefoni cellulari su cui erano state registrate immagini hard della ragazzina durante le prestazioni sessuali. Dalle indagini è emerso anche che la bambina «era sottoposta a vere e proprie sevizie sessuali». I quattro arrestati dovranno rispondere a vario titolo di prostituzione minorile, riduzione in schiavitù e atti sessuali con minore. È probabile che non fossero neanche gli unici «clienti» della povera ragazza. Era la madre di 39 anni, sposata con un meccanico e con altri 4 figli tutti minorenni, a costringere la figlia ad avere rapporti intimi con gli uomini del quartiere. Il tariffario oscillava dai 15 ai 30 euro. Gli arrestati, oltre alla madre, sono Francesco Muscatello, 57 anni, Maurizio Modica, 40 anni, Giuseppe Librera, 65 anni. La vittima, col supporto di una psicologa, ha ammesso con i carabinieri gli abusi subiti e ha accusato la madre: è stata lei a spingerla a incontrare quegli uomini. Dalle indagini, è emerso che, se la “baby prostituta”, una sera, non voleva concedersi ai suoi clienti, veniva ricattata con filmati registrati degli incontri sessuali precedenti con un telefono cellulare. A tradire gli uomini che ricattavano la ragazzina ci sono le telefonate registrate dagli inquirenti nel corso dell'inchiesta.

Lo Zen 2 sapeva da tempo della baby prostituta. E aveva già emesso la sua sentenza, prima ancora degli arresti. Maurizio Modica è stato sequestrato in strada da quattro uomini, incappucciato e scaricato in un garage, dove poi è stato pestato a sangue. Era sera, ha visto poco. Ma ha capito subito. Appena è tornato libero, è fuggito da Palermo. È stata la paura a far emergere la verità. Nel cuore della notte Modica è arrivato a Messina, e ha bussato alla prima stazione dei carabinieri trovata sulla strada. Per denunciare che una madre dello Zen faceva prostituire la figlia quattordicenne. Lui era l'unico a poterla incontrare a casa: in passato, aveva lavorato con il padre, dunque nessuno avrebbe sospettato incontri clandestini. Così Modica chiudeva la sua officina di fabbro, a Villagrazia, e si aggirava spesso fra i casermoni dello Zen. La spedizione punitiva è rimasta un mistero per tutti, anche per gli investigatori, che adesso stanno cercando di decifrare tutti i retroscena di questa brutta storia. Altri clienti restano ancora nell'ombra. Allo Zen 2 campeggia ancora lo sdegno della gente e dei familiari degli arrestati sulla saracinesca dell'officina di Muscatello: «Muori cornuto. Pedofolia porno star muori. Pidofilo Franco». Ma chi indaga guarda con distacco a quelle scritte. Potrebbero anche essere un diversivo per distogliere l´attenzione dai clienti che restano ancora in libertà. Comunque sia, nel quartiere ormai simbolo del degrado a Palermo, alcune mamme stanno già pensando di organizzare una manifestazione contro la pedofilia.

Aveva compiuto 19 anni da due giorni, lo scorso gennaio, quando, con una serie di minacce, una giovane romena è stata sottratta ai suoi genitori da una coppia di connazionali di poco più grandi, 23 anni lui, 22 lei. Stando agli accertamenti svolti dagli agenti del commissariato di Tivoli, la giovane veniva tenuta segregata in una casa in viale delle Milizie. Ogni mattina, la 22enne scortava la giovane a comprare i profilattici e poi, con i mezzi, la accompagnava al km 15 della via Tiberina. L'orario di lavoro stabilito andava, secondo la ricostruzione dei poliziotti, dalle 11 alle 18: il ricavo giornaliero era di circa 500 euro per una media di 15 rapporti sessuali. A intralciare il lavoro dei due sfruttatori ci si è messo il fidanzato della 19enne. Per tutta risposta, la coppia ha costretto la ragazza, e altre sfruttate, a denunciare il giovane con una serie di dichiarazioni false. L'epilogo lo scorso 4 maggio, quando la ragazza è riuscita a fuggire dalla casa prigione di viale delle Milizie e a denunciare il tutto. Gli agenti hanno scoperto che gli sfruttatori avevano altre ragazze al proprio servizio segregate che venivano fatte prostituire su Aurelia e Laurentina. Sono stati arrestati per induzione e sfruttamento della prostituzione, sequestro di persona e violenza privata.

La prigione delle schiave del sesso era una gabbia di ferro chiusa da un lucchetto, in un capannone di via Case Rosse, sulla Tiburtina a Roma. Un posto da incubo, da dove provenivano grida e lamenti, scoperto dai vigili dell'VIII gruppo durante un'inchiesta su un gruppo di sfruttatori romeni. Sei le persone finite in manette, cinque uomini e una donna, tutti romeni accusati di riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione, detenzione di armi e altri reati. Gli uomini di Antonio Di Maggio hanno anche “liberato” due cugine diciassettenni, entrambe arrivate dalla Romania e finite in ostaggio della banda. “In particolare G... dichiarava che con inganno veniva condotta in Italia nel gennaio 2006 dalla Mariana la quale le aveva proposto di assumerla quale baby sitter per la figlia - si legge nel verbale della polizia municipale - in realtà le due donne, una volta giunte in Italia, più precisamente a Milano, subito dopo raggiungevano la città di Roma dove Mariana, sempre con l'inganno, si faceva consegnare il passaporto [...] Alla stazione, con la complicità di due giovani romeni, G... veniva condotta presso un'abitazione dove le veniva comunicato che il lavoro che doveva intraprendere non era quello di baby sitter, ma quello di prostituirsi... La minore a tale affermazione si opponeva chiedendo di essere riportata in Romania dovendo desistere subito dopo a causa delle percosse infertele.... L'uomo, dopo il pestaggio, profferiva la seguente frase: non ti meno in viso altrimenti i clienti ti vedono rovinata”.

Il seguito è una serie di orrori, ormai, purtroppo, fin troppo frequenti. La classica odissea di tante giovanissime schiave venute dall'Est. “La sera stessa G... dopo essere stata costretta a indossare vestiti succinti, veniva avviata alla prostituzione in via Palmiro Togliatti e affidata a un'altra ragazza che le avrebbe insegnato le modalità consistenti nelle prestazioni sessuali e il relativo prezzo: 30 euro in auto mentre se si fosse accompagnata a casa di un cliente doveva chiedere 150 euro l'ora.... La minore denunciava inoltre: 'Non mi permettevano di uscire durante il giorno, tenendomi reclusa con la porta chiusa a chiave... Se avessi provato a scappare mi avrebbero tagliata tutta e messo sale sulle ferite”. L'altra ragazza, M. ha denunciato il suo sfruttatore: “Il quale, dopo averla prelevata dalla Romania la conduceva in Italia, più precisamente in località Anguillara, ove, condotta all'interno di un appartamento, dopo averle tolto il passaporto, la segregava per quattro giorni picchiandola e violentandola più volte al fine di costringerla a prostituirsi”. Poi l'irruzione sulla Tiburtina e la scoperta della gabbia degli orrori.

Straniere, quasi sempre irregolari - e quindi deboli perché non possono rivolgersi alle Forze dell’Ordine, visto che rischiano il rimpatrio forzato: sono le schiave del sesso, le donne sfruttate dal racket della prostituzione di strada nel territorio del Melegnanese. Decine e decine di ragazze, sempre più spesso minorenni, anche 14enni, poco più che bambine. Le strade intorno a Melegnano brulicano della loro presenza. Impossibile non vederle: basta uscire dalla città e imboccare, ad esempio, la provinciale Melegnano-Binasco, o la Cerca, ma anche spingersi sulla via Emilia in direzione di San Giuliano, oppure verso Lodi. Le vittime della tratta sono sfruttate giorno e notte, con la violenza e le minacce.

Secondo la relazione 2006 dei volontari dell'Associzione Lule Onlus. Lule (“fiore” in albanese), un'iniziativa nata nel 1996 dall'impegno della Caritas Decanale di Abbiategrasso per intervenire nel settore della prostituzione di strada e della tratta a scopo di sfruttamento sessuale, «...nella fascia diurna il fenomeno è caratterizzato dalla presenza prevalente di ragazze nigeriane, albanesi e rumene. Quest'ultime sono comparse in maniera più significativa nel corso dell'anno. Discontinua e minore è invece la presenza di donne e transessuali sudamericani. Le aree di maggior presenza riguardano soprattutto il tratto di Binasca tra Carpiano e Melegnano e la statale SS 412, l'area intorno a Lacchiarella, Binasco e Zibido San Giacomo e, infine, la forte presenza di ragazze nigeriane su Pieve Emanuele...». La maggior parte delle ragazze sono risultate essere in Italia ed avviate all'attività prostituiva da diverso tempo, ciò vale in particolare per le albanesi o le nigeriane, mentre per le rumene ed altre est europee è spesso evidente la condizione di disagio e dipendenza da altre ragazze: alcune hanno confidato agli operatori di non poter eseguire controlli medici, o addirittura parlare troppo con gli stessi, a causa di precisi ordini imposti da chi le controlla. L'altra etnia presente in maniera significativa è rappresentata dalle ragazze est europee (Moldave, Rumene e Russe) controllate molto da vicino dal gruppo criminale che ne gestisce lo sfruttamento, e da ragazze albanesi in aumento sul territorio. «Frequente è la segnalazione di aggressioni ai loro danni, in genere da parte di clienti dall'apparenza insospettabile, episodi che generano forte turbamento, oltre a lasciare spesso evidenti segni fisici. In alcune aree (Binasca e altre) la segnalazione di episodi di questo genere è più frequente e finisce a volte in tragedia». Con l'aumentare della loro presenza cresce anche il disagio e la rabbia dei cittadini. In alcuni Comuni della zona si organizzano in comitati contro la presenza delle prostitute, come testimonia, ad esempio, la fiaccolata tenuta a Pieve Emanuele nel 2006.

In tutto questo c'entra anche il modello economico del Nordest. Claudio Donadel, esperto di tratta. «Dal 2000 in poi hanno cominciato ad arrivare le rumene. Prima c'erano le albanesi, controllate dai loro clan. Poi il mercato si è esteso, riflettendo logiche da globalizzazione. Le rumene sono arrivate dentro i camioncini che trasportavano le merci prodotte dalle prime industrie italiane che a Timisoara avevano cominciato la delocalizzazione». Ma a differenza della merce materiale, le donne vittime di tratta non hanno sempre un mittente e un destinatario. Nel loro peregrinare subiscono i trattamenti più diversi, spesso violenti, conoscono l'iniziazione alla vita da strada. È un trasferimento a tappe, vengono passate da un gruppo all'altro, mentre superano le frontiere, in una sorta di staffetta. Passano di mano in cambio di denaro. Sono un costo che viene rimborsato a chi effettua il trasporto, ma sono anche un ottimo investimento per chi poi le cederà. Qualche anno fa, il sostituto procuratore Raffaele Tito scoprì a Trieste che le donne venivano messe in vendita, con una specie di asta pubblica, in autostrada, in quella kashbah che è l'area di servizio di Gonars, la prima dopo l'incrocio delle autostrade provenienti da Slovenia e Austria. Donne vendute come animali.

Il racconto di V., ingannata dal fidanzato, è esemplificativo. «M. mi aveva chiesta in sposa e andiamo nel suo appartamento. Il giorno dopo in cinque siamo partiti per l'aeroporto di Bucarest. M. ci dice che aveva fatto i visti per la repubblica Ceca. A Praga ci vennero a prendere un rumeno e un ceko con due auto. Dopo tre ore ci siamo fermati in un appartamento al confine austriaco. Abbiamo dormito una notte e ho sentito due sorelle che parlavano di un lavoro sulla strada. Ho chiesto spiegazioni a M. che mi ha confermato che in Italia avrei dovuto prostituirmi. Lì aveva altre due ragazze che lavoravano per lui. Mi ribellai, ma minacciò me e la mia famiglia. Mi chiuse a chiave. Poi mi disse che lavorando avrei rimborsato i soldi e mi avrebbe fatta andare via. Ma non mi disse la cifra... Un ceko ci portò a un furgone con altre nove persone. Attraversammo la frontiera austriaca a piedi, con un rumeno, sotto la pioggia attraverso campi e boschi. Siamo arrivati in Austria dove ci attendeva il furgone che aveva passato normalmente il confine. Il mattino dopo eravamo a Udine. Al passaggio della frontiera italiana l'uomo che guidava ci disse di nasconderci per terra nel furgone. Nessuno ci ha fermati».

Dice di chiamarsi Lina, 50 anni ma forse di più, originaria del Liaoning, Cina del Nord, sposata, mamma di una studentessa universitaria che vive ancora in Oriente, finita a battere sui marciapiedi di via Ripamonti, a Milano, dopo il tracollo dell'industria siderurgica in cui lavorava. «Al mio paese facevo la contabile in una ditta - racconta - distribuivo le buste paga agli operai. Poi l’impresa ha chiuso e non sono più riuscita a trovare lavoro. Ma avevo bisogno di soldi». Così, è venuta in Italia: «È successo due anni fa. Ho cominciato a lavorare come baby-sitter a Prato per una famiglia ricca di Pechino. Mi occupavo dei due bambini, lavavo, stiravo, facevo tutte le pulizie, ma sono stata licenziata. Hanno preferito una più giovane. Allora sono venuta a Milano e qui mi sono messa a lavorare in un laboratorio tessile. Però era troppo dura, si stava sulle macchine anche 17 ore di fila, per 500 euro al mese. Non ce la facevo. Ho una certa età, questa gamba, per esempio, sono tre mesi che mi fa male». Più facile, allora, mettere da parte un po' di soldi stando su un marciapiede. Offrire sesso a prezzi stracciati, a volte addirittura anche solo per cinque euro, per vincere la concorrenza delle prostitute più giovani, vendendosi a clienti extracomunitari, ma anche italiani, che hanno pochi soldi. Otto, nove ore al giorno, un po' in Piazzale Lotto un po' in via Ripamonti, appostandosi dietro alle fermate dell'autobus per non farsi vedere dalle pattuglie della polizia.

Un percorso in discesa che, come Lina, sta coinvolgendo sempre più donne cinesi, tra i 50 e i 60 anni che, per vivere, sono costrette a vendersi in strada. «Fino a un anno fa questo tipo di prostituzione, a Milano, non esisteva - spiega Daniele Cologna, sinologo dell'associazione Codici - è un fenomeno del tutto nuovo, ma in continua crescita». Da tempo, Cologna opera fianco a fianco con le unità di strada della Caritas e dei Padri Somaschi, che tentano di aiutare le squillo, offrendo loro assistenza e consigli. Sforzi generosi che il più delle volte però non bastano. «Queste donne sono completamente sole, non hanno un protettore - racconta - spesso vengono picchiate dai clienti che rubano loro l'incasso o pretendono prestazioni gratis. La loro è una lunga storia di sfruttamento. Prima, nelle grandi industrie pesanti della Cina del Nord. Quindi il licenziamento e il viaggio verso l'Italia dove, alla fine, si prostituiscono per pochi euro».

Dietro le comitive clandestine - come emerge da un'inchiesta condotta dal Tribunale di Milano nel 2005 - ci sono i famigerati “She Tuo”, le teste di serpente. Veri trafficanti d'uomini, che, come rettili, guidano i migranti verso la speranza di un nuovo futuro. Costo dell'operazione: 6000 euro, tutto compreso. Agli immigrati vengono forniti passaporti e visti falsi. Poi, una volta in Italia, c'è chi viene ad accoglierli in stazione o all'aeroporto. Dopodiché devono arrangiarsi. «Molte lavoratrici orientali - continua Cologna - hanno trovato impiego nei laboratori tessili. Luoghi infernali, sui quali hanno speculato in molti: anche vari stilisti, che acquistavano lì i tagli grezzi. Ma poi, un paio di anni fa, tutta la produzione è stata trasferita nell'Europa dell'Est». Questioni di bilancio: «Tante ex operaie si sono riscoperte sole, senza più lavoro. Altre avevano già mollato, sfiancate dai ritmi di produzione. A tutte loro non è rimasta che un'unica via d'uscita: il marciapiede». Ma poiché l'età non gioca dalla loro parte, ecco la necessità di abbassare i prezzi a cui vendersi. Di donne come Lina, le équipe di strada della Caritas e dei Padri Somaschi ne hanno contate, finora, più di 40. Ma sono stime che peccano per difetto, anche perché sono molte quelle che non si lasciano avvicinare dai volontari, hanno paura e scappano. Molti clienti si danno addirittura appuntamento in Internet, su forum creati ad hoc. Si scambiano opinioni, pubblicano commenti e amabilmente dissertano circa le loro nuove «prede» venute dall'Oriente. Uno di loro, “Lupo Grigio”, scrive: «Per quella sera cercavo qualcosa di veramente trucido. Ho rallentato, accostato, abbassato il volume della radio. Lei si è avvicinata: splendida, sorridente e grinzosa. Era lei quella che cercavo».

La donna parla al telefono con la «padrona» e dice: «Un uomo mi ha picchiato e violentato. E lei, glaciale: «Sì, ma i soldi li hai salvati ?». Un'intercettazione su uno dei cellulari del call-center del sesso cinese ha permesso di sgominare a Pescara un'associazione per delinquere per lo sfruttamento della prostituzione. Chiuse tre case d'appuntamento. Per cinque persone, la prostituta Zhao Li, di 40 anni, le tre «menti» del gruppo, Liu Yong Jiao (26 anni), il suo compagno Chen Hongguang (36 anni), una donna più anziana, Hou Xiu (48 anni), che aveva il compito di smistare le chiamate dei clienti e che si occupava anche degli annunci e dell'andamento dell'incasso, e, infine, per la sfortunata L.L. di 39 anni, la vittima dello stupro, sono scattate le manette. Quest'ultima è finita in carcere perché non aveva lasciato l'Italia come le aveva ordinato il questore di Venezia. L'accusa, per i primi quattro, è di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione e al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Sono state le lamentele dei cittadini a mettere la polizia sulle tracce dei cinesi. Quel viavai continuo negli appartamenti, dove per salire non si citofonava neppure ma si faceva uno squillo sul cellulare, hanno accompagnato per lunghi mesi le giornate dei vicini di quella casa abitata da gente del tutto particolare. La polizia ha fatto pedinamenti e intercettazioni ed è arrivata a sgominare un'organizzazione che rimandava in Cina tutti i soldi dell'attività illecita. Assicuravano loro vitto e alloggio, le spostavano di casa in casa e le rifornivano puntualmente di profilattici. Ne sono stati sequestrati oltre 500, tutti della stessa marca. Ogni casa d'appuntamento fruttava 1500 euro al giorno, 50 euro a prestazione. In un mese, le tre «filiali» di una medesima organizzazione criminosa fruttavano qualcosa come 135mila euro. I soldi venivano rimandati subito in patria. In una telefonata, una delle arrestate avverte l’amica: «Sbrigati perché la polizia ha già sequestrato parecchi soldi». Il riferimento è alle altre due case d'appuntamento (una in piazza Martiri Pennesi e l'altra in via Venezia) chiuse a metà dicembre 2006.

“Mi portarono in Cina quando ero sedicenne. Le ragazze avevano dai 14 ai 17 anni. Ci costringevano a soddisfare 40 o 50 soldati al giorno. Era una cosa impossibile. Mi rifiutai e mi picchiarono. Se una di noi si rifiutava, le tagliavano la pelle col coltello. Alcune vennero pugnalate, altre morirono di malattie. È stata un'esperienza dolorosissima: c'era poco cibo, non riuscivamo a dormire e neanche eravamo in grado di suicidarci. Volevo scappare a tutti i costi. Così parla Lee Ok-sun, una sudcoreana di più di 80 anni che, assieme a decine di migliaia di connazionali, durante la Seconda Guerra Mondiale venne sfruttata come schiava del sesso per i militari giapponesi. Le chiamavano “donne di conforto”, e Lee Ok-sun prestava servizio in una “stazione di conforto” della città di Yanbian, nella Cina nordorientale. Dopo anni di proteste, il movimento delle sopravvissute è tornato a fare sentire la propria voce. Nato nel 1992, anno in cui le donne coreane hanno iniziato a manifestare con coraggio ogni settimana di fronte all'Ambasciata giapponese in Corea del Sud, il movimento chiede essenzialmente tre cose: l'ammissione, da parte del Governo di Tokyo, della piena responsabilità per quanto accaduto e il riconoscimento ufficiale del dolore causato che, quantomeno, restituirebbe dignità alle sopravvissute. Secondo, un risarcimento economico adeguato alle “donne di conforto” o ai loro parenti stretti. Infine, che i libri di testo scolastici descrivano in maniera accurata il sistema della schiavitù sessuale nella II Guerra Mondiale.

Il nuovo leader del Giappone, Shinzo Abe, ha mantenuto la stessa posizione dei propri predecessori, sottolineando che non esistono prove che dimostrino che le “donne di conforto” siano mai state impiegate come schiave del sesso dai giapponesi. Al Congresso degli Stati Uniti, si è aperto un dibattito su una mozione orientata a chiedere al Giappone di presentare pubblicamente delle scuse chiare e univoche sulla faccenda. Dopo quattro giorni di intensi colloqui, i cento delegati giunti a Seul da Australia, Corea del Nord, Filippine, Germania, Giappone, Indonesia, Olanda, Stati Uniti, Taiwan e Timor Est in occasione della Ottava Conferenza Internazionale sulle “donne di conforto”, hanno firmato l'ennesima dichiarazione a condanna del Giappone.

Dai barrios più malfamati, dove la guerra cova sotto la cenere di loschi traffici e corruzione, vittime dello sfruttamento sessuale minorile, arrivano Cindy e Mayra, 14 e 17 anni, cugine. Magre, slanciate, nere come la pece. Le cugine vivono nel paseo Bolivar, uno dei quartieri più malfamati della periferia, a mezz'ora di autobus dal centro di Cartagena de Indias. Abitano in una stanza spoglia, senza mobilia. “Dormiamo per terra, abbracciate”, dice Cindy. “Noi non facciamo quello che pensate voi - interviene Mayra, risoluta - chiediamo solo un po' di cibo. Fra noi chi batte è solo Laura, quella nostra amica laggiù con la maglietta nera. Lei va con i turisti per denaro e compra qualcosa anche per noi. Ma ultimamente ha spesso la febbre e dimagrisce a vista d’occhio. Sarà ammalata di Aids”. L'Aids ne uccide tanti, cibandosi dell’ignoranza e della vergogna dei sieropositivi. “Sono 15 mila pesos all’ora - incalza Cindy - le bambine non possono pretendere di più. Sono inesperte. La tariffa di una donna navigata è ben più alta”. Per fare sesso con una minorenne a Cartagena si spende l'equivalente di 7 euro all’ora. “In una sola sera Laura riesce a portare a casa anche 50mila pesos”, circa venti euro. Chiede Cindy: “Una curiosità: un bambino italiano quanto chiede ?”.

Cartagena de Indias rimanda a quel mondo immaginifico e frustrato che valse un Nobel in letteratura allo scrittore Gabriel Garcia Marquéz. Oggi, la città colombiana dal sesso facile torna in primo piano grazie ad una misura adottata dal Governo nel combattere la pedofilia e lo sfruttamento sessuale minorile con l'approvazione di un Testo unico della Legge sull'infanzia e l'adolescenza. Stando a quanto documentato da Peace Reporter, la normativa, elevando giuridicamente la protezione dei soggetti al di sotto dei 18 anni, ha il merito di infliggere un duro colpo alla realtà pedofila locale, tristemente sviluppata anche a causa di un turismo sessuale fiorente che vede coinvolti ogni anno migliaia di bambini e adolescenti (le stime parlano di un totale di 14 milioni di piccole vittime), grazie anche alla vecchia forma di tutela, che vietava l'applicazione della custodia cautelare in caso di reati con pena inferiore ai 4 anni (pena fino a poco tempo fa prevista per gli abusi contro minorenni), che ha di fatto permesso la circolazione a piede libero di criminali ed aguzzini.

Il Sudamerica ha subito e continua a subire i contraccolpi del processo di globalizzazione. Eppure, già nel 1927 un testo, che si potrebbe definire antesignano della Convenzione ONU, riconosceva diritti fondamentali ai bambini di quelle regioni: si tratta del “Table of the Rights of the Child”, una carta dei diritti del fanciullo promossa dall'allora Ministro della Pubblica Istruzione uruguayano Enrique Rodríguez Fabregat, il quale colse nel rispetto di tali diritti - da menzionare i diritti alla gioia, alla vita, al gioco - “il segreto della grandezza e della gloria delle nazioni e dei popoli”. Gesto del tutto innovativo, poi assorbito dal sistema regionale di protezione quale l'Organizzazione degli Stati Americani (OAS) - organizzazione che riunisce tutti i paesi dell'America Latina, tra cui anche Argentina, Messico e Bolivia ad esclusione di Cuba dal 1962 - e in particolare dalla Corte Inter-Americana dei Diritti dell'Uomo (l'equivalente della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo nel sistema regionale del Consiglio d'Europa). Virando ad Est, invece, l'Associazione per la Cooperazione Regionale del Sud Asia (SAARC) è ciò che più si avvicina a un sistema di protezione. Il documento più significativo è forse la Convenzione sull'Organizzazione Regionale e la Promozione del Benessere del Fanciullo in Sud Asia, sottoscritta nel 2002 da Bangladesh, Bhutan, India, Maldive, Nepal, Pakistan e Sri Lanka. Ma qui finiscono le forme di tutela dei minori. A parte l'Unione Africana - la quale, nonostante la Corte Internazionale Africana per la Protezione dei Diritti non sia ancora entrata in funzione, è annoverata tra i tre principali sistemi di protezione regionale nel mondo - non esiste nessun altra realtà internazionale di protezione. Inesistente in Medio Oriente così come in Cina, unica nazione al mondo a non avere tutela giurisdizionale per i diritti umani, nonostante i diritti dei minori cinesi e sud asiatici, così come quelli dei minori sudamericani, siano costantemente calpestati e inghiottiti dalla piaga del turismo sessuale. Nel marzo del 2006, una rete dedita al traffico internazionale di esseri umani ha portato all'arresto di un direttore d'orfanotrofio nella regione dello Hunan, in Cina: i bambini venivano venduti a circa 2 mila dollari l'uno e destinati alla prostituzione, all'adozione o al lavoro forzato - anche in questi ultimi casi, denunciano le autorità, si riscontrano abusi sessuali durante i vari “passaggi” da un acquirente ad un altro. Le bambine sono la categoria più a rischio, in risposta ad una cultura rurale che vede nel maschio un investimento più sicuro per la coltivazione dei campi e la prosecuzione dell'attività familiare.

Non è escluso che molti minori cinesi in Italia abbiano subito lo stesso tipo di iter. Il nostro sistema nazionale annovera diversi rilievi normativi a tutela del minore - che non si incentrano esclusivamente sul reato di pedofilia ma fanno leva anche su altre tipologie di reato applicabili alla lotta contro lo sfruttamento sessuale di minori. In tal senso, la legge del 15 febbraio 1996 n. 66, recante “Norme contro la violenza sessuale”, o la legge dell'11 agosto 2003 n. 228 sulle “Misure contro la tratta di persone” - meglio conosciuta come legge Prestigiacomo - che prevede pene più pesanti per chi sfrutta e approfitta dei minori riducendoli in uno stato di schiavitù. A queste si affiancano normative specifiche quali la legge del 3 agosto 1998 n. 269, intitolata “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori quali nuove forme di riduzione in schiavitù”, la legge n. 154 del 2001, intitolata “Misure contro la violenza nelle relazioni familiari”, che ha introdotto nel nostro ordinamento nuovi strumenti diretti a contrastare il problema della violenza all'interno della famiglia. Infine, la più recente legge n. 38 del 2006 - “Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet” - che ha dato nuovo impulso alla lotta contro la pedofilia in rete. È una sezione speciale della Polizia di Stato, la Polizia Postale, a smascherare di concerto con gli altri reparti delle Forze dell'Ordine il commercio di materiale pedopornografico online, assieme al neo Centro Nazionale per il contrasto della pedopornografia sulla rete Internet del Ministero dell'Interno. Quello che però emerge è che se in Italia vi è un'applicazione viva di queste regole, altrettanto non può dirsi nel resto del mondo: le denunce dell'Unicef o di Amnesty International comprovano il lassismo di fondo dei governi e delle società nell'elevare la dignità del minore. Perché spesso le leggi restano solo lettera morta.

Il segretario generale del Consiglio d'Europa, Terry Davis, ha 'bacchettato' diversi paesi europei - la maggioranza, tra cui Italia e Gran Bretagna - per non aver ancora aderito alla Convenzione contro il traffico di esseri umani che mira in particolare a sradicare il fenomeno della prostituzione perseguendo i “criminali internazionali” che lo gestiscono, a impedire la schiavizzazione per il lavoro nero o per il prelievo di organi e ad aiutare le vittime di questa “scandalosa situazione”. Davis ha invitato Roma, Londra e altre decine di paesi a ratificare la Convenzione europea “con la massima urgenza”. Tra le misure per la prevenzione della prostituzione suggerite ai paesi che adottano la Convenzione (“finora incredibilmente sottoscritta sol