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Madri selvagge
Madri selvagge


di: Alessio Mannucci

Sulla nascita della vita le donne sanno più di chiunque. La scienza deve fare i conti con la loro etica del limite, con la loro sapienza sulla maternità e sul rifiuto o l'indifferenza verso la maternità. “Madri Selvaggge” ( “Contro la Tecnorapina del Corpo Femminile”, Einaudi, «Stile libero» ) è un «manifesto radicale di amore per la vita», scritto da due femministe, libertarie di sinistra: un testo militante, un'inchiesta giornalistica, un romanzo antropologico che denuncia l'ipocrisia del dibattito etico e scientifico sulla natura dell'embrione, contro la sperimentazione di massa del biotech sul corpo delle donne, sfruttato per il commercio legale e illegale degli ovociti.

Le due autrici, Alessandra Di Pietro e Paola Tavella, sono salite, come si suol dire, agli onori della cronaca per una lettera aperta che alla vigilia del referendum del giugno 2005 invitava le donne ad astenersi dal voto, perché le tecniche di fecondazione assistita «consegnano la procreazione nelle mani della tecnica e la sottraggono nei fatti, nel simbolico e nell'immaginario, al potere femminile».

Sfidano le convenzioni «politicamente corrette» su maternità e fecondazione assistita, affermano, sulla base di una grande varietà di documenti e testimonianze, che la pretesa della tecnica e della scienza di «migliorare» e «ricercare» in tema di procreazione è spesso assoluta, come assoluta, in particolare sui temi della vita, è la pretesa della religione.

Oltre i dogmi, sempre più disumani, postumani, della nuova religione tecno-scientifica, Alessandra Di Pietro e Paola Tavella propongono una diversa via al desiderio di maternità e alla sua pratica, sostenendo la possibilità di essere pienamente femminili e creative anche senza procreare, cercano una mediazione fra la gioia della naturalità e i progressi della tecnica.

[...] Abbiamo concepito i nostri figli nel piacere, li abbiamo partoriti accucciate, nel dolore e nel sangue, li abbiamo attaccati al seno con gusto per anni. E se in futuro si vergognassero di noi, le loro madri selvagge ? Se ci rimproverassero di averli fatti nascere come umani, non selezionati, non diagnosticati, non testati, confidando in una sorte che pure avrebbe potuto essere predetta e scelta ? Forse da adulti scoprirebbero di avere un difetto che si poteva evitare se fossero stati concepiti in vitro da embrioni verificati. «Preferireste non essere nati ?» potremmo allora gridare noi, indignate da tanta gratitudine. E probabilmente gli daremmo anche uno schiaffo. Mentre scriviamo ci sono già madri che passano questo gran brutto quarto d'ora, e anche di peggio. In Francia e negli Stati Uniti, figli che si ritengono malriusciti hanno potuto intentare una causa legale alle donne e ai medici che li hanno lasciati nascere senza preoccuparsi di identificarli ed eliminarli come malformati e malati magari fin dalla vita embrionale [...].

[...] La maternità è il “grande rimosso della contemporaneità” (Silvia Vegetti Finzi), opaca, insondabile, stretta com'è fra desiderio e rifiuto del ruolo biologico, fra sacro e profano, nodo irrisolto di pensieri e emozioni. Se ne parla molto, perché qui non si fanno abbastanza figli, se si fanno li si vizia e li si stressa, oppure si trascurano perché le mamme ‘pensano solo a far carriera’. I sì e i no rivolti alle madri convivono, incuranti del paradosso, e quasi tutte si trovano costrette a scelte laceranti – stare a casa con i bambini, oppure lavorare e farlo bene – e a combattere con sensi di colpa e perenne incertezza. La rimozione del materno non è segnata dal silenzio, piuttosto da giudizi senza pietà, che diffondono l'ansia di non essere ‘giusta’, di non essere una buona madre. E così non solo il desiderio, ma anche il vissuto della maternità sono impastati di onnipotenza e riluttanza a considerare i propri limiti [...].

[...] Una donna che sa porre un limite alla prescrittività culturale che ci vuole madri o infelici, e che è capace di opporsi all'invasività sul suo corpo, fa un grosso favore a tutte, e di certo la critica femminista alla scienza e alla sua neutralità lo ha fatto a noi, bisogna continuare coraggiosamente a pensare, senza lasciarsi ricattare dall'accusa di oscurantismo che ci muove il potere tecnomedico. Le donne cedono ai tecnomedici il potere sul meccanismo del concepimento, e in cambio ottengono un bambino che non hanno potuto fare con un uomo. Il totale spodestamento fisico e simbolico del corpo delle donne come luogo del concepimento e della prosecuzione della specie è uno scenario futuribile, mentre la riduzione del desiderio e della complessità del corpo a una sola sua parte, sia essa l'utero o lo spermatozoo, è già in corso. Sta succedendo ora [...].

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E-mail: Alessio Mannucci




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