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Il caso Société Générale


di: Vincenzo Comito

Ancora i derivati al centro della scena. Cronache della crisi alla Société Générale

I derivati hanno fatto un'altra vittima molto importante; dopo diverse grandi banche Usa e qualcuna europea, ora si tratta della Société Générale francese.

Questa volta il colpo è doppio; la società ha da una parte perso circa 2,0 miliardi di euro nelle operazioni legate alla crisi del sub-prime, ma chissà che fra qualche settimana non ci dicano che la perdita è arrivata magari a 5 o 10 miliardi di euro; d'altro canto, ne ha persi altri 5,0 circa per le supposte operazioni occulte di un suo dipendente “infedele”.

Il colpo appare poi tanto più forte perché la banca era orgogliosa di essere addirittura leader mondiale nel settore, in particolare su di alcuni tipi di derivati, quali quelli azionari (proprio l'area sulla quale è scoppiato lo scandalo) e di avere persino contribuito in maniera molto rilevante, a suo tempo, all'invenzione e allo sviluppo stesso di tale mercato. In ogni caso, per anni la banca ha guadagnato miliardi di euro sviluppando alcuni dei più complessi ed innovativi strumenti del settore, ottenendo il rispetto dei suoi concorrenti a livello mondiale: nel solo 2006 gli utili netti della banca hanno raggiunto i 5,2 miliardi di euro e il settore dei derivati ha contribuito da solo ad almeno il 20% di tale importo.

Lo stesso business dei derivati impiegava 25 persone nel 1990 e ne occupava, al momento della crisi, ben 3.500. Naturalmente, nel frattempo, la stampa americana gongola per le difficoltà degli odiati francesi. Tanto più che la banca si caratterizzava per la grande arroganza dei suoi dirigenti, che non mancavano occasione per dichiarare la loro superiorità nel business. Più in generale, la stampa anglosassone si chiede come è potuto succedere che la Francia, che ha sempre denunciato gli eccessi brutali di Wall Street, possa essere caduta preda di quello che nel paese viene chiamato come capitalismo selvaggio.

Bisogna, su di un altro piano, ricordare che l'amministratore delegato della banca, A. Bouton, aveva affermato a più riprese che la sua banca aveva messo a punto un avanzatissimo sistema di controlli interni, che nessuno avrebbe potuto ingannare. Ben più di 2000 persone lavorano in banca a tali sistemi. A questo punto, le perdite recenti sul fronte dei derivati di comuni, province, regioni, del nostro paese, e su cui il nostro sito si è tanto agitato di recente, appaiono quasi un'inezia; perlomeno, i fatti francesi, dopo quelli americani, inglesi, svizzeri, possono permettere a qualcuno di dire che, in fondo, se si sono tanto sbagliati nei templi della finanza, anche un piccolo comune sperduto nella campagna toscana può essere quasi assolto per qualche peccatuccio simile.

Ricordiamo a questo punto che la Société Générale ha in effetti un passato molto illustre. Fondata nel 1864 con il contributo politico determinante di Napoleone III, da allora ha sempre fatto parte dell'élite del settore bancario francese. L'Imperatore aveva già contribuito a mettere in piedi il Credit Mobilier dei fratelli Pereire, che sarà all'origine poi delle moderne banche di sviluppo, secondo una linea che si diffonderà poi con molto successo nel resto d'Europa; la banca sarà, peraltro, costretta poi a chiudere i battenti per l'ostilità della Banca di Francia e del grande capitale del paese. Nello stesso secolo i francesi vareranno almeno un'altra grande istituzione finanziaria, il Credit Lyonnais, che sarà anch'essa all'origine di una serie di importanti innovazioni sul fronte finanziario.

È interessante poi ricordare - nessuno forse lo ha rilevato – che in realtà la Societé Générale è entrata più di una volta in crisi nella sua storia. Essa avrà grosse difficoltà già nel 1905 e sarà salvata a quel tempo, tra l'altro, proprio da quella banca Paribas ora peraltro fusa con la BNP- che si appresterebbe ora a venire di nuovo in soccorso della malcapitata, acquisendone tutte le attività, o, almeno, una parte consistente. Una seconda e più grave crisi arriverà al momento dello scoppio della prima guerra mondiale, quando la banca subisce l'onta di un principio di run, ovvero di depositanti che si precipitano a ritirare i loro soldi. Anche in quel caso la Paribas interverrà, ma questo non basterà ed alla fine deve farsi avanti lo Stato con misure molto drastiche. La storia, come di frequente accade, si ripete. Bisogna anche ricordare che la BNP ha già provato nel 1999 ad impadronirsi, ma senza successo, della banca rivale e da allora l'ostilità tra le due strutture è diventata un fatto permanente della scena finanziaria francese.

Veniamo ora alla cronaca di questi giorni. Che cosa è successo veramente ? E' difficile dirlo con precisione, date le contrastanti versioni dei fatti fornite dai vari protagonisti del dramma, in particolare dalla direzione della banca e dall'impiegato incriminato, J. Kerviel. Kerviel lavorava nel settore dei derivati su azioni, un'attività centrale della banca; ma egli non era un vero e proprio trader - figura che rappresenta di solito l'elite della banca, un mestiere in cui si entra quasi sempre perché si fa parte dei ristretti circoli privilegiati e perché si sono fatti gli studi nelle scuole giuste - una persona cioè abilitata a prendere dei rischi, ma un semplice arbitraggista. Normalmente un arbitraggista non prende dei rischi, in quanto egli semplicemente acquista e vende simultaneamente gli stessi titoli cercando di approfittare delle differenze minime di valore che possono esistere tra le differenti piazze per uno stesso titolo. Dal momento che tali differenze sono in genere molto contenute e solo temporanee, per guadagnare delle somme rilevanti bisogna operare con volumi molto elevati. Nel nostro caso l'operatore comprava e vendeva simultaneamente dei prodotti derivati, creando in particolare, nei fatti, delle operazioni in contropartita che in realtà erano fittizie, con il risultato quindi che la banca doveva affrontare grandi rischi.

Così l'istituto si è venuto a trovare esposto per somme molto ampie senza alcuna copertura reale. Invece di coprirsi, Kerviel stava in effetti speculando con i soldi della banca. Queste operazioni speculative sono aumentate in frequenza e in dimensioni durante tutto il 2007. Da rilevare che per due anni Kerviel è riuscito a ingannare tutti i sistemi di controllo dei rischi delle operazioni presenti in banca, sistemi sino a ieri valutati come forse i migliori al mondo e che costituivano un punto di riferimento importante per le altre imprese del settore. Egli poteva farsi gioco dei sistemi di controllo e falsificare i documenti anche perché conosceva tutti i codici informatici, le chiavi di accesso e la frequenza dei controlli per il semplice fatto che per cinque anni aveva lavorato dall'altra parte, nel back office incaricato di controllare le operazioni dei trader e degli arbitraggisti. Questo non dovrebbe mai succedere. Come ha dichiarato un esperto, la banca si è comportata come qualcuno che installa un sofisticatissimo sistema antifurto e viene rapinato perché ha dimenticato di chiudere la finestra. Per altro verso, le debolezze del sistema di controllo appaiono strutturali nel sistema bancario, dal momento che gli addetti al settore sono pagati infinitamente meno degli addetti alle operazioni e si trovano per alcuni versi in una situazione di sudditanza psicologica con essi. Comunque, le strutture di controllo alla Socgen non riuscivano a tenere il passo con un trading molto sofisticato ed in forte espansione; inoltre, è risultato che il sistema organizzativo di controllo alla banca era molto compartimentato in settori distinti, senza controlli incrociati. Ma con tutte le precauzioni ulteriori che si potevano prendere, bisogna anche ricordare che in realtà oggi qualsiasi rete è penetrabile, come ci ricorda O. Pastre in un'intervista a Il Sole 24 Ore dell'1 febbraio 2008.

Kerviel avrebbe operato ad un certo punto per rifarsi di perdite iniziali secondo un processo cumulativo ben noto ai giocatori di casinò e che appare per molti versi abbastanza simile a quello innescato diversi anni fa nel caso della Barings. Nick Leeson, un funzionario neanche troppo importante, fece crollare in effetti nel 1995 una delle più antiche e rispettate banche della City con operazioni e comportamenti non molto dissimili da quelli di Kerviel.

Quest'ultimo ammette di avere preso sul mercato grosse posizioni che andavano al di là del suo mandato e di averle nascoste con operazioni fittizie, ma che nello stesso tempo era molto facile scoprire tali attività con dei semplici controlli; le sue operazioni, egli afferma, non erano affatto sofisticate. Quindi il management della banca, per lui, aveva deliberatamente chiuso gli occhi sulle sue operazioni – in effetti ci sarebbero parecchi indizi che porterebbero a pensare che le cose si siano proprio svolte in tale modo-. Sino a che guadagnavano e la cosa non era troppo appariscente, la banca non diceva nulla. In effetti le operazioni di Kerviel erano in attivo consistente sino quasi alla fine del 2007. Nel corso dell'anno, ad un certo punto l'operatore avrebbe guadagnato circa 1,4 miliardi di euro. Ma l'arbitraggista non sa come spiegarlo ai suoi superiori e così nasconde l'utile e anzi cerca di ridimensionarlo fortemente. Per quanto riguarda le motivazioni della sua condotta, il malcapitato afferma che il suo obiettivo non era il guadagno personale diretto, ma solo quello di ottenere dalla banca un elevato bonus per i risultati ottenuti. Il giudice ha creduto alla sua versione, tanto che l'accusa di furto è stata fatta cadere e l'operatore è stato, almeno per il momento, rimesso in libertà. Kerviel fa capire che la banca più in generale si comportava in maniera lassista nei confronti di certi trader, coprendoli sino a che essi guadagnavano dei soldi e semmai scaricandoli, come nel caso di Kerviel, quando cominciavano a perderne. Sembra di poter capire che in un clima di concorrenza interna sfrenata, di una cultura dell'arricchimento ad ogni costo e in presenza di vere e proprie barriere “di classe” tra i trader da una parte, gli arbitraggisti e gli addetti al back office dall'altra, l'impiegato abbia cercato di mostrare che era più bravo dei suoi colleghi strapagati, che egli era al top della professione.

Per sottolineare la grande pressione esercitata in banca sugli addetti perché ottenessero risultati, si può ricordare che negli ultimi anni almeno tre trader si sono suicidati. Come afferma il responsabile di una società di consulenza finanziaria, secondo dichiarazioni riportate dal giornale Guardian del 30 gennaio 2008, tutte le grandi istituzioni bancarie, a livello mondiale, sono fuori di testa. Per altro verso, gli avvocati dell'impiegato hanno affermato che la direzione della banca, denunciando Kerviel, ha cercato di innalzare una cortina fumogena per coprire le grosse perdite incorse dalla banca nel mercato del sub-prime. Un aspetto della questione che appare interessante rilevare è quella che una volta scoperte le irregolarità, la direzione della banca cerca di chiudere molto rapidamente tutte le operazioni scoperte, che ammontavano a ben 50 miliardi di euro, per evitare una grave crisi, oltre che della banca, anche dei mercati finanziari; e lo fa affidando lo svolgimento di tutte le operazioni, in gran segreto, ad un solo operatore, per evitare che le notizie si diffondessero. Questo soggetto porta a termine tranquillamente la missione in tre giorni senza che nessuno se ne renda conto e si ponga degli interrogativi; questo dà un'idea, afferma il Nouvel Observateur del 31 gennaio 2008, della attuale follia del pianeta finanziario.

Con il caso della Société Générale si conferma ancora una volta negli ultimi mesi l'autismo e la rapacità dei trader da una parte - chissà quante altre truffe più o meno simili si nascondono nel sistema bancario internazionale -, sentimenti spinti anche da una complicità sostanziale delle direzioni aziendali e da un clima di corsa forsennata ai guadagni; dall'altra anche, comunque, l'inefficacia dei sistemi di controllo. Vogliamo chiudere, come commento generale all'episodio, con una dichiarazione svolta in proposito da Segolene Royal: “...una banca non è fatta per speculare, ma per prestare a dei tassi di interesse moderati alle persone per aiutarli a farsi una casa e alle imprese per potere creare nuova occupazione”.

Data articolo: aprile 2008
Fonte: www.finansol.it




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