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redazione ECplanet

Lo scorso venerdì, sei giovani giapponesi sono stati trovati morti dentro una macchina per asfissiamento. Sono le ultime vittime di una catena di suicidi collettivi che si stà propagando via internet. Le autorità hanno detto di sospettare che i 5 uomini e una donna, tutti ventenni, si siano incontrati online prima di darsi appuntamento in un'area forestale a 50 miglia a nordovest di Tokyo e compiere il gesto.

Da quando è emerso per la prima volta nei tardi anni Novanta, il fenomeno dei suicidi collettivi orchestrati via Internet ha raggiunto dimensioni globali. Ma è in Giappone, dove il tasso di suicidi giovanili è il più alto dei paesi industriali, che stà conoscendo la maggiore diffusione.

Alla base, evidentemente, c'è un profondo malessere, una alienazione killer, che colpisce in particolare i più giovani, ovvero il futuro. Nel solo 2005, si sono registrati 34 casi di suicidio collettivo via internet, con 91 vittime. Nel 2004 erano stati 19, le vittime 55. Il numero si è praticamente triplicato rispetto al 2003, anno in cui il fenomeno ha cominciato a dilagare. Sempre la scorsa settimana, due donne, tra i 20 e i 30 anni, sono state trovate morte asfissiate in una macchina a Aomori, 360 miglia a nordest di Tokyo.

“La depressione giovanile e internet sono un mix molto pericoloso”, ha detto Mafumi Usui, professore di psicologia alla Niigata Seiryo University, “dalla dinamica dietro ai recenti suicidi di gruppo emerge che spesso questi giovani aspiranti suicidi decidono di attuare il loro progetto dopo essersi ritrovati con propri simili su un qualche sito che tratta l'argomento e che spesso suggerisce anche specifici modi di portare a termine il suicidio”.

Questi siti ospitano delle chat-room dedicate proprio agli aspiranti suicid che così possono scambiarsi le proprie idee su come farla finita. Sono largamente frequentati da giovani, anche da giovanissimi, assillati da problemi esistenziali. “Quando il Giappone era povero, la comunità, specie quella rurale, svolgeva un ruolo importante”, dice Usui, “oggi invece è tutto lasciato all'individuo, le persone sono più isolate e lasciate libere perfino di contemplare i modi più svariati di suicidarsi”. Se poi aggiungiamo l'effetto imitazione, ecco il risultato dell'anarco-liberismo.

Bisogna anche considerare che il suicidio nella cultura antica giapponese era un atto venerato. Nel Giappone feudale, il rituale del seppuku era considerata una morte altamente onorevole secondo l'etica guerriera del samurai. È evidente che i suicidi via internet non hanno niente di onorevole e non hanno nulla a che fare con il seppuku del samurai. Si tratta di individui malati, bisognosi di cure, abbandonati a sè stessi, ai propri desideri brutalmente alienati.

C'è chi ha proposto di chiudere tutti i siti che promuovono il suicidio. Lo scorso ottobre, la polizia, con la cooperazione degli ISP, ha chiuso diversi siti. Prima ancora, era riuscita a intervenire in 12 casi, impedendo il suicidio di 14 persone. Gli esperti hanno fatto notare che è impossibile controllare Internet. Altri sostengono che l'esistenza di questi siti, dove gli utenti possono condividere il loro dramma, può essere utile alla prevenzione.

“Purtroppo”, dice Usui, “più cresce il giovane popolo di internet, più vediamo crescere il numero di suicidi”. Il vero problema non è internet, che è una sorta di rappresentazione del mondo reale, ma la produzione industriale, culturale, sociale, del desiderio di suicidio, che passa anche via internet.

Fonti: Associated Press / Space Daily 10 Mar 2006

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