
Handicap 2000
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I problemi dei disabili
I problemi dei disabili
a cura di Marco Pellacani
In queste pagine affronterò il problema in un duplice aspetto, parlando sia
delle relazioni fra persone disabili e persone non disabili, sia del
rapporto dello stesso soggetto disabile con la propria disabilità. Anche la
persona disabile ha infatti un rapporto con la disabilità.
Il termine disabilità, a volte viene sostituito da diversa abilità,
diversamente abile. Penso che questo sia giusto, in quanto indica già uno
sviluppo di questo tema.
1. Rapporto fra individuo disabile e disabilità
Chi ha una menomazione, deve considerare la propria vita in termini diversi
da chi non ce l'ha. Ma la diversità non sta nel negare uguali aspirazioni,
uguali bisogni; sta nel capire che occorre un percorso
originale. È come se l'immagine dell'altro o dell'altra venisse percepita
dalla persona disabile con la necessità di subire una trasformazione.
Se, ad esempio, il percorso della mano abile per raggiungere un oggetto è
immediato, per il disabile l'immagine non può essere imitata senza un
adattamento particolare o, se vogliamo usare un termine noto, speciale.
Deve in qualche modo adattare quel percorso, o quel movimento, che
vede fare in maniera istintivamente diretta, alla propria situazione, e
quindi deve compiere delle riorganizzazioni delle informazioni che gli
giungono semplicemente vivendo accanto ad altri. E così può essere per
quanto riguarda le conquiste quotidiane degli oggetti di cui un disabile può
avere bisogno. Può organizzare la propria memoria in modo tale da non
basarsi unicamente sulle proprie facoltà, ma avere un aiuto organizzativo in
oggetti materiali, così come chiunque, disabile o meno, può utilizzare un'
agenda per ricordarsi le scadenze e gli impegni. Forse l'agenda va
personalizzata, va organizzata in una maggiore possibilità di autonomia.
Questa attività di riorganizzazione delle informazioni che giungono a una
persona disabile, è un percorso di apprendimento vero e proprio, ma non di
tipo scolastico. Può avvenire anche all'interno dei percorsi scolastici, ma
non necessariamente. Ed è più marcato quando la menomazione, la disabilità,
nasce da un evento traumatico che interrompe il percorso di normalità: un
incidente sul lavoro, un incidente domestico, un incidente stradale. Da qui
nascono delle situazioni che hanno caratteristiche diverse rispetto a quelle
proprie di disabili dalla nascita.
Vi sono problemi di accettazione della situazione. Per un disabile, divenuto
tale a seguito di un evento traumatico, vi può essere una difficile
accettazione della stabilità della propria disabilità, ritenendola una fase
transitoria, quindi non impegnandosi a organizzare la sua vita sulle
conseguenze permanenti. Oppure vi possono essere delle umanissime ragioni di
disperazione per la condizione in cui ci si trova improvvisamente e una
eccessiva richiesta ad altri, perché risolvano i propri problemi. Questo
punto è comune a chi, disabile, vive o ha vissuto in una dimensione che
abbiamo l'abitudine di chiamare “assistenziale”, una dimensione che è, cioè,
costruita attorno alla disabilità come elemento permanente e quindi con la
necessità, altrettanto permanente, che gli altri si preoccupino di
organizzarsi per “dare”: per dare aiuto, sussidi, risposte, per risolvere i
bisogni. Questo porta molte volte a considerare la propria disabilità come
un buon motivo per rimanere un po' infantili. Ed è il soggetto disabile che
può vivere questa situazione di richiesta continua perché gli altri
risolvano i suoi problemi. Questa situazione è negata, molte volte,
ritenendo che sia una ingiusta accusa nei confronti di chi è disabile.
a::se nei confronti di chi è Di fatto è una situazione problematica che non
può essere estesa fuori misura né può far diventare la disabilità una
negazione.
Sicuramente chi ha delle sofferenze e chi risolve o pensa di aver risolto le
proprie in una in una situazione che chiamiamo “assistenziale”, può
rischiare quello che viene chiamato di vittimismo, cioè la possibilità che
nasca una considerazione positiva del proprio ruolo di vittima. Il soggetto,
essendo vittima, organizza continui e (nella propria aspettativa) permanenti
risarcimenti alla sua condizione, evitando di uscirne, trascurando quindi di
ridurre gli handicap, proprio perché tale riduzione potrebbe comportare la
perdita dei vantaggi secondari.
Questa è una condizione indotta nei disabili. È una società, la nostra, che
ha strutture violente anche quando la violenza non si esprime con delle
azioni in forma diretta: è una violenza sottile che induce il disabile a
chiudersi nella propria condizione di disabile. E quindi questo primo punto
va rivolto direttamente a coloro che sono disabili perché acquisiscano una
coscienza dei rischi che possono essere insiti nel rapporto con la propria
disabilità. L'handicappato, il disabile, non ha vita facile: deve imparare molte cose e deve imparare a diffidare della propria condizione di disabile, non farla
diventare una scusante o un alibi, né tanto meno un “buono” per
assistenzialismo.
2. La perdita di autonomia
L'autonomia può essere intesa come una capacità di fare. È necessario
invece parlare, e agire di conseguenza, con riferimento a una capacità di
organizzare. Per questo ritengo che il passaggio alla condizione adulta di
una persona disabile significhi consegnare le chiavi della propria
organizzazione alla stessa persona disabile, in modo tale che possa
coordinare i propri bisogni e le risposte.
Anche non sapendo fare una determinata azione, ha la possibilità di
organizzare coloro che fanno. E la necessità è quella che ciò avvenga in
maniera tale da non essere un ingombro, da non risultare un peso. Potrei
fare molti esempi di disabili che hanno una particolare dote nel chiedere
agli altri in modo tale che la stessa richiesta si trasformi da qualcosa da
ricevere in qualcosa che viene dato agli altri: permettono agli altri di
avere un guadagno nel rispondere alle loro esigenze.
Vi sono situazioni in cui l'autonomia ha bisogno di una certa organizzazione
che può indurre a dipendenza, perché può abituarsi ad avere come sussidio sempre lo stesso personale e gli stessi aiuti umani. Quello che dobbiamo cercare è, invece, la possibilità di allargare gli aiuti a una rete sociale.
Dobbiamo pensare alla costruzione di una rete sociale che permetta all'
autonomia di svilupparsi con maggiori sostegni ottenuti dall'ambiente di
vita.
3. La curiosità della gente
Il rapporto tra disabili e non disabili è spesso caratterizzato da una
curiosità invadente e da una mancanza di attenzione per gli aspetti di
privatezza che sono necessari per la vita di tutti. Se, ad esempio, un
disabile, uomo o donna, deve servirsi di un ausilio per la comunicazione, un
rischio che può correre è quello di dovere esibire la comunicazione sempre a
tutti coloro che sono presenti, senza potere riservare la stessa unicamente
a quelli che ritiene di dovere prendere come interlocutori confidenziali.
4. No alla compassione
Essere oggetto di compassione da parte degli altri in maniera permanente è
una perdita di dignità reciproca. L'atteggiamento pietistico nei confronti
di una persona disabile significa pensare sostanzialmente in termini di
“poverino” o “poverina”, ed è una modalità di rendere l'altro stabilmente
inferiore, subordinato. Fa scattare delle ribellioni o degli adattamenti
nocivi ai rapporti. La ricerca di comprensione può essere a volte anche
caratterizzata dalla necessità di vincere la resistenza al dover far
ripetere le cosa a un disabile che parla con delle difficoltà a essere
capito o capita. A volte succede che chi ascolta ritiene di non dover
chiedere di ripetere, accetta quello che arriva senza capirlo, sorride e non
ha capito; e questo è un grave limite che va nell'ordine della compassione,
poco utile se non addirittura dannosa.
Il compianto per l'altro fa sì che l'altro diventi non solo disabile ma
soprattutto marginale e, anche non volendolo, soggetto che chiede elemosina,
povero alla porta dei ricchi abili.
5. La menomazione invisibile
A volte abbiamo a che fare con soggetti che hanno delle difficoltà e non
sono immediatamente percepiti come disabili; e quindi possono esservi
risposte inadeguate, brusche, impazienti, perché non ci siamo accorti che l'
altro, uomo o donna, è - ad esempio - sordo, o sorda, oppure non vede bene,
ha delle difficoltà a mettere a fuoco il foglio su cui sono segnate le
spiegazioni per un certo servizio. Noi potremmo dare l'impressione di essere
bruschi, impazienti, duri, e poi, se improvvisamente ci accorgiamo che l'
altro ha qualche disabilità, siamo presi da un senso di colpa che può
rendere ancora più difficile un rapporto.
Cosa fare? Parlare, dire con franchezza quello che è accaduto e chiedere
scusa; questo a volte serve proprio ad alleggerire una tensione che, molto
probabilmente, è reciproca. È difficile per chi ha una disabilità
invisibile, uomo o donna che sia, immediatamente dire: “Attento tu che mi
guardi, tu che mi ascolti! Attento, perché sono un o una disabile”. È
difficile: non è proponibile, non è esigibile. Se nella relazione scatta questa difficoltà si può, molto più facilmente di tante difficili azioni di recupero senza parole, parlare e, chiedendo scusa, riparare.
6. Le regole della vita civile
Non abbiamo molte regole da osservare, ma alcune sono fondamentali:
ricordiamoci!
1) Andando in automobile: se c'è un posteggio con il contrassegno per
persone disabili, rispettiamolo. Non pensiamo: “Visto che non c'è nessun
disabile nelle vicinanze mi è più comodo appoggiare la mia automobile qui
che non cinquanta metri più in là”. Atteniamoci invece a questo segnale.
Prendiamolo come un elemento stabile nella nostra condotta di persone civili
che hanno capito come la realtà sia anche fatta di disabili.
Facendo invece un'operazione che ritiene che tanto il disabile sia un'eccezione, noi potremmo mettere in difficoltà proprio chi, disabile, sta arrivando alla
stazione di servizio con la necessità di potere rapidamente accedere per
esempio alla toilette, e non riesce a trovare il posto macchina adatto, con
gli spazi attorno utili per scendere dall'automobile; se è solo o sola e gli
viene negata questa organizzazione nelle sue possibilità, non può far
scendere la carrozzella e montarci sopra, e di conseguenza non può accedere
alla toilette, andare al bar...
2) Ricordiamoci che: marciapiedi e i portici, sono fatti per il transito del passante agile che può anche districarsi tra biciclette, motorini e ostacoli
vari, ma non solo. Servono anche alla persona cieca che procede con un
bastone, esplora, ma ha bisogno di uno spazio sempre transitabile (non di un
percorso dì guerra!) o alla persona in carrozzella che ha bisogno dello
spazio per passare, o a chi deve appoggiarsi alle stampelle.
L'ingombro sui marciapiedi, causato da una macchina posteggiata dove non
dovrebbe o da una bicicletta messa di traverso, non è il segno di un buon
aiuto civile. È segno di una grave disattenzione.
3) I passaggi delle carrozzelle per accedere agli edifici: a volte non si
pensa, ed è colpevole questa spensieratezza, che per accedere a un edificio
da una strada, bisogna lasciare dei varchi a chi in carrozzella deve avere
spazio sufficiente per transitare. E invece i varchi sono chiusi da uno
schieramento di motociclette, di biciclette, di motorini. Anche questo è un
grave fatto di disattenzione colpevole.
Queste piccole regole nell'organizzazione della vita civile sono
assolutamente trascurate nel nostro paese. Abbiamo un triste primato: l'
inosservanza di queste poche, semplici attenzioni, costanti, non
straordinarie.
Articolo tratto dal sito diversabileonline.com di Francesca Pieretti.
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