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Bambini rapiti in Uganda
Bambini soldato (parte 1)
Bambini soldato (parte 1)


di: Alessio Mannucci

Si stima siano circa mezzo milione i bambini/e e i ragazzi/e che stanno ora combattendo in una delle tante guerre che insanguinano il mondo. Centinaia di migliaia sono invece quelli che potrebbero, in ogni momento, essere arruolati - non sempre volontariamente - negli eserciti regolari o nelle file di qualche gruppo armato.

La maggior parte di questi soldati bambini/e ha tra i 15 e i 18 anni, ma numerosi sono quelli di età inferiore (10 - 14 anni) e vi sono testimonianze di reclutamenti di bambini ancora più giovani.

IL DRAMMA DEL CONGO

Sono passati due anni dall'avvio del programma governativo nazionale “DDR” (Disarmament, Demobilization and Reintegration) che doveva riportare i bambini soldato delle varie zone del Congo ad una vita civile normale, lontano dalle armi. In un rapporto molto dettagliato, Amnesty International ha richiamato l'attenzione sulla condizione di 11.000 bambini e bambine ancora oggi attivi nei vari gruppi armati del paese o dei quali non si ha da anni alcuna notizia.

La condizione peggiore è quella delle bambine catturate, molte delle quali sembrano realmente scomparse. Alcune potrebbero essere state abbandonate, ma la maggior parte non sarebbero state inserite tra le possibili fruitrici del progetto. Amnesty ha accusato il governo di non aver adottato alcuna misura per rintracciarle e allo stesso tempo ha puntato il dito contro i funzionari statali, i quali, senza porsi problemi, sono soliti definirle “persone alle dipendenze” dei combattenti adulti, riconoscendole non meritevoli del sostegno e facendo sì che i comandanti, che le considerano come una loro proprietà sessuale, non si sentano obbligati a rilasciarle.

In alcune zone, queste bambine costituiscono meno del 2% dei minori rilasciati dai gruppi armati e registrati nel progetto DDR, nonostante queste costituiscano il 40% dei bambini arruolati. La maggior parte sono state portate via dalle loro famiglie durante i numerosi attacchi ai villaggi. Nonostante molte di loro siano veramente molto giovani vengono fatte sposare con un guerrigliero, di qualunque età. Sono vittime di traumi prolungati, causati da anni di abusi, e molte diventano madri prestissimo. Quasi tutte sentono di non avere alternativa. Un'eventuale fuga significherebbe essere condannate alle torture più truci e/o alla morte.

Molti bambini incontrati dai ricercatori di Amnesty hanno ammesso di voler ritornare nei gruppi armati perché, nonostante gli orrori della vita nella guerriglia, è la loro unica speranza per sopravvivere. L'organizzazione ha inoltre registrato che il governo non solo non è stato in grado di aiutare i piccoli tornati alla vita civile, ma non è riuscito neppure ad impedire nuovi arruolamenti.

GLI “INVISIBILI” IN COLOMBIA

In Colombia, dove da più di 40 anni è in atto una sanguinosa guerra civile che vede coinvolti militari, paramilatari, narcotrafficanti e guerriglie, il Generale Ispettore Edgardo Maya ha denunciato che migliaia di bambini soldato, che dovrebbero beneficiare dei programmi statali di reinserimento nella società civile, vengono invece ignorati dal governo.

L'alto Ufficiale Colombiano ha reso noto che solo 212 bambini sono stati affidati alla protezione dello Stato dai gruppi paramilitari, come parte della smobilitazione di circa 30.000 combattenti, programmata in cambio di sconti di pena per i crimini di cui sono stati riconosciuti colpevoli: stupro, stragi, tortura. I comandanti dei paramilitari avrebbero congedato tali bambini prima della smobilitazione vera e propria, per evitare il triste spettacolo dell’addio alle armi dei bambini soldato (la cui cerimonia è stata trasmessa in televisione).

Secondo le Nazioni Unite, almeno 11,000 bambini sono stati impiegati nei gruppi combattenti che si sono affrontati in 40 anni di guerriglia. Le milizie paramilitari di destra arruolarono circa il 20% di bambini, ma erano i gruppi rivoluzionari maoisti a detenere il triste primato dei bambini soldato. Le milizie paramilitari furono infatti create negli anni 80 dai latifondisti per proteggere le loro proprietà dalla guerriglia rivoluzionaria maoista.

La Colombia è il secondo Paese al mondo, dopo il Sudan, per percentuale di sfollati: oltre tre milioni di persone sono state costrette a lasciare la loro casa in seguito a minacce, violenza, combattimenti tra le forze paramilitari (FARC, ELN, milizie di destra), tra i produttori di cocaina e le forze governative. Almeno 35.000 persone sono state uccise negli ultimi 15 anni.

SOLDATINI DI PIOMBO

Il dramma dei bambini-soldato in Uganda e in Sierra Leone è stato raccontato dal giornalista e missionario fondatore della MISNA (Missionary Service News Agency), la più importante agenzia di informazione e controinformazione sulle aree più depresse del mondo.

[...] “Super Soldier” aveva nove anni quando fu sequestrato in Sierra Leone dai ribelli del Fronte Unito Rivoluzionario (RUFf). Allora, siamo nel 1996, qualcuno ebbe l'ardire di raccontargli che avrebbe dovuto combattere per il bene dei suoi genitori. Peccato che furono proprio quei sanguinari aguzzini a massacrare l'intera sua famiglia. “Super Soldier” trovava il coraggio per uccidere fumando qualche sigaretta di jamba, un’erba micidiale, di quelle che bruciano il cervello. Nel 1998 tenterà di fuggire ma verrà catturato nuovamente due giorni dopo. Per punizione gli furono impressi a fuoco sul petto i caratteri del “RUF”. Nessuno sa che fine abbia fatto “Super Soldier” ora che nel suo paese è scoppiata la pace [...].

Questa è solo una delle tante storie raccontate da Giulio Albanese in “Soldatini di Piombo”, tutte segnate da un comune denominatore: la sofferenza inferta ad un’umanità ancora inerme, ancora piena di una gioia di vivere destinata a tramutarsi in violenza insensata.

“Da anni viaggio per l'Africa in lungo e in largo, e ho trascorso lunghi periodi sui fronti di guerra Così, mi è venuto in mente il volto di Super Soldier, un bambino in tenuta mimetica incontrato a Kambia, in Sierra Leone, in un giorno di luglio del 2000. Originario di Port Loko, aveva tredici anni e già da quattro imbracciava, non per volontà sua, un fucile. Mi ripeteva sempre che voleva studiare per fare il dottore e curare la gente. Pensando a lui - racconta Albanese - mi sono ricordato anche di Super Boy, un altro soldatino di quella banda criminale che controllava i centri diamantiferi dell'ex protettorato britannico. Aveva meno di dieci anni, capelli corti, minuto come un passerotto, portava fieramente una pistola nascosta sotto l'ascella e fermata all'altezza della cinta, gli arrivava quasi al ginocchio. A vederlo camminare faceva quasi tenerezza [...] Un giorno in Sierra Leone incontrai un bambino di dodici anni con uno zaino in spalla, carico di munizioni, che io stesso avrei fatto fatica a trascinare. In questi anni, soprattutto in Uganda, ho visto numerosi ragazzi affetti da tubercolosi e forme devastanti di micosi, in particolare agli arti inferiori. Se a ciò poi si aggiunge la penuria di cibo non è difficile intuire la sofferenza di questi piccoli guerrieri [...] I Signori della guerra sono satrapi crudeli, ma ancora più efferati sono i crimini di certi poteri internazionali legati al commercio delle armi e al controllo delle immense risorse minerarie che si celano nel sottosuolo africano, per non parlare delle tante società di sicurezza che reclutano mercenari di mezzo mondo per instillare in tanti paesi la cultura della morte”.

LO SFRUTTAMENTO GLOBALE DELL'INFANZIA

Il libro-inchiesta di Luciano Bertozzi - “Lo sfruttamento globale dell'infanzia - Il ruolo della società civile e delle istituzioni internazionali” (emi, 2003) - affronta il problema dei bambini soldato in una visione mondiale non nella realtà di una singola nazione; il problema dei minorenni arruolati nelle forze combattenti e le nuove norme della Convenzione Internazionale sui Diritti dell'Infanzia.

Il fenomeno dei bambini soldato è esploso in questi ultimi anni soprattutto in Africa e in Asia, ma anche i paesi industrializzati non si sottraggono a questa vergogna e reclutano minorenni nelle loro forze armate. Nel 1998 alcune organizzazioni per i diritti umani si sono riunite nella Coalizione Internazionale contro l'uso dei bambini soldato e, dopo un faticoso lavoro di mobilitazione dell'opinione pubblica e di pressione sui governi, il 12 febbraio 2002 hanno ottenuto l'entrata in vigore del Protocollo Opzionale alla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’infanzia, che fissa a 18 anni l'età minima per partecipare alle ostilità o essere reclutati in ogni esercito (naturalmente, l'adozione di un trattato internazionale non può garantire da sola l'esercizio di un diritto).

“Le guerre che non finiscono mai nel Terzo Mondo, ma non solo, hanno sempre bisogno di ‘carne da cannone’ - ha detto Bertozzi a Radio Vaticana - i bambini sono facilmente plasmabili dai signori delle guerre: non chiedono paghe, non disertano se non in casi limitati e possono essere indottrinati a compiere ogni crudeltà [...] Ultimamente alcune cose sono cambiate: con il Tribunale penale internazionale sono punibili quali crimini di guerra l’arruolamento e l'utilizzo in guerra di minori, però al di sotto dei 15 anni. Questo è un grave compromesso”.

KALAMI VA' ALLA GUERRA

Secondo il “Global Report 2004”, pubblicato dalla Coalizione internazionale “Stop all'uso dei bambini-soldato”, negli ultimi anni il fenomeno dei minori utilizzati in contesti di guerra ha subito un notevole incremento. Ma perché si ricorre sempre più massicciamente ai piccoli combattenti ?

Risponde Giuseppe Carrisi, autore deli libro “Kalami va alla guerra” (ed. Ancora, collana Frontiere)

“Il Global Report 2004 ha preso in esame 196 Paesi nel periodo che va da aprile del 2001 a marzo del 2004, chiamaNDO in causa tutte le aree geografiche del mondo: dall'America Latina al Medio Oriente, dall'Asia, all'Africa, fino all’Occidente. I motivi che possono spiegare il perché di questa pratica sono diversi. A cominciare dalla natura delle guerre che, da alcuni anni a questa parte, da scontri tra Stati sono diventate conflitti etnici, religiosi, sociali, nazionalistici. A combatterle, dunque, non sono più eserciti regolari, ma bande armate, che non fanno differenza tra militari e civili.

Da una ricerca del SIPRI (Stockholm Peace Research Institute) risulta che nei 14 anni trascorsi dalla fine della Guerra Fredda (dal 1990 al 2003) si sono registrate 59 guerre di una certa entità in 48 aree diverse, e solo in quattro di queste si é trattato di un conflitto tra Stati. In questo scenario, l'Africa è il continente più martoriato: attualmente sono in atto oltre una decina di ‘guerre civili’ che vedono contrapposti gruppi paramilitari, bande di ribelli, mercenari. Si tratta di conflitti che si spengono in un Paese per poi esplodere, improvvisamente, almeno così sembra, in un altro, senza soluzione di continuità. E, in molti casi, si tratta di guerre che durano anni, se non addirittura decenni. Nel Sudan, ad esempio, il governo di Karthoum e i ribelli del Sudan People’s Liberation Army, che rivendicano l'indipendenza delle regioni meridionali del Paese, si fronteggiano da più di vent’anni; in Liberia l'esercito regolare ha combattuto per 13 anni contro i gruppi di opposizione armata; in Sierra Leone la guerra civile, che ha visto contrapposti le forze armate governative e i ribelli del Fronte Unito Rivoluzionario, é durata 10 anni; l'Uganda sta lentamente uscendo da un conflitto ventennale che ha come protagonisti il governo di Kampala e tre diversi gruppi di ribelli alleati tra di loro, tra cui l'Esercito di Resistenza del Signore.

Ma la piaga dei bambini-soldato non riguarda solo il continente nero.

“Questo stato di “guerra permanente” richiede un costante ricambio di uomini per rimpiazzare le perdite e, sempre più spesso, eserciti governativi e gruppi armati ricorrono ai bambini. I piccoli combattenti vengono reclutati (nella maggior parte dei casi con la forza, solo in una percentuale minore con arruolamento volontario) perché costano poco in termini di addestramento, non chiedono di essere pagati e per la loro immaturità fisica ed emotiva sono facilmente condizionabili. Con le minacce e la violenza da loro si può ottenere tutto e li si può costringere a commettere anche i crimini più atroci”.

Un altro fattore che ha favorito il crescente utilizzo di adolescenti nelle guerre é la proliferazione delle cosiddette “armi leggere”. Si tratta di armi non molto sofisticate dal punto di vista tecnologico, e quindi a basso costo, maneggiabili, con il dovuto addestramento, anche da un bambino. Le più usate sono l'AK-47, più noto come Kalashnikov, il fucile d’assalto di fabbricazione russa prodotto in circa 70 milioni di esemplari in 14 Paesi, e l'M-16, prodotto in 8 milioni di pezzi negli Stati Uniti. Sono state proprio le ‘armi leggere’ a decidere la sorte di 46 dei 49 conflitti scoppiati in ogni angolo del pianeta negli anni Novanta: conflitti che, secondo i dati delle Nazioni Unite, hanno provocato qualcosa come 5 milioni di morti, di cui la metà bambini.

“Mandare i piccoli a combattere, uccidere, come é facile capire, destabilizza le comunità, in quanto vengono stravolti gli equilibri e i valori che legano gli adulti all'infanzia. E questo segna per sempre il loro destino. Anche quando non muoiono in battaglia i bambini sono, comunque, vittime di questa assurda logica. Vittime delle malattie, dell’abbandono, degli abusi, dei mercanti di uomini, della violenza”.

Un dato su tutti può sicuramente rendere l'idea dell’ampiezza del fenomeno. Negli anni Novanta, circa 20 milioni di minori sono stati costretti ad abbandonare le loro case, in seguito alle violenze e alle atrocità commesse nelle loro comunità. In questo peregrinare, vanno incontro a numerosi pericoli: mine anti-persona, cecchini, bombardamenti. Inoltre, le lunghe ed estenuanti marce forzate e le malattie possono essere fatali per i più deboli; e anche chi, tra i più fortunati, riesce a raggiungere un centro di accoglienza per i rifugiati, non può sempre ritenersi al sicuro. C’è poi da considerare che nel corso della guerra o nella confusione che accompagna la fuga, molti piccoli corrono il rischio di venire separati dai genitori. Rimasti soli e senza una rete di sostegno, i bambini sono più vulnerabili ed esposti ad ogni sorta di pericolo.

“Vivere la condizione di profugo o rifugiato per un bambino significa vedersi negati tutta una serie di diritti: il diritto alla vita, alla salute, alla sopravvivenza e allo sviluppo; il diritto di crescere in un ambiente familiare e ad essere protetto; il diritto all'istruzione e ad avere prospettive per il futuro. Molte guerre durano per l'intero arco dell'infanzia, così che dalla nascita alla vita adulta, lo sradicamento e la violenza sono l’unica realtà conosciuta da milioni di bambini”.

Secondo un rapporto di Save The Children, attualmente nel mondo vi sono oltre 120 mila bambine impiegate nei conflitti armati. Una cifra che corrisponde al 40% di tutti i minori (300 mila) arruolati negli eserciti regolari e non. I Paesi in cui questo fenomeno è più rilevante sono lo Sri Lanka, la Repubblica Democratica del Congo e l'Uganda. Ma il problema riguarda anche la Colombia, le Filippine, il Pakistan, la Sierra Leone, Timor Est, l'Angola, il Burundi, la Liberia, l'India, il Mozambico, il Ruanda e altri Paesi.

“Nello Sri Lanka, ad esempio, le ragazzine, spesso orfane, vengono reclutate sistematicamente dalla guerriglia delle Tigri di Liberazione del Tamil Eelaam dalla metà degli anni Ottanta. Si calcola che circa il 50% delle truppe Tamil siano donne e bambine, a cui viene dato l'appellativo di “Uccelli della libertà”. Nel nordovest dello Stato di Manipur, in India, le ultime stime, ferme al 2000, parlano di quasi 1000 bambine in forza ai gruppi armati locali, circa il 6-7% del totale dei piccoli soldati presenti nell'area. In Mozambico, durante il conflitto che ha dilaniato il Paese per sedici anni, dal 1976 al 1992, le bambine hanno combattuto sia a fianco del Fronte di Liberazione del Mozambico, un movimento filogovernativo, sia con i guerriglieri della Resistenza Nazionale Mozambicana”.

Le bambine, però, oltre a partecipare alle azioni di guerra, rispetto ai loro coetanei maschi, hanno anche altri compiti: si occupano della sussistenza dei militari, lavorano come portatrici, raccolgono informazioni, fanno da corrieri, ma, soprattutto, vengono usate come ‘schiave sessuali’ e date in mogli ai comandanti. Molte di queste bambine vengono sistematicamente stuprate e costrette a portare in grembo il frutto della violenza. Il che costituisce un impedimento al loro reinserimento nella famiglia e nella società. La comunità di appartenenza delle giovani, in molti casi, si rifiutano di accoglierle e di aiutarle a causa del figlio illegittimo; oltre a queste difficoltà, le ragazze si trovano a dover affrontare da sole tutta una serie di problemi che diventano insormontabili: dai traumi psicologici e fisici, alle malattie trasmesse per via sessuale, soprattutto l'Aids. Inoltre, la violenza provoca danni anche al corpo in crescita delle adolescenti.

“A questo propostito, esiste uno studio condotto dall'African Psycare Research Organization nell’ospedale ugandese di Kiokwo, da cui risulta che le giovani che avevano subito ripetuti abusi sessuali durante la guerra soffrivano di problemi all’apparato riproduttivo, deformazioni uterine, complicazioni al ciclo mestruale, infezioni, nascite premature, aborti spontanei, sterilità fino ad arrivare, nei casi più gravi, alla morte”.

Soltanto recentemente si è cominciato a porre maggiore attenzione alla condizione delle donne nei conflitti armati. La svolta è arrivata con l'istituzione del Tribunale ad hoc per l'ex Yugoslavia (ITCY), nel 1993, e il Ruanda, nel 1994. Lo Statuto dell'ICTY, all'articolo 5, comma g, menziona esplicitamente lo stupro tra i crimini contro l'umanità, mentre quello del Tribunale di Arusha sul Ruanda elenca tra gli atti che lo stesso tribunale ha competenza di giudicare “stupro, prostituzione forzata e ogni forma di aggressione sessuale”. Su questa scia, anche la Corte Penale Internazionale, entrata in vigore il 1 luglio del 2002, all'articolo 7, ha incluso i reati di violenza sessuale, comprendendo in questa voce lo stupro, la schiavitù sessuale, la gravidanza forzata e l'induzione alla prostituzione, tra i crimini contro l'umanità. Nel gennaio del 2004 la Corte ha avviato la sua prima inchiesta sugli stupri, le violenze e le persecuzioni compiuti dai ribelli dell'Esercito di Resistenza del Signore in Uganda, ed ha emesso le autorizzazioni di arresto per cinque leadres del gruppo armato, tra cui il capo indiscusso, Joseph Kony.

Ma, nonostante questi importanti passi in avanti dal punto di vista giuridico, la comunità internazionale non è riuscita ancora a mettere a punto delle politiche di sostegno a favore delle bambine-soldato. Sempre legato al fenomeno dei bambini-soldato, vi è poi un'altro terribile aspetto, quello dei piccoli kamikaze: in Israele, Cecenia, Sri Lanka, Iraq, India, ragazzi e ragazze, di 14, 15, 16 anni, imbottiti di esplosivo, si fanno saltare in aria con l’intento di uccidere quante più persone possibili, mandati a colpire obiettivi militari e civili del nemico.

“Dietro questa scelta estrema di diventare martire ci sono diversi motivi. Primo, le condizioni in cui si nasce, si cresce e si vive. In realtà come la Palestina o la Cecenia, da decenni la guerra è il quotidiano; si capisce allora perché ragazzi e ragazze abbiano la violenza nel loro Dna. Un esempio. In Palestina, una ricerca condotta dal Centro Salute Mentale di Gaza ha messo in evidenza che l'83% dei bambini palestinesi ha assistito a sparatorie e omicidi, il 66,9% ha visto morire qualcuno in scontri armati, il 32,7% soffre di stress da trauma. Se, poi, a questo si aggiunge la componente fondamentalista di matrice islamica presente in queste aree, allora il mix diventa micidiale [...] Il fanatismo, in alcuni casi, non conosce limiti. In Cecenia i guerriglieri islamici hanno, addirittura, messo a punto un vero e proprio decalogo in cui vengono stabilite le regole su come le donne devono allevare i figli e indirizzarli alla jihad, la guerra santa.

Tra i ‘consigli’ dati si legge: ‘Sottolineate, mentre educate i vostri bambini, che non devono colpire un Musulmano, ma piuttosto perdonare, e mostrare la loro rabbia solamente verso i nemici di Allah che combattono contro i musulmani…’. Oppure: ‘Interessate i vostri bambini alla Jihad comprando loro libri militari (preferibilmente con fotografie) ed altri libri simili, CD, video…Mostrare loro fotografie dei Mujahideen e incoraggiateli a diventare come loro. Queste attività possono essere fatte con bambini di due anni o anche più piccoli…’ Condizioni ambientali e politiche, ma anche credo religioso, intriso di fanatismo e manipolazione, dunque, contribuiscono, tutti insieme, a forgiare la psicologia di questi giovani aspiranti suicidi e ad alimentare la spirale terroristica”.

“Al di là delle emergenze, é necessario costruire una nuova cultura di pace. Potremo aiutare questi bambini a tornare alla vita civile, dare loro un lavoro, una casa, una famiglia, un futuro; ma se tutto ciò non sarà supportato e permeato dal principio della sacralità e della centralità della vita e della persona umana, allora ogni tentativo sarò destinato a fallire. La pace e la vita devono essere il fulcro di tutto. Soprattutto quando si parla di bambini”.

Fonti: Reuters, Peacelink, Amnesty, Save The Children, Human Rights Watch, Korazym, Giornale di Brescia, 7Magazine

Istituzioni umanitarie correlate all'articolo:

War Child International

A Long Way from Home FNL Child Soldiers in Burundi

UNICEF - UNICEF in emergencies - Children and armed conflict

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E-mail: Alessio Mannucci




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