LO SPIRITO DELLA TEMPESTA
“Quanto più rapidamente verrà annientata la razza umana, meglio sarà: nessuno deve rimanere vivo, non dev'esserci compassione per la feccia della Terra”. Ha annunciato la strage con un video su YouTube, poi si è recato a scuola, la “Jokela High Shool” della città di Tuusula, a circa 60 chilometri da Helsinki, e ha ucciso otto persone, prima di togliersi la vita sparandosi alla testa. Pekka-Eric Auvinen, il 18enne finlandese che ha compiuto la strage, era affascinato dalle armi ed aveva atteggiamenti violenti. Si diceva un ammiratore di Hitler e Stalin e nel profilo che accompagnava il suo video, utilizzava come nickname “Sturmgeist89” (“Lo spirito della tempesta”). Si definiva “un esistenzialista cinico, un umanista antiumano, un darwinista sociale antisociale, un idealista realista e un ateo che si crede un dio”.

L'account su YouTube era stato aperto appena tre settimane fa, dopo un precedente tentativo fallito per intervento degli amministratori del sito. La sua pagina personale era divisa in quattro sezioni - società, vita, religione, filosofia - piene di messaggi apocalittici: “Arriveranno le rivoluzioni, i governi crolleranno, l'idiocrazia della maggioranza sarà sostituita dalla libertà e la giustizia”. La polizia ha detto che il ragazzo proveniva “da una famiglia normale”, era incensurato e aveva preso il porto d'armi lo scorso 19 ottobre (rispetto agli standard europei, in Finlandia il porto d'armi è ottenibile più facilmente, ma gli scontri a fuoco sono estremamente rari: l'ultimo caso in una scuola risale al 1989, quando un 14enne sparò contro due alunni che lo prendevano in giro, uccidendoli).
Il video pubblicato su YouTube mostra la foto di una scuola che sembra proprio l'istituto “Jokela”, dove ha avuto luogo la sparatoria. L'immagine poi si scompone e rivela la foto, rossa, di un uomo che punta una pistola contro la macchina fotografica. Il video è intitolato “Strage alla Scuola superiore Jokela - 7 novembre 2007”. Dopo poche ore, in rete, prima di essere rimosso, prima del compimento effettivo della strage, il video aveva ricevuto oltre 125mila contatti. Ma nessuno ha pensato ad avvisare la scuola.
L'UOMO E IL SACRO
Partendo dalle analisi dell'antropologo Marcel Mauss sulla funzione del sacro nelle società arcaiche, Roger Caillois ne rivaluta il ruolo anche nelle società moderne, tendenti alla uniformità, al livellamento, al rilassamento delle tensioni propri dell' “homo oeconomicus”. Come Georges Bataille, anche Caillois giunge a considerare la reintroduzione del sacro, con tutta la sua ambiguità, il solo modo per contrastare le tendenze distruttive all'opera nella modernità.

Erano gli anni del Collège de Sociologie, tra il 1937 e il 1939, condivisi con Bataille e Leiris, che Caillois rievoca nel 1974 in “Approches de l'Imaginaire”: “Eravamo d'accordo sull'importanza eminente, per non dire decisiva, del sacro, nelle emozioni degli individui come nelle strutture della società”. Per Bataille, il sacro era la via del ritorno alla “totalità perduta”; per Caillois, ciò che gli permetteva di misurare la distanza tra le società arcaiche, studiate da Mauss, da Dumézil, da Granet, e quella società moderna che, nel suo saggio-manifesto del 1937, “Il Vento d'Inverno” (una metafora che intendeva esprimere quello spirito di glaciazione che aleggiava sull'Europa e gli europei alla vigilia della seconda guerra mondiale), lui stesso aveva definito “divenuta profana all'estremo”.
Alla fine degli anni Trenta, Caillois si rifaceva alla severità di Stirner, Nietzsche, Baudelaire, Rimbaud. In particolare a Baudelaire, alla sua lucidità critica mascherata da dandysmo. Si prendano ad esempio i “Journaux Intimes”, dove riaffiora costantemente la nostalgia del sacro, elemento di redenzione e di coesione che le società moderne hanno irreparabilmente smarrito: “Il misticismo, anello di congiunzione tra paganesimo e cristianesimo. Il paganesimo e il cristianesimo sono la prova l'uno dell'altro. La Rivoluzione, attraverso il sacrificio, conferma la superstizione. (...) Anche se Dio non esistesse, la Religione sarebbe ancora Santa e Divina”.
Questa nostalgia di Baudelaire per una società aristocratica fortemente “sacralizzata” è al centro del “Vento d'Inverno”, quando l'allora venticinquenne Caillois se la prende contro la volgarità e l'egoismo dei “sazi” e dei “trionfanti”. Era il decennio in cui termini come “mito” e “fede”, “rito” e “sacrificio”, “nuova religione” e “mistica”, erano sfruttati dalle organizzazioni giovanili fasciste e naziste, che si presentavano come ordini monastici impegnati in un'esaltante crociata anti-materialistica. Fu proprio la disamina rigorosamente razionale e scientifica delle forme del sacro, portata avanti dai fondatori del Collège de Sociologi, a tracciare quella linea di confine inequivocabile tra la retorica, suggestiva e inquietante, del razzismo spiritualista, e la fascinazione per il “numinoso”.
È proprio questa disamina che Caillois mette a punto nell'anno che segue la stesura del “Vento d'Inverno”. Nasce così “L'uomo e il Sacro”, concentrato degli anni di studio trascorsi all'École des Hautes Études e di vaste letture etnografiche che spaziano dall'antica Grecia all'antica Cina, dalle tribù indiane d'America agli eschimesi, dai maori alla Roma repubblicana. Lo sforzo di Caillois è quello di pervenire a una sintesi partendo da una sterminata mole di materiali analitici. Dai suoi attenti raffronti, la fisionomia del sacro emerge fissata nelle costanti che la caratterizzano attraverso i secoli e sotto le più varie latitudini. «In fondo, la sola cosa che si possa validamente affermare intorno al sacro in generale, è contenuta nella definizione stessa della parola: sacro è ciò che si oppone al profano. Appena si tenta di precisare la natura, la modalità di questa opposizione, si incontrano grandissimi ostacoli. Per quanto elementare, nessuna formula risulta applicabile alla complessità labirintica dei fatti».

Nelle società tribali, come nella Grecia delle città-stato, nella Roma repubblicana e nella Cina dei clan, è proprio la dicotomia sacro-profano a organizzare e a scandire la vita comunitaria. Il sacro, ambito di forze misteriose alle quali si chiede protezione e assistenza, ma dalle quali è anche necessario proteggersi costantemente, va tenuto ben distinto dal profano: ogni mescolanza tra i due ambiti minaccia non solo l'ordine della vita associata ma quello dell'intera natura, dell'universo.
Sull' “ordo rerum”, l'ordine naturale delle cose , che un rigido sistema di tabù e di riti protegge da ogni violazione intempestiva, grava una minaccia terribile: quella del ritorno al caos primigenio, alla remota età di confusione, dalla quale gli antenati e gli eroi, con strenua fatica, fecero emergere stabili strutture familiari e sociali. Queste strutture rischiano sempre, con il tempo, di logorarsi e perire: per rivivificarle, il solo rimedio è una provvisoria reimmersione della società intera nel caos dal quale è sorta. E il modo migliore per farlo, dice Caillois, è la festa: nella festa (nel rito), ogni divieto è non solo infranto, ma rovesciato (il mondo capovolto), ogni trasgressione è prescritta. Dalla festa, la società esce ringiovanita e rafforzata, pronta ad un nuovo ciclo del suo destino, scritto da sempre nei più profondi istinti umani, nelle pulsioni psico-biologiche ben prima che religiose.
È proprio a proposito della festa che la riflessione di Caillois suggerisce il confronto tra le società tradizionali, studiate dagli etnologi, e la società moderna. In quest'ultima, che ha ridotto e interiorizzato al massimo lo spazio del sacro, la festa non esiste più: le “vacanze” dell'individuo, momento di rilassamento anodino e isolato, non ne conservano nemmeno il più vago ricordo (sono ormai un rito borghese totalmente de-sacralizzato). Nella vita delle società capitalistiche industriali (e globalizzate), il momento della festa, in cui la distruzione programmata e massiccia sostituisce l'accumulazione delle ricchezze, in cui tutte le regole morali sono rovesciate, è stato sostituito dal più grave dei crimini: l'assassinio, prescritto quasi come un sacro dovere.
È dunque il momento della guerra in cui l'uomo moderno, orfano del sacro, ritrova il contatto col suo sé più profondo, con la sua natura dionisiaca. Su questa intuizione, enunciata verso la fine de “L'Uomo e il Sacro”, Caillois torna in un saggio del 1949, “La Vertigine della Guerra”: pagine sconvolgenti in cui allinea testimonianze di protagonisti della storia e di scrittori che hanno vissuto il primo e il secondo conflitto mondiale come un'esperienza di mistica esaltazione, di sacra ebbrezza, di totale vertigine.
Isolato dal sistema mitico-rituale di contrappesi che preservava le società tradizionali dalla distruzione completa, il momento della festa - in cui il sacro irrompe nel profano - diventa per la società moderna quello della violenza e della sopraffazione, in tutte le sue forme: lo stupro, la tortura, l'assassinio, la strage, la guerra.
Fino a quella più mostruosa e più esaltante: la bomba atomica, simbolo di un nichilismo e di una volontà di onnipotenza che minaccia, ancora oggi, la sopravvivenza stessa dell'umanità.
Data articolo: novembre 2007
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