COPERTINA
NO ALLE IMPRONTE DIGITALI ! - 41180 -1-3
 SCIENZA   TECNOLOGIA   ASTRONOMIA   SALUTE   ECOLOGIA   <<VARIE>>   POSTA 
  Cinema   |   Clonazioni   |   Cronache apocalisse   |   Curiosita   |   Diritti umani   |   Dario Fo   |   Economia   |   Espianto trapianto   |   Estrazioni del lotto   |   Guerra alle liberta   |   Globalizzazione   |   Eventi   |   Handicap 2000   |   Infanzia violata   |   Internet   |   I lettori ci scrivono   |   Libri   |   Mercati finanziari   |   Manipolazioni   |   Periodici   |   Petizioni   |   Vivisezione   |   Societa   |   Sondaggi   |   Violenze agli animali   |

Guerra alle liberta

Libertà di stampa in Italia
Indonesia, sieropositivi taggati
No all'ammazza blog
I cyber uomini del futuro
Microchips, controllo mentale...
Russia: chip nel cranio
Pistola a microonde
Impronte obbligatorie...
Tutti terroristi negli USA...
L'Italia come TREBLINKA
Duma approva banca dati DNA
Test anti-pedofilia...
UE: in arrivo la legge marziale
Svezia, Legge Orwell in arrivo
Tutti tracciati in Gran Bretagna
Agenti microcippati
Impianto RFID alla nascita
Intrusione
Nuovo ordine mondiale
Real ID per acquisto medicine
Big Brother USA 7
Controllo fuori controllo
800 enti pubblici ci spiano
La CIA nei conti bancari italiani
Dopo il Taser, il DSLAD
Internet civilizzato
UE: schedatura di tutti i bimbi
Usa, Medicina a Mano Armata
M15: database di DNA
DNA: 4.5 Mln di inglesi schedati
Arriva il Patriot Italian Act
Censura di massa
La giacca GPS
Italia, censura di massa
Usa: visto d'entrata per tutti
Big Brother USA 6
Censura su Internet 4
Big brother Svezia
Big Brother USA 5
Big brother Europa
Censura: rapp. annuale 2007
RFID pulviscolari
Censura su Internet 3
Usa, viaggiatori monitorati
Wikipedia oscurata in Cina
Il grande occhio IBM
Censura su Internet 2
Big brother USA: INTELLIPEDIA
Big brother UK IV
Aeroporti, RFID per tutti
Impronta genetica
Cina, la sfida degli avvocati...
USA, impronta digitale degli alunni
Big Brother USA 4
Imperialismo americano...
Usa, biochip ai neonati
È pronto il quarto Reich
USA, gogna elettronica per tutti ?
Microspie nei cassonetti
Regime orwelliano nel Zimbabwe
USA, dilagano i Chip RFID
Un dirigibile che spia tutto
Big brother India
Big brother USA 3
Usa, tutti contro la sorveglianza
Il futuro della rete secondo FBI
USA, controllo sui blog
USA, occhi elettronici ovunque
I negozianti vi stanno spiando ?
Big brother Cina 2
Belgio: bimbi etichettati
Big brother USA 2
Il Nuovo Copyright americano
Esercitazione segreta in Usa
Big brother UK III
Censura su Internet
Bush: sì vi spiamo, ma...
Identità biometrica in Australia
Cina, 1 miliardo di spiati
Big brother awards II
Cyber war
Big brother New York
Washington Connection
Border initiative net
USA, legge contro la stampa ?
Spychips: controllo a distanza
Big brother Cina
Pentagono: guerra ad Internet
Big brother USA-CINA
Sindrome cinese
Lacalizzateli tutti
Sorveglianza telefonica in Canada
GB: schedatura DNA occulta
Bush firma: galera per i troll
Big brother UK II
Libertà di stampa: 2005 nero
Una messaggio censurato dagli Usa
Pc trusted, pc sicuri...
Francia, nuova legge antiterrorismo
Tutti monitorati 24 ore su 24
Big brother UK
Sempre meno libertà
Usa, guerra al terrore
Pronti per la dittatura militare ?
L'Fbi ha creato Echelon 2
Censura di massa
Censura di massa


di: Alessio Mannucci

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Franco Levi, ha presentato una proposta di legge che intende “regolare” i prodotti editoriali del web, prevedendo sanzioni per eventuali diffamazioni. Tutti i siti, compresi i blog, dovranno registrarsi al “ROC”, il Registro per gli Operatori della Comunicazione. «Non abbiamo interesse a toccare i siti amatoriali o i blog personali - rassicura Levi - non sarebbe praticabile». «Quando prevediamo l'obbligo della registrazione – continua Levi – non pensiamo alla ragazza o al ragazzo che realizzano un proprio sito o un proprio blog, pensiamo, invece, a chi, con la carta stampata, ma anche con internet, pubblica un vero e proprio prodotto editoriale e diventa, così, un autentico operatore del mercato dell'editoria». Levi difende anche il percorso di partecipazione con cui la proposta è stata costruita: «Non abbiamo lavorato nel chiuso delle nostre stanze: abbiamo pubblicato uno schema di legge e un questionario sul nostro sito internet e ci siamo fatti aiutare da esperti dell'economia e del diritto. Il risultato – spiega – è leggibile sul nostro sito, dove pure si possono trovare in totale trasparenza tutti gli elementi e i dettagli dell'intervento pubblico a favore dell'editoria».

Il disegno di legge è stato approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 12 ottobre: il Governo, su proposta del premier Romano Prodi, ha delegato se stesso all’emanazione di un testo unico per il riordino dell'intera legislazione del settore editoriale. Ora il ddl passerà all'esame delle Camere. Intanto, si sono scatenate le polemiche. Il ministro Di Pietro, dal suo blog, si è scagliato contro la proposta, che reputa «liberticida, contro l'informazione libera e contro i blogger che ogni giorno pubblicano articoli mai riportati da giornali e televisioni».

«Per quanto ci riguarda – spiega Giuseppe Giulietti, deputato DS e fondatore di Articolo21 – riteniamo un gravissimo errore l'assimilazione tra i siti editoriali tradizionali e l'intero universo dei blog». «Voglio sperare che il ddl del governo non voglia davvero regolamentare i blog nella rete, sarebbe come voler fermare l'acqua del mare», parafrasa il responsabile Informazione del PDCI, Gianni Montesano. Che però aggiunge: «Una cosa è la libera circolazione delle idee e delle informazioni, altra cosa un'iniziativa editoriale, per la quale, in quel caso sì, è giusta una regolamentazione».

È Beppe Grillo, titolare di uno dei blog più visitati al mondo, a guidare il fronte degli scontenti. «Palazzo Chigi ha approvato un testo per tappare la bocca a internet e nessun ministro si è dissociato. La prova ? La legge Prodi-Levi prevede che chiunque abbia un sito debba metterlo sul ROC dell’autorità delle comunicazioni, produrre certificati e pagare soldi anche se non lo fa a fini di lucro. Il 99% dei blog chiuderebbe. Il restante 1% risponderebbe, in caso di reato, di omesso controllo, e incapperebbe negli articoli 57 e 57 bis del codice penale. In pratica, galera sicura. Se questa legge passa, sarà la fine della Rete in Italia. Io sarò costretto a trasferirmi in un Paese democratico».

«Niente censure», risponde Levi, nessun controllo di Stato su internet. «Il governo - spiega il sottosegretario alla presidenza - non ha alcuna intenzione di tappare la bocca alla rete, non ne avrebbe neppure il potere. Ha soltanto varato un disegno di legge per mettere ordine al settore. Una cosa è un ragazzo che apre un sito, un’altra chi pubblica un vero prodotto editoriale. Vogliamo creare le condizioni per un mercato libero, aperto e organizzato». Insomma, sostiene il sottosegretario, «lo spirito della legge è chiaro: quando prevediamo la registrazione non pensiamo al ragazzo che realizza un proprio sito, ma chi attraverso internet fa informazione». Certo, ammette, «siamo consapevoli che il confine è sottile e non facile da definire, ed è per questo che ci affidiamo al garante».

Ma il blog di Grillo, che fine farà ? «Non spetterà al governo deciderlo», dice Levi.

Si può garantire un libero flusso dell'informazione impedendo l'utilizzo in rete, magari come chiavi di ricerca, di parole potenzialmente pericolose? Questa la domanda a cui bisognerà rispondere se andrà in porto il nuovo progetto annunciato dal commissario europeo alla Sicurezza Franco Frattini, intenzionato a mettere al bando termini come “bombe” o “uccidere”.

“Intendo condurre una indagine esplorativa con il settore privato - ha spiegato Frattini a Reuters - su come sia possibile utilizzare la tecnologia per impedire che la gente utilizzi o ricerchi termini pericolosi come bomba, uccidere, genocidio o terrorismo”. Le dichiarazioni del Commissario, che già in passato aveva espresso alcune perplessità sulla disseminazione online di certe informazioni, non sono per ora destinate a tradursi in una normativa o in una tecnologia specifica: l'appello di Frattini è al settore privato e a quello pubblico, affinché collaborino individuando delle strade possibili.

In tal senso, il prossimo novembre Frattini intende inserire questa idea in una serie di misure anti-terrorismo che verranno proposte agli stati membri dell'Unione Europea, procedure che comprendono sistemi più efficienti per la prevenzione di attentati e l'analisi dei passeggeri in transito negli aeroporti. Sarà un caso, ma le dichiarazioni di Frattini sono giunte l'11 settembre, a sei anni dall'attentato alle Torri Gemelle, proprio in concomitanza dello European Security Research and Innovation Forum, un meeting che ha riunito i principali esponenti dell'industria tecnologica europea.

Secondo Frattini, è necessario muoversi in una direzione di maggiore severità, in quanto la rete, come già più volte ripetuto da molti esperti e diverse amministrazioni, viene utilizzata in modo massiccio dalle reti terroristiche internazionali. A chi ha definito il progetto di Frattini di “censura selettiva”, il Commissario ha risposto che. “istruire qualcuno su come si costruisce una bomba non ha niente a che vedere con la libertà di espressione, o la libertà di informare. Il giusto equilibrio a mio avviso è dare priorità alla protezione dei diritti assoluti e, primo tra tutti, quello di vivere”. Il Commissario ha garantito che non ci potrà essere alcun freno alla divulgazione di documenti storici, opinioni o analisi. Quel che va bloccato, ha spiegato, è la diffusione di istruzioni operative che i terroristi possono far proprie ed utilizzare. “Il livello della minaccia - ha sottolineato Frattini - rimane molto elevato”.

Tra le misure che dovranno essere implementate all'interno dell'Unione Europea, Frattini auspica modi più veloci per il blocco dei siti web. Il Commissario lamenta come in molti paesi dell'Unione sia ancora assai difficile pervenire ad una disconnessione di certi siti in tempi rapidi.

A chi l'accusa di fornire da anni alla dittatura birmana programmi e tecnologia per sottoporre a censura informazioni e opinioni che circolano via computer, Fortnet, un'azienda di Sunnyvale, nella Silicon Valley, risponde che non vende i suoi prodotti direttamente, ma attraverso società intermediarie. Non sa quindi molto dei clienti finali, anche se ritiene che siano essenzialmente aziende private che acquistano «filtri» da utilizzare, ad esempio, per impedire al loro personale di accedere a siti porno. Gli investigatori di Open Net Iniziative, osservatorio creato dalle università di Harvard, Oxford, Cambridge e Toronto per monitorare lo «stato di salute» di Internet, obiettano che tempo fa il capo delle vendite della società è stato ripreso dalla tv birmana mentre incontrava il capo del governo del Paese asiatico.

«No comment » anche da altre società californiane come Websense e Blue Coat System, la cui tecnologia è usata per censurare la rete in Paesi mediorientali come Yemen ed Emirati. Blue Coat, invece, ammette tranquillamente di lavorare per il governo dell'Arabia Saudita; anzi, sembra orgogliosa di assistere un alleato degli USA a, anche se il governo di Riad non è esattamente una democrazia. Per tenere sotto controllo il web, Singapore, altra dittatura che ha forti legami con l'Occidente, si affida invece a SurfControl, società a capitale britannico ma basata in California. Quanto all'Iran, non è chiaro quale tecnologia usi oggi: in passato ha sicuramente basato le sue censure sul sistema SmartFilter di SecureComputing, ma la società americana sostiene che Teheran l'ha usato illegalmente e non dispone degli ultimi aggiornamenti del programma.

La rivoluzione digitale di Internet ha aperto nuove frontiere di libertà nella circolazione delle informazioni ma, com'era forse inevitabile, ha anche spinto molti governi autoritari a cercare di neutralizzare gli aspetti democratici della rivoluzione digitale. Chi pensava che imbrigliare uno strumento universale come la rete equivalesse a tentare di svuotare il mare con un secchio, chi era convinto che il regime comunista cinese non sarebbe sopravvissuto all'avvento della comunicazione a banda larga, sta rivedendo i suoi giudizi: a Pechino, il PCC rimane al potere, mentre Internet è soggetto a una severissima sorveglianza. E i giganti americani di Internet — Microsoft, Google, Yahoo ! e Cisco Systems — sono stati ribattezzati dagli internauti «la banda dei quattro» per la collaborazione offerta alle autorità di Pechino nei loro interventi repressivi, nel tentativo di non perdere il ricco mercato cinese.

Quello della Cina è il caso più macroscopico e discusso, ma la censura su Internet si sta sviluppando a macchia d'olio in mezzo mondo. Secondo Open Net Iniziative (ONI), alcune repubbliche dell'ex URSS — soprattutto Bielorussia, Tagikistan e Kirghizistan — hanno ripetutamente smantellato interi siti web o bloccato quelli controllati da forze di opposizione nei periodi che precedono le consultazioni elettorali. L'elenco degli altri Paesi che cercano in un modo o nell'altro di mettere la «museruola» a Internet è lungo e comprende, oltre a quelli già citati, Egitto, Cuba, Corea, Siria, Tunisia e Vietnam. Apparentemente, invece, Russia, Malesia, Israele e Venezuela non hanno programmi governativi di intervento nella rete.

Quanto all'Europa, secondo l'organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione, ben 24 Paesi su 56 intervengono in qualche modo per limitare l'attività di Internet. Ma quali sono le tecniche d'intervento più comuni ? C'è chi scatena attacchi di hacker contro i siti che danno più fastidio e chi, come la Cina, gioca d'anticipo e impone a chi vuole operare nel suo Paese di esercitare un'autocensura preventiva sui contenuti. L'Iran, oltre a censurare, ha bloccato i sistemi di comunicazione a banda larga in modo da limitare l'afflusso e la velocità di circolazione di testi e video. La misura più drastica l'ha adottata la giunta militare birmana che nei giorni della protesta ispirata dai monaci buddisti è arrivata addirittura a disattivare l'intera rete.

Misure estreme che fanno notizia. Si parla meno dell'ordinaria censura, quella di routine, in genere attivata utilizzando programmi e tecnologie sviluppate da società americane di quella stessa Silicon Valley che ha regalato al mondo la libertà della comunicazione universale «a portata di clic». Gli studi fin qui condotti escludono i Paesi democratici dell'Occidente: si dà per scontato che qui i controlli, quando ci sono, servano a combattere il terrorismo o la pornografia, non a censurare la libertà di espressione. In realtà, anche in Europa non tutto è scontato, come nel caso della Germania che blocca siti e messaggi filonazisti.

Al Congresso di Washington è stato appena presentato il “Global Online Freedom Act”, un progetto di legge che punta a evitare che l'America continui a esportare software destinato a un uso politico repressivo. Non esistono soluzioni semplici sul piano tecnico (il software usato dai governi è abbastanza simile a quello sviluppato per combattere intrusioni nelle reti aziendali e anche nelle utenze domestiche), ma anche su quello politico il quadro non è del tutto nitido. Tanto più che nemmeno il Congresso si può considerare davvero indenne da tentazioni censorie. Prendiamo il caso Wikipedia: la recente indagine dalla quale è emerso che moltissime voci dell'enciclopedia «spontanea» sono state alterate dall'intervento di entità come la CIAa, il partito repubblicano, la chiesa cattolica e quella anglicana, è stata avviata da alcuni neolaureati del California Institute of Technology dopo aver scoperto che numerosi parlamentari USA avevano ripulito le loro scheda che compare su Wikipedia.

In campo internazionale, mentre gli USA hanno lanciato una campagna mediatica e politica ferocissima sulle costanti violazioni delle libertà individuali in Cina, due giganti della Information and Communications Technology statunitensi hanno firmato accordi commerciali che queste violazioni le consentono. Yahoo ! Incorporated, la più nota corporation pubblica di servizi Internet con quartiere generale a Sunnyvale in California, e Microsoft Corporation, sede Redmond a Washington, hanno firmato insieme a molti altri operatori dell'ITC un accordo con Pechino che restringe ancora di più la già scarsa libertà d'opinione in vista del 17° Congresso del Partito Comunista Cinese, he si è tenuto intorno alla metà di ottobre.

Per continuare ad operare nel mercato cinese, i firmatari hanno scelto di impegnarsi a rispettare un “codice di condotta” che ha poco il sapore della deontologia e molto quello della censura. Il codice è stato elaborato dalla Internet Society of China, un organismo semiufficiale i cui membri appartengono all'Accademia delle Scienze o ad altri think-thank vicini al Partito Comunista Cinese. Principio guida sottoscritto dalle Corporations: «non diffondere messaggi erronei ed illegali». Tra i comportamenti da seguire c'è quello, ad esempio, di costringere i blogger cinesi a registrarsi con nomi e cognomi reali. Secondo l'organizzazione non governativa Reporters sans Frontieres, che ha lanciato l'allarme sul codice firmato con il silenzio di molti media, si tratta di «un' iniziativa che avrà conseguenze molto gravi sulla blogosfera cinese e che segna la fine dei blogger anonimi... rischia di aprirsi una nuova ondata di repressione e di censura».

Le notizie che scappano ancora alle maglie della censura sono troppe per Pechino e rischiano di turbare la «società armoniosa» del presidente Hu-Jintao. Per evitare ciò, lo scorso agosto sono state arrestate sessanta persone nel nordest del Paese con l'accusa di avere diffuso notizie false attraverso Internet e telefoni cellulari. Reporters sans Frontieres ha provato ad ottenere una conferma o una smentita dalle sedi di Pechino di Yahoo ! ed MSN (la divisione Microsoft che si occupa di messaggistica). Quello che hanno ottenuto è stato un rigidissimo “no comment”.

Yahoo ! era già nell'occhio del ciclone per avere rivelato alla polizia cinese il nome di Shi Tao, un giornalista condannato a dieci anni di prigione per aver pubblicato una circolare dell'Ufficio per la Propaganda del Partito Comunista con la quale si ordinava ai giornalisti di non affrontare alcuni argomenti «scomodi». Il regime nazi-comunista cinese non ha gradito anche le proteste dei famigliari dei 181 minatori rimasti intrappolati sottoterra per una settimana a Xintai, nella provincia dello Shandong: le proteste, riprese da un videofonino, hanno fatto il giro del mondo attraverso YouTube. Le autorità cinesi della città di Xiamen, invece, messe in minoranza da SMS e Internet in una mobilitazione popolare contro la creazione di un impianto chimico, hanno obbligato i frequentatori dei siti web locali a registrarsi con il proprio nome e cognome nei forum nei quali esprimono le proprie opinioni. Non solo: ogni post sarà valutato prima della sua pubblicazione e qualsiasi post inaccettabile verrà bloccato: un funzionario ha spiegato che “coloro che diffonderanno informazioni false o dannose saranno arrestati o multati”.

Le autorità cinesi hanno anche bloccato un sito chiamato Great Firewall of China che, tramite un server situato in Cina, permetteva di verificare se un sito (o blog) fosse bloccato dal Grande Firewall Cinese. Inoltre, sono stati bloccati YouTube, Wikipedia e il sito Blogspot.com, già bloccato in precedenza per via di post del blogger cinese Chinabounder, che raccontava i propri successi sessuali con una signora mentre lavorava come insegnante di inglese. Ancor più recentemente, in Cina sono risultati inaccessibili i motori di ricerca americani Google, Yahoo ! e Live Microsoft: gli utenti venivano reindirizzati automaticamente sul motore cinese Baidu, che “evita” pagine sgradite a Pechino. La sospetta censura è stata denunciata da diversi grandi blog americani, come TechCrunch, Digital Marketing Blog e Blogoscoped. Google in un primo tempo ha confermato il blocco. Poi, il 19 ottobre, il portale del motore di ricerca era di nuovo raggiungibile dalla capitale e da altri grandi centri. Eppure, per entrare sul mercato cinese, dove ad esempio il portale Alibaba vale (collocamento sulla borsa di Hong Kong previsto il 6 novembre prossimo) la bellezza di 1 miliardo e 320 milioni di dollari, sia Google che Yahoo ! hanno accettato limitazioni e una collaborazione spesso fin troppo aperta e accondiscendente con le autorità di Pechino. Una commissione del Congresso americano ha recentemente avanzato il sospetto che i vertici di Yahoo ! abbiano mentito sulle informazioni fornite a Pechino su dissidenti cinesi che frequentano internet.

La sfida per il controllo è comunque mastodontica. In Cina, gli utenti della rete sono 137 milioni, il secondo posto per numero di connessioni dopo gli Stati Uniti. Il paese è diventato quest'anno il primo mercato mondiale per il colosso dei cellulari Nokia. Senza un accordo con l'ITC mondiale, è impossibile esercitare un controllo e una censura efficaci, se non assoluti. Ne sa qualcosa la NSA, che negli USA si è accordata con le compagnie private per ottenere intercettazioni e dati di qualsiasi comunicazione. La sfida lanciata alla rete, l'11 luglio del 2001, dall'allora presidente cinese Jiang Zemin, contro «l'informazione perniciosa», per trasformare la diffusione di materiale «segreto o reazioniario» in crimini capitali, non sarebbe possibile senza l'acquiescenza del mercato. Oggi Yahoo !, solo una delle tante Corporations, si difende ammettendo che sottostare a determinate regole è l'unico modo per operare nel mercato cinese.

In Europa, la censura politica, non particolarmente in voga, cede il passo a un filtraggio etichettato come «sociale», rivolto in genere ai contenuti che risultano illegali secondo le leggi dei rispettivi paesi. È il caso soprattutto di materiali pornografici e pedo-pornografici, di contenuti giudicati xenofobi o razzisti e di materiale considerato come incitante all'odio e al terrorismo. Negli ultimi anni, tuttavia, i paesi europei stanno ricorrendo sempre di più allo strumento del filtraggio sociale, non solo rispetto all'informazione illegale, ma anche rispetto a un'altra categoria di contenuti menzionata nel Piano d'Azione per la Promozione dell'Utilizzo Sicuro di Internet: quella del materiale «nocivo». È così che viene definito tutto ciò che può risultare offensivo dei valori e dei sentimenti di qualcuno, che si tratti di sentimenti politici, religiosi o di altra natura.

L'auto-regolazione volontaria delle società che forniscono servizi Internet è uno dei punti chiave delle strategie delineate dal Piano europeo, una modalità di controllo sull'informazione che punta ad una cooperazione tra le imprese e gli stati, da attuarsi con mezzi più o meno incisivi a seconda delle caratteristiche dei casi, segnalati da apposite agenzie governative. Adottata già nel 2004 dal Regno Unito, seguito da Norvegia, Danimarca, Svezia e Italia, la politica dell'autoregolazione risulta spesso «volontaria» solo formalmente, essendo in molti casi sollecitata e regolata dalle autorità attraverso provvedimenti legislativi. In alcuni casi, come in Germania, sono stati i motori di ricerca e i provider stessi a decidere di unire le forze per organizzare il filtraggio di contenuti nocivi ai minori (sesso e violenza, ma non solo), basandosi su una lista nera fornita da un'agenzia statale. Ed è proprio in Germania che l'effetto di questa politica si è fatto sentire in maniera pesante, sconvolgendo i membri delle comunità di Flickr.

Flickr è la piattaforma di condivisione di immagini online più popolata della rete, con milioni di iscritti in tutto il mondo, che annovera tra i suoi membri, oltre a casalinghe disperate che morivano dalla voglia di invadere la rete con i propri autoscatti e feticisti del fotolog e del report delle vacanze, anche moltissimi fotografi, illustratori, grafici e professionisti della creazione e della manipolazione di immagini. Eserciti di creativi che nelle pause dal lavoro sfogano il loro immaginario represso negli scontri di Photoshop Kung Fu, esperti di fotoritocco che si divertono con i montaggi, pittori, scultori e artisti di ogni sorta, che usano il sito per far conoscere le loro creazioni. Dal giugno scorso, gli utenti tedeschi non possono visualizzare il contenuto delle immagini che non siano «flaggate» come «sicure», né quelle prive di «flag». Quello dei «flag» è un sistema di auto-filtraggio che il software offre all'utente come servizio per limitare l'accesso alle foto che ritiene non del tutto «sicure». L'utente può decidere di valutare o meno le sue immagini e può valutare le immagini degli altri utenti come ad uso «sicuro», «moderato» o «ristretto», sollecitandone così la revisione da parte dello staff.

I membri tedeschi di Flickr si trovano così a condividere con Cina, Honk Kong, Singapore e Corea il triste destino di utenti «minorenni», esclusi dall'accesso a una grossa fetta del materiale postato da loro stessi e dagli altri membri, come quelle raffiguranti corpi nudi o altre scene valutate come «adatte a un pubblico adulto». Il dissenso dei membri si è organizzato nei forum interni, promuovendo diverse pratiche di protesta e reazione, rivendicando il diritto di utenti paganti ad accedere a tutti i contenuti. A fronte della protesta, del resto, gli amministratori hanno avuto ben poche possibilità di intervenire, essendo divenuti proprietà di Yahoo ! proprio pochi giorni dopo la costituzione della cordata per la «sicurezza» formata da Yahoo ! stessa insieme a MSN Deutschland, AOl Deutschland, Google e Lycos, intrapresa come mossa preventiva di ulteriori restrizioni legali, temute da quando l'UE ha iniziato a esercitare pressioni sugli stati e sulle imprese per coordinare una politica comune di filtraggio.

Dal 7 giugno scorso, Flickr risulta parzialmente navigabile in gran parte della Cina: in quasi tutto il territorio cinese risulta impossibile visualizzare le immagini presenti su Flickr, oppure inserire nuovi contenuti testuali o visualizzare quelli più recenti. Il personale tecnico del portale ha escluso che il problema sia dovuto a ragioni tecniche interne. John Kennedy, su Global Voices, ha spiegato che la causa di quanto accaduto sarebbero Lian Yue e Bullog, giornalista e blogger cinesi che da soli portavano avanti una campagna di informazione sulle manifestazioni di protesta che si stavano svolgendo nella regione di Xiamen. È possibile che c'entrino qualcosa anche le decine di immagini riguardanti gli avvenimenti di Piazza Tiananmen, moltiplicatesi in occasione dell'anniversario dei fatti del 1989, che raccontano una verità diversa da quella ufficiale e poco gradita alle autorità cinesi.

La blogosfera si è riempita velocemente di interventi polemici contro questa “purificazione”: molti anche i consigli su come aggirare la “Grande Muraglia” virtuale che circonda la Cina, attraverso interessanti estensioni per Firefox. Una in particolare è diventata una specie di punto di riferimento per la libertà di navigare ovunque: si tratta di “Access Flickr !”, sviluppata da Hamed Saber per scavalcare un blocco analogo a quello cinese messo in atto dal governo iraniano. L'estensione si installa facilmente e consente di fruire liberamente e senza alcuna restrizione dell'intero portale. Lo stesso Saber si è dichiarato disposto ad aiutare la comunità cinese di Flickr per agevolare l'introduzione del suo plugin, raccogliendo il plauso della rete dei blogger. Esistono anche altre soluzioni che permettono di scavalcare il blocco, ma nessuna è così semplice da usare come Access Flickr !.

La vicenda di Flickr ha portato alla luce un tipo di censura, occulta e silenziosa, cui ci troveremo di fronte sempre di più negli anni a venire, difficile non solo da eludere, ma anche da riconoscere, operata soprattutto sulle immagini.

Il presidente nord-coreano Kim Jong-II, paladino della censura dei media, ha spiegato di essere un “esperto di Internet”. Lo ha dichiarato, riportano le cronache, nel corso di un incontro tra le due Coree, spiegando che, proprio in qualità di esperto, lui sa che è meglio non diffondere l'accesso ad Internet. "Molti problemi emergerebbero - ha affermato il dittatore - se Internet fosse connessa ad altre parti del Nord". Come noto, in Corea del Nord, paese considerato nemico di Internet da Reporters sans Frontieres, esiste un sistema di connettività telematico, una sorta di intranet governativa, strettamente controllato, sul modello del “Great Firewall of China”, al quale non tutti possono accedere.

Un altro dei principali nemici di Internet, la Siria, è tornato a far parlare dei suoi filtri per la censura di stato: il firewall governativo ha messo fuorigioco una decina di siti che si battono per i diritti civili o blog che ospitavano articoli troppo generosi verso i valori democratici. Come riportato da Agence France-Press, tra i siti bloccati vi sono anche quelli di organizzazioni giornalistiche che hanno sede in Arabia Saudita e in Libano. In Siria, d'altro canto, i siti bloccati sono davvero numerosi, conseguenza dei timori pubblicamente espressi dal presidente-dittatore el-Assad, che ritiene la grande rete internazionale uno strumento capace di distruggere la società siriana.

Il Governo svedese se l'è presa invece con ThePirateBay.org, accusato di essere un sito pornopedofilo: i provider del paese sono stati invitati ad impedire che i propri utenti abbiano accesso a quelle pagine. Il Partito dei Pirati locali ha denunciato l'apparizione di una pagina di blocco sui computer di molti utenti svedesi che, nel tentare di accedere al sito della Baia, si sono visti annunciare la presenza di un sito pedopornografico (i promotori del sito, in nome della libertà di espressione, avevano annunciato l'intenzione di ospitare un forum sulla pedofilia). Secondo i pirati, questi filtri antipedofilia in Svezia sono stati proposti dal Governo: ai provider sta decidere se accettarli o meno. Inoltre, la Baia è già stata filtrata ingiustamente in questo stesso modo in passato e sempre dallo stesso ufficio di polizia, che vorrebbe attivare un blocco contro la Baia qualora “quei contenuti rimangano disponibili online”.

In India, la frangia estremista di un partito Hindu