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Bambini di strada (parte 3)
Bambini di strada (parte 3)


di: Alessio Mannucci

BAMBINI-SCHIAVI

In India, i bambini-schiavi sono circa 44 milioni. Hanno tra i 5 e i 14 anni. Lavorano, producono reddito, producono profitti. La loro attività economica entra nelle statistiche ufficiali, si traduce in prodotto nazionale lordo, in tasso di crescita, in dati macroeconomici. E scompare. I bambini-schiavi sono spesso affittati dai loro stessi genitori a imprese industriali o a mediatori che ne sfruttano il lavoro fino al limite delle possibilità fisiche. Altri milioni vivono di carità, costretti a mendicare per cercare di fare un po’ di soldi per le loro famiglie o più semplicemente per se stessi. Per sopravvivere.

Altri milioni ancora nascono e vivono sui marciapiedi di Calcutta, New Delhi, Mumbai, Madras. Per non parlare di quanti vengono deliberatamente storpiati da organizzazioni senza scrupoli perché suscitino la pietà della gente quando chiedono l'elemosina.

A Chingleput, Stato del Tamil Nadu, nel sud-est dell'India, si produce il “bidi”, la tipica sigaretta indiana. Nella fabbrica di Chingleput lavorano circa mille persone di cui più di 600 sono bambini e bambine tra i 6 e gli 11 anni. Sono schiavi, costretti a produrre da un diabolico meccanismo da cui non si possono liberare.

I “bidi” vengono fatti a mano, uno per uno: arrotolati, riempiti di tabacco, chiusi, annodati. È una lavoro che richiede dita sottili. Le mani di un adulto non sarebbero in grado di farlo, I bambini che lavorano nella fabbrica di Chingleput, come in tutte le centinaia che si trovano negli Stati del Tamil Nadu e dell’Orissa, sono stati venduti, se non proprio ai proprietari delle manifatture, a mediatori. Il meccanismo di reclutamento è semplice. Il mediatore si presenta o viene chiamato in una famiglia con molti figli. Offre un prestito, 1.000÷1.500 rupie (tra i 25 e i 38 €). Il pegno del prestito accordato alla famiglia sono i figli. Uno, due, talvolta tre figli ingaggiati come “bidiworker” sin quando il debito sarà saldato. Con gli interessi naturalmente.

Nirmala, una bambina di 10 anni, dice di lavorare almeno 18 ore al giorno. Da circa un anno non vede i suoi genitori. Theruveethi, suo fratello, 11 anni, cerca di spiegare la situazione: “Con Nirmala produciamo migliaia di bidi ogni giorno, io li arrotolo e lei li chiude”. I genitori hanno ottenuto un prestito di 1.500 rupie, a un interesse composto annuo del 35%. Ci vogliono più di due anni perché il debito sia rimborsato.

L'india è percorsa da decine di migliaia di “contrattanti” alla ricerca di bambini abili al lavoro e di famiglie disposte ad affittare questi figli contro miserabili prestiti. Quello che avviene nelle manifatture di “bidi” si verifica anche nelle fabbriche di fiammiferi. Anche questi vengono fabbricati a mano. E anche per i fiammiferi occorrono dita piccole e agili. Ma il continuo contatto con il fosforo e lo zolfo rovina la pelle infantile, irrita irrimediabilmente gli occhi, favorisce la tubercolosi.

Due rupie al giorno, per conto dei mediatori, guadagnano invece i bambini che nei pressi delle cave di cemento o di argilla fabbricano mattoni: un lavoro massacrante che si svolge dall'alba al tramonto e in cui vengono impiegati i più piccoli non perché è necessaria l'agilità delle loro mani, ma perché sono pagati dieci volte meno di un adulto. L'elenco dei lavori per bambini “sotto contratto”, cioè in schiavitù, potrebbe continuare a lungo. A Mumbai, Mansour Umar, attivista del Coordination Committee for Vulnerable Children, organizzazione che si occupa dei bambini di strada, dice: “Tutti sanno in India che la schiavitù dei bambini è una realtà, pure se le autorità si nascondono dietro a espressioni come “piaga del lavoro minorile” o altro. E, paradossalmente, i piccoli schiavi delle manifatture di “bidi” o di fiammiferi vivono in condizioni meno precarie dei bambini di strada delle grandi città. Se non altro, sanno di avere una famiglia, anche se questa famiglia li ha venduti”.

THE INVISIBLE CHILDREN

“Chokora”, spazzatura. Vengono chiamati così a Nairobi i 130 mila bambini e ragazzi costretti a vivere per strada, tra i rifiuti. Sono vittime della povertà e dell'Aids ed esclusi da ogni forma di assistenza ed educazione. Si guadagnano la giornata come possono e di notte dormono nelle discariche avvolti da teli di plastica. A Hong Kong, prosperosa colonia britannica sul Mar della Cina, ogni anno centinaia di bambini scappano di casa e finiscono nelle grinfie delle Triadi, la potente mafia cinese. All'età di soli undici anni possono già partecipare alla “cerimonia della lanterna blu”, primo rito di iniziazione col quale comincia un periodo di formazione che dura un paio di anni. Precocemente svezzati, tatuati come si vede nei film, quegli adolescenti non riscuotono simpatia e, nonostante siano in effetti ancora bambini, vengono giudicati come criminali incalliti.

Sempre ad Hong Kong, ad arricchire le fila dei ragazzi di strada, vi sono i figli di lavoratori cinesi immigrati, le cui mogli vivono nella “mainland China”. Una legislazione ottusa, promulgata dal governatorato di Sua Maestà, non concede infatti alle donne della Repubblica Popolare di Cina il permesso di soggiorno per riunirsi ai mariti, per cui i figli, che possono ottenere la cittadinanza paterna, spesso crescono senza il sostegno di una vera famiglia.

I bambini di strada sono stimati essere circa 20,000 nella sola città di Vijayawada. Vivono nelle vicinanze o nella stazione ferroviaria di Vijayawada o altre zone pubbliche. Si guadagnano da vivere raccogliendo stracci, carta e bottiglie dalla spazzatura, oppure vengono usati come lavapiatti negli “alberghi”, come sciuscià, facchini, spazzini o semplicemente chiedono la carità. Vijayawada è un importante snodo ferroviario poiché congiunge il nord al sud da Delhi e Calcutta a Madras ed al Kerala, e l'ovest all'est da Bombay. La stazione è aperta 24 ore al giorno e ci passano 130 treni al giorno. Pertanto a Vijayawada arrivano molti bambini scappati da casa. Sono ragazzini che hanno lasciato le proprie case per cause connesse alla povertà: maltrattamenti da parte di genitori, di patrigni/matrigne, famiglie disgregate, genitori disoccupati, alcolizzati o drogati. Tutti questi ragazzini sono attratti dalle attività della città. Hanno tutti una cosa in comune: non conoscono le gioie della fanciullezza.

Dei 12 milioni di abitanti di Bombay, 5 vivono negli slum, i più grandi dell'Asia. Ogni giorno, dalla campagna arrivano in questa città, per viverci, da 80 a 100 famiglie, mediamente 400 persone che hanno venduto tutto, il po' di terra che possedevano, le masserizie, qualche gioiello. Arrivano con i loro figli che subito vengono spinti a portare a casa un po' di rupie. La maggior parte di questi bambini poi finiscono per perdersi nella grande città. Si mettono a chiedere la carità per aiutare la loro famiglia. Ma quello che riescono a racimolare non basta mai. Allora decidono di mettersi per conto loro. Per cercare di sopravvivere. Per tanti bambini che si perdono a Mumbai ce ne sono altre migliaia ogni mese che vengono spinti a perdersi nella grande città dalle loro famiglie. I bambini salgono sui treni che dall'interno del Maharashtra giungono al Victoria Terminal o alla Central Railway Station. Senza pagare il biglietto, questi bambini, in genere tra i 7 e i 10 anni, affrontano la metropoli per vivere di 6 rupie al giorno.

Alle stazioni arrivano anche bambine in compagnia dei loro fratelli, cui i genitori hanno raccomandato di “proteggerle”. Secondo l’organizzazione umanitaria Cry di Mumbai “per le bambine a quel punto non c’è più scampo”. Nelle stazioni trovano ad attenderle personaggi che si mostrano gentili e generosi. Ma che hanno uno scopo preciso: portare queste ragazzine non ancora adolescenti nel quartiere a luci rosse dell'immenso slum di Dharavi, alla periferia della città. In breve, queste bambine sono avviate da esperte matrone sulla strada della prostituzione. Chotee Baswan, una delle dirigenti del Cry, dice sconsolata: “In tutta Mumbai lavorano 12 organizzazioni che si interessano della sorte dei bambini di strada. La nostra azione può toccare solo 6 mila piccoli: una minuscola goccia in un immenso oceano”.

L'Asia rappresenta il più grande mercato della prostituzione nel mondo: nell’area del sud-est il fenomeno coinvolge più di un milione di bambini, 500.000 nella sola India. Più cresce il turismo sessuale, più aumenta lo sfruttamento sessuale dei bambini. Sono gli stessi albergatori indiani a promuovere il turismo sessuale, perché certi servizi portano redditi extra. Le spiagge di Goa e Kovalam a Kerala stanno diventando le principali attrazioni per maniaci sessuali in cerca di baby-prostitute, favoriti dal fatto che in India mancano ancora delle leggi serie contro l'abuso ai danni dei bambini.

A Bali, importante meta turistica indonesiana, si possono trovare molti giovanissimi che fanno sesso a pagamento per strada, in club e hotel. Organizzazioni a protezione dei bambini dicono che l'isola di Lombok e la vicina Bali sono state le basi per giri di pedofili australiani attivi in Indonesia. “Gli adolescenti che lasciano la scuola sono i più vulnerabili”, spiega Anna-Karin Jatfors, esperta dell'Unicef per quanto riguarda il traffico e lo sfruttamento a fini sessuali dei bambini in Indonesia, “Sono intrappolati da un'educazione di basso livello con scarse o inesistenti possibilità di lavoro. Per questo sono facile preda dei trafficanti”.

I TOKAI DEL BANGLADESH

Riccardo Tobanelli, missionario saveriano, è il responsabile della Tokai House a Khulna in Bangladesh. Questa casa, fondata nel 1995, offre ospitalità e rifugio a circa 120 bambini di strada.

Perché si diventa “bambino di strada” ?

Per una molteplicità di ragioni: perché si è abbandonati dagli adulti, per fuggire da situazioni violente, ma anche per inseguire un sogno o un'idea di un futuro diverso. Molti bambini e bambine arrivano quindi sulla strada in fuga da esperienze di violenza, abbandono e schiavitù domestica. Altri sono più semplicemente alla ricerca di un qualsiasi modo per sopravvivere. Ma ci possono essere anche altre circostanze. Facendo l'esperienza della strada, poi, il bambino sviluppa un forte senso di individualità, una istintiva capacità di muoversi nell'ambiente ostile che lo circonda, spirito di adattamento, flessibilità e scaltrezza nell'identificare e usare le pochissime risorse che riesce a racimolare. Messo al muro dagli adulti, difende con energia l’angolo che si è conquistato. Bisogna, comunque, avere ben presente alcuni dati strutturali per capire meglio il fenomeno. La rapida crescita urbana, ad esempio, così come l'emigrazione dalle zone rurali e la disintegrazione della struttura tradizionale della famiglia, concorrono alla creazione di forme di povertà assoluta e deprivazione sociale. Circa il 42% della popolazione rurale del Bangladesh vive in uno stato di povertà assoluta e il 18% in quella estrema. Ma la povertà presente nelle zone rurali non è in realtà diminuita: si è semplicemente trasferita nelle città. Infatti, il 52% della popolazione urbana vive in uno stato di povertà assoluta e circa il 25% in quello di povertà estrema.

I poveri della città devono in un qualche modo sopportare una deprivazione economica e sociale molto accentuata, che è, a sua volta, caratterizzata da una salute precaria, da mancanza di sicurezza, da non accesso a scuole e dal deterioramento dell'ambiente naturale. Tra i poveri della città, i bambini sono allora il gruppo più a rischio: sono spesso costretti a vivere in strada e, come nel caso di bambine, sono sfruttate come schiave domestiche nelle case di famiglie benestanti. Poi è necessario tener presente un altro aspetto: in Bangladesh molto raramente donne divorziate possono risposarsi. Vengono quindi lasciate a se stesse con i figli e senza risorse o possibilità di gestire un nucleo famigliare. Per vivere devono accettare una qualsiasi forma di impiego: generalmente lavorano come portatrici di acqua, vengono adibite a lavori particolarmente pesanti come quello dello “spaccapietre” e nella costruzione dei mattoni, finiscono sguattere nelle famiglie dei ricchi o sulla strada come prostitute. I bambini più piccoli diventano allora un fardello e sono chiusi a lucchetto nella capanna dove abitano o lasciati a se stessi per tutta la giornata sulla strada. Il risultato di questa situazione porta spesso al loro abbandono.

Come vivono ?

La situazione dei bambini di strada è una delle manifestazioni più radicali di ingiustizia, povertà e segregazione. Essi sopravvivono ai margini della società affidandosi solo a se stessi. Lavorano riciclando spazzatura, chiedendo la carità, vendendo bigiotteria, lavando corriere o facendo qualsiasi cosa che possa procurare loro un po' di cibo. Molto spesso i diritti dei bambini non sono solo ignorati, ma prevaricati attraverso l'indifferenza, lo sfruttamento economico e l'abuso fisico e sessuale. Sono spesso reclutati da bande criminali per lavorare come spacciatori al dettaglio di droga. Molto facilmente, e ancora giovanissimi, diventano tossicodipendenti pure loro. Ma, nonostante la violenza e la durezza della loro vita, molti bambini e bambine preferiscono stare lì perché rimane loro la possibilità di muoversi per andare altrove quando la situazione diventa insopportabile. Lì riescono a ricreare una qualche forma di solidarietà.

Ricostruiscono legami di interdipendenza, ma con una differenza: questa è ora la “loro vita”, in qualche modo sono padroni di se stessi. La strada, tutto sommato, parla la lingua della verità. La violenza, se pure brutale, non è mai travestita da motivazioni del tipo: “È per il tuo bene”. Per il “loro bene” molte bambine sono mandate dai genitori a fare le schiave domestiche nelle case dei ricchi ! La violenza che porta all‘abbandono e alla fuga è la peggiore perché è inaspettata, inspiegabile ed è causata dagli adulti ai quali i bambini credevano e dai quali dipendevano. Questa li lascerà sempre feriti. Quella esercitata sulla strada, invece, anche se oggettivamente più grave - penso agli abusi fisici e sessuali - viene da loro percepita come una sorta di “violenza negoziabile”, un do ut des, una cosa conosciuta e prevista, e quindi, in un certo qual modo, anche gestibile e che presenta un margine - anche se minimo - di scelta. Anche questa violenza, comunque, rappresenta una inaccettabile prevaricazione dei diritti dei bambini ed è un chiaro segno del fallimento della nostra società adulta. Per cui, quello che si può, si deve fare, è stare con loro, lasciar fare a loro e voler loro un po' di bene.

Come si può farli uscire da questa condizione ?

Molte delle soluzioni proposte da alcune Ong (associazioni non governative, ndr) o dal governo non funzionano, sono spesso contraddittorie. Dipendenti di molte Ong tengono in casa bambine come schiave domestiche. Si fanno solo programmi costosissimi che durano tre anni, come se potessimo chiedere a un bambino di esser bambino a tempo determinato o dare loro diritti a scadenza... nel 2008. Spesso i tentativi per affrontare la loro situazione, motivati da problemi d'immagine, sortiscono un effetto collaterale che porta i bambini a perdere dignità, autonomia e spesso a provocare ulteriore violenza.

Mi puoi parlare dell’esperienza della “Tokai House” ?

Tokai è uno dei nomi dei bambini di strada in Bangladesh. “Tokai kora”, in lingua bengalese significa “raccogliere cose dalla spazzatura, dal rottame” e “Tokai” è il nome dato alle persone che fanno questo mestiere. È un nome significativo per i bambini di strada poiché essi sopravvivono sulle strade riciclando rottame e spazzatura. Dal 1995, la Tokai House è un rifugio per circa 120 bambini e bambine. I padri saveriani e la Chiesa cattolica di Khulna hanno fin dall'inizio appoggiato questo progetto. Nel 1995, con p. Jorge Alvarado, accanto all'attività formale del dialogo interreligioso, abbiamo iniziato ad offrire spazio, ospitalità e rifugio ai piccoli che vivevano sulla strada.

Oggi, la Tokai House è allo stesso tempo rifugio per questi bambini, residenza della comunità saveriana, ufficio di gestione del dialogo tra religioni e centro di coordinamento di altre attività, come quelle del Kh.Uda (Khulna Uderprivileged Development Association), focalizzate sui problemi della salute e dello sviluppo dei due gruppi sociali più deboli in questa società: i bambini di strada e le giovani donne abbandonate o divorziate. Molti bambini e bambine di strada di Khulna pensano alla Tokai House come alla loro casa. Alcuni ci vivono fissi: vanno a scuola e cercano di crescere in un ambiente tranquillo. Altri ci arrivano per tirarsi un po' su. Altri ancora vi si rifugiano in fuga da violenze e abusi. Il Centro provvede a loro con cibo, vestiti, spese per la salute e aiuto legale contro gli abusi della polizia. I bambini e le bambine che gravitano attorno al Centro sono pure incoraggiati a ricongiungersi, quando possibile, con le loro famiglie di origine o con quello che è rimasto di esse.

Data articolo: febbraio 2007

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E-mail: Alessio Mannucci




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