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redazione ECplanet

Centoventi km di coste libanesi sono stati raggiunti dal combustibile fuorisciuto a partire dal 14 luglio, giorno del bombardamento sulla centrale elettrica di Jiyyeh, a metà strada fra Sidone e Beirut. Dall'UNEP, il Programma Ambiente delle Nazioni Unite, fanno sapere che è il più grave disastro ambientale nella storia libanese e mettono in allerta Cipro e Siria, le cui coste sono già minacciate dalla marea nera.

“Abbiamo dato la nostra disponibilità immediata per inviare nostri mezzi ed esperti”, ha dichiarato il ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio rispondendo a un appello del Governo siriano, durante la presentazione a Roma del dossier sui danni ambientali provocati dal conflitto mediorientale. Questo avverrà “ad unica condizione”, ha concluso il ministro, “non appena ci sarà il cessate il fuoco e verranno fornite garanzie di sicurezza”.

Chissà quando, quindi.

Le stime, su cui concordano fonti libanesi e israeliane, parlano di 10 mila tonnellate riversate in mare subito dopo i bombardamenti e altre 20 mila fuoriuscite nelle oltre 3 settimane trascorse. Per avere un termine di paragone basta confrontare questi dati con il carico della Prestige, la petroliera affondata davanti alle coste della Galizia nell'Autunno del 2002: nella sua stiva la Prestige custodiva 70.000 tonnellate di greggio. Allora come adesso, si parlò di disastro ambientale, con un'eccezione però: la mobilitazione di migliaia di ecologisti che arrivarono da tutta la Spagna e dall'Europa per provare a salvare la costa. Mobilitazione impensabile in tempo di guerra.

“Questo ulteriore incidente”, ha riferito nella stessa conferenza stampa Silvio Greco, presidente dell'ICRAM, l'Istituto Centrale per la Ricerca scientifica e tecnologica Applicata al Mare, “si inserisce in un quadro ambientale già grave. Basti pensare che il Mediterraneo ha una concentrazione di catrame pelagico di 38 milligrammi a metro quadrato contro i 10 dei Caraibi e i 3,8 del Giappone”.

Il ministro dell'Ambiente ha poi lanciato un appello alla comunità internazionale invitandola ad unirsi alla task force dell'ICRAM, a capo della quale è stato messo Ezio Mauro, uno dei massimi esperti di sversamento di petrolio in mare. “Non si può rimanere indifferenti di fronte a questa catastrofe ambientale”, ha proseguito Pecoraro Scanio, “ci sentiamo di lanciare l'allarme e mi auguro che oltre all'Italia ci siano anche altri Paesi che diano la loro disponibilità”.

Il rischio peggiore, fa sapere intanto la responsabile della Comunicazione del Centro dell'Onu, Simonetta Lombardo, è che potenzialmente tre milioni di persone sarannono esposte all'aumento di rischi cancerogeni. Nel rapporto viene infatti specificata la natura del liquido fuoriuscito: non si tratta di petrolio ma di olio combustibile per impianto energetico, un micidiale cocktail tossico di idrocarburi policiclici aromatici e di sostanze quali il benzene, il benzopirene, il tuolene, i policlorobifenili. Sostanze, ha concluso Lombardo, “che provocano il cancro e danni al sistema endocrino”.

Inoltre, a causa degli scontri, anche le foreste al nord di Israele corrono un grave rischio. Secondo le ultime stime, oltre 3.600 ettari di terreno sono stati danneggiati dal fuoco incrociato tra israeliani e Hezbollah. "Non si è mai verificata una situazione simile in precedenza", ha dichiarato al New York Times Shimon Romach, Commissario della Protezione Civile per gli Incendi. La causa della distruzione sono stati i missili, contenenti tonnellate di materiale esplosivo, che hanno colpito foreste, vigneti e frutteti della Galilea, una delle aree più verdi dello Stato ebraico.

L'emergenza ambientale è destinata a peggiorare per via dell'esaurimento, avvenuto due giorni fa, del fondo statale per gli interventi aerei antincendio.

settembre 2006

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