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Cronache apocalisse

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Suicidi collettivi
Cultura dello stupro
Cultura dello stupro


di: Alessio Mannucci

Sono Complessivamente, circa 1 milione di donne italiane ha subito nel corso della sua vita uno stupro o un tentato stupro. 74 mila, tra i 16 e i 70 anni, quelle che negli ultimi 12 mesi hanno subito uno stupro o un tentato stupro, di cui il 69,7% da partner o ex partner. È quanto emerge da un'indagine svolta dall'Istat per il Ministero delle Pari Opportunità. Nel totale, la maggior parte di queste violenze sono ad opera del partner (come il 69,7% degli stupri) e la grandissima maggioranza (oltre il 90%) non è stata denunciata. Tra tutte le violenze fisiche rilevate è frequente l'essere spinta, strattonata, aver avuto i capelli tirati (56,7%), l'essere minacciata di essere colpita (852%), schiaffeggiata, presa a pugni, a calci o a morsi (36,1%). Tra la violenza sessuale, la più diffusa è la molestia fisica, ossia essere stata toccata sessualmente contro la propria volontà (79,5%), l'aver avuto rapporti sessuali non desiderati accettati per paura (19%), il tentato stupro (14%), lo stupro (9,6%) e i rapporti sessuali degradanti ed umilianti (6,1%).

Oltre 2 milioni, inoltre, le donne italiane perseguitate dagli ex partner. Il 18,8% delle 2.077.000 donne perseguitate (tecnicamente si chiama «stalking») sono spaventate dal partner al momento della separazione o dopo la separazione. Tra le donne che hanno subito lo stalking, il 68,5% dei partner ha cercato insistentemente di parlare con la donna contro la sua volontà, il 61,8% ha chiesto ripetutamente appuntamenti per incontrarla, il 57% l'ha aspettata fuori casa, a scuola o al lavoro, il 55,4% le ha inviato messaggi, telefonate, email, lettere o regali indesiderati, il 40,8% l'ha seguita o spiata. Secondo le stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), 150 milioni di bambine e 73 milioni di bambini (dati 2002) sono vittime di violenze fisiche o sessuali. Lo riferisce il rapporto annuale dell'Unicef sulla condizione dell'infanzia (11 dicembre 2006).

Negli Stati Uniti, ogni 2 minuti e 30 secondi, in media, una persona è aggredita sessualmente; una persona su sei in America è stata vittima di stupri, tentati stupri, o molestie sessuali e il 10% sono uomini; nel 2003-2004 ci sono stati 408.740 stupri e tentati stupri, una media di 204.370 per anno; circa il 44% delle vittime sono minori di 18 anni e l'80% minori di 30 anni; dal 1993 gli stupri sono aumentati di più del 64%; si ritiene che circa il 58% degli stupri non venga denunciato. In Canada, i 2/3 delle donne hanno subito stupri, tentati stupri, o molestie sessuali.

Secondo un altro recente studio dell'OMS, la violenza subita dalle donne per mano del proprio compagno è un problema diffuso globalmente e poco conosciuto. La ricerca è stata condotta in partnership con la London School of Hygiene and Tropical Medicine, con il Program for Appropriate Technology in Health e con i team di ricerca istituiti localmente, nelle aree dove il problema degli abusi sulle donne è più diffuso: Bangladesh, Brasile, Etiopia, Giappone, Namibia, Perù, Samoa, Serbia e Montenegro, Tailandia e Tanzania. Dal 15 al 71% delle donne intervistate hanno risposto di essere state vittime di violenza da parte del proprio partner. In totale, più di 24 mila donne, di età compresa tra i 15 ed i 49 anni, sono state sottoposte ad un questionario standardizzato. Per ogni paese sono state contattate circa 1.500 donne (i risutati dell’indagine sono stati pubblicati dalla rivista The Lancet).

La prevalenza di abusi sulle donne, con violenze di tipo fisico, considerando tutta la vita passata dei soggetti intervistati, varia dal 13% del Giappone al 61% delle aree peruviane, attestandosi nella maggioranza dei paesi su valori compresi tra il 23 e il 49%. Per quanto riguarda le violenze sessuali, la prevalenza oscilla tra il 6% del Giappone e della Serbia Montenegro e il 59% dell'Etiopia. La prevalenza di donne che hanno subito violenza sia sessuale, sia fisica è molto più alta in tutti i paesi, ma soprattutto in Etiopia, dove raggiunge il 71% (più di una donna etiope su due ha dichiarato di avere subito violenza nell’anno passato). A queste forme di violenza fisica o sessuale, si aggiungono le forme più silenti, ma non meno gravi, rappresentate dagli atteggiamenti di eccessivo controllo e dalle limitazioni esercitate dagli uomini sulle rispettive compagne. Nell'evoluto Giappone, una donna su cinque ha dichiarato di essere sottoposta a controllo da parte del partner; in Tanzania, tale abuso è stato riportato dal 90% delle donne intervistate.

A confermare quanto ancora oggi le donne siano poco tutelate e considerate, è giunta anche la classifica sullo status delle donne nel mondo pubblicato dal World Economic Forum. Quattro gli indici presi in esame per assegnare a ogni paese un punteggio: partecipazione e opportunità economica delle donne; accesso all'educazione; influenza politica; differenze tra uomo e donna in termini di salute e di aspettative di vita. Dalla ricerca, emerge un risultato disastroso per l'Italia, classificatasi al 77° posto (su 115), preceduta da Filippine, Giamaica, Moldavia e Thailandia. Ai primi posti si collocano i paesi dell'Europa del Nord - Svezia, Norvegia e Finlandia - mentre all'ultimo posto tra gli Stati membri dell'Unione Europea si trova Cipro (83°). “Siamo ancora in una situazione in cui metà della popolazione è a rischio”, ha detto il segretario Davis.

VIOLENZA DI GENERE

“Date Rape” = stupro (o botte) su appuntamento. Lo subisce il 40% delle ragazze americane tra i 14 e i 17 anni: escono per una serata romantica con il proprio boyfriend, che poi le costringe ad un rapporto sessuale oppure le picchia dopo averle drogate. Altro caso: il 35% delle francesi denuncia violenze psicologiche da parte del compagno sentimentale. Ancora: ogni anno nel mondo 5.000 donne vengono ammazzate per “salvare l'onore”, circa 3.000 solo in Pakistan. Sono alcuni dei dati contenuti nell'ultimo rapporto ONU sulla violenza di genere, un flagello mondiale che colpisce una donna su tre almeno una volta nella vita e che in 89 stati sui 192 che compongono l'Assemblea delle Nazioni Unite non viene neppure punito. Una crisi globale, perché, come afferma il rapporto, “la violenza contro le donne non è circoscritta ad una specifica cultura, regione o paese, o a particolari gruppi di donne all'interno della società”. È ovunque.

All'ONU non sfugge lo scopo di questa violenza: “mantenere l'autorità maschile garantita dal patriarcato”. Anche quando è nascosta tra quattro mura. “La violenza non è mai individuale”, ma punisce la ribelle per aver osato trasgredire le norme sociali. Le 139 pagine del rapporto descrivono le varie declinazioni della violenza di genere. Che non è solo quella brutale delle botte, dell'omicidio, dello stupro etnico o dell'aborto selettivo (in India 500.000 bambine mancano all'appello), ma include l'anoressia e la bulimia: le giovani indotte a diventare filiformi magari per apparire - mercificate - negli spot e in TV. Come a dire che la violenza non è solo fisica, psicologica, economica ma anche sociale. E di Stato: in vari paesi non viene punito il marito che picchia e violenta la moglie o abusa sessualmente delle figlie femmine, che impedisce alle donne della famiglia di uscire di casa o che ordina la mutilazione genitale. Non solo: a queste donne non è permesso votare, partecipare alla vita politica, lavorare fuori casa.

Il giro del mondo attraverso le cifre è spaventoso. In Australia, Canada, Israele, Sudafrica e Stati Uniti tra il 40 e il 70% delle donne assassinate lo sono dai mariti e dagli amanti. In Nuova Zelanda e in Australia almeno il 15% denuncia di aver subito abusi o stupri da uno sconosciuto, e il 9% delle teenagers americane è stata costretta ad avere il primo rapporto sessuale dal fidanzato di turno. In Perù si arriva al 40%. Le lavoratrici devono difendersi dalle molestie sessuali in ufficio, una piaga che coinvolge tra il 40 e il 50% delle donne europee e il 35% delle asiatiche. A scuola, in Malawi, il 50% delle ragazze dice di essere stata toccata lascivamente dai professori o dai compagni di classe. Poi esistono le pratiche tradizionali, quelle che coinvolgono la vita della comunità e perpetuano il dominio culturale sulla donna: in 130 milioni hanno subito la mutilazione genitale nel mondo, con percentuali del 99% in Guinea; in Corea del Nord il 30% delle gravidanze viene interrotta volontariamente non appena si scopre che il feto è femmina. Le famiglie asiatiche e subsahariane spesso forzano le proprie bambine a sposare uomini molto più grandi, o comunque uomini che loro, le ragazze, non avrebbero scelto.

Non è raro che i matrimoni coatti includano rapimenti, violenze fisiche nei confronti della donna che si oppone, stupri o il carcere per le più rivoltose. Una volta sposate, alle disgraziate può accadere che la famiglia del marito non sia soddisfatta della dote: in India più di 6.000 donne sono state ammazzate nel 2002 per questo motivo. Se il marito muore, la vedova viene spinta al suicidio, oppure isolata dalla comunità, accusata di stregoneria, persino uccisa da chi avrebbe il dovere di mantenerla, visto che di lavorare non se ne parla. Purtroppo non è finita qui. La tratta delle donne, la riduzione in schiavitù e lo sfruttamento sessuale coinvolge 127 paesi di partenza e 137 di arrivo. Fuori dai confini del crimine, a volte è lo Stato a violentare le donne, magari attraverso politiche di forzata sterilizzazione (in Europa praticata principalmente sulle Rom), stupri nelle carceri da parte degli agenti di polizia, aborti coatti o gravidanze coatte (dove ad esempio l'aborto è illegale).

Altro capitolo agghiacciante è quello degli stupri di guerra.

La violenza di genere ha anche un costo, lo ha calcolato la Banca Mondiale. Un costo psicologico e fisico per le vittime, innanzitutto: in Occidente, il 5% dei disturbi per le donne dai 15 ai 44 anni è imputabile alla violenza domestica o allo stupro. Ma è anche un costo economico: programmi di sostegno, centri antiviolenza, processi, incarcerazioni. Capitoli di spesa che ogni anno costringono ad esempio il civilissimo Canada a sborsare un miliardo di dollari canadesi. Per i paesi poveri, sicuramente meno propensi a recuperare le vittime, la violenza di genere impedisce che una quota importante della popolazione lavori e in generale contribuisca al benessere della società. “Il rapporto svela l'importante ruolo giocato dai movimenti per le donne, che hanno sollevato il problema a livello mondiale” dice il sottosegretario generale ONU per gli affari economici e sociali José Antonio Ocampo. “Ora, però è un problema di tutti”. Anche dell'ONU, dove il 63% dei componenti del gabinetto sono uomini.

DOMESTIC VIOLENCE

Ogni minuto una donna subisce una violenza domestica. E non in paesi del Terzo Mondo, ma nella “civilissima” Europa. Al punto che il Consiglio d'Europa ha deciso di dare il via alla prima campagna europea “Stop alla Violenza Domestica sulle Donne”, inaugurata a Madrid il 27 novembre scorso. Gli obiettivi che si prefigge la campagna sono di due tipi: prima di tutto, mobilitare i 46 Paesi membri del Consiglio d'Europa per aumentare e inasprire le leggi contro la violenza domestica, e poi, incrementare le campagne di informazione per sensibilizzare le persone e cambiarne i comportamenti. Le donne subiscono violenze soprattutto tra le mura domestiche, dal marito o compagno, proprio nel luogo in cui dovrebbero sentirsi maggiormente protette. “Una donna su quattro è stata vittima di maltrattamenti durante la propria vita” - afferma il segretario del Consiglio d'Europa, Terry Davis - “mentre una su dieci ha subito una violenza sessuale. Molte di queste donne non sono sopravvissute alla violenza domestica, che è ancora uno dei killer più spietati per le donne tra i 18 e i 44 anni”.

Le violenze domestiche hanno conseguenze sia sulla vita delle vittime che per la società. Attacchi di panico, paura, depressione, incapacità di relazionarsi con l'esterno e di contribuire all'educazione dei figli sono solo alcuni dei sintomi più frequenti a cui vanno incontro le donne violentate. Alla sofferenza umana si aggiungono poi gli effetti negativi sulla società, con una crescita delle spese per sanità, polizia e giustizia, e una riduzione della produttività. Ad esempio, la Svizzera - secondo l'indagine del Consiglio d'Europa, condotta dal professor Carol Hagemann White - spende ogni anno 260 milioni di euro mentre, nel 2001, in Inghilterra e in Galles il costo è stato di 34 miliardi di euro. Tutti i paesi europei sono colpiti da questa piaga: nel 2002 il governo spagnolo ha pagato 2,4 miliardi di euro, nei Paesi Bassi 151 milioni di euro e in Finlandia 101 milioni.

Il regista Frederick Wiseman ha realizzato un film-documentario proprio su questo fenomeno (il film, girato a Tampa, in Florida, è stato presentato, nella sezione “Nuovi Territori”, alla Mostra del Cinema di Venezia 2001). In tre ore, Wiseman ha riassunto - attraverso un lungo lavoro di montaggio - materiale derivato da più di cento ore di crude sequenze. Le immagini, girate come un home-video, con pellicola 16 mm, mostrano l'attività terapeutica delle associazioni femministe impegnate in prima linea nell'aiuto di donne e minori che hanno subito abusi fisici e sessuali entro le mura domestiche. Il recupero psicologico delle vittime cerca di renderle consapevoli che la violenza ha una sua logica e non ha niente a che vedere con loro come individui. Un film, dunque, che tenta di rappresentare l'assuefazione all'assurdità del quotidiano. Come quando una donna minaccia di colpire tutti gli uomini che cercano di molestare sua figlia e viene arrestata per violenza domestica; o nella scena di chiusura del film, quando un uomo chiama la polizia perché porti via la sua fidanzata che non vuole fare sesso con lui. Nel 2003, Wiseman ha realizzato un sequel, “Domestic Violence 2”, in cui l’attenzione dell'autore si sposta dalle case dove sono avvenuti casi di violenza domestica alle aule dei tribunali. Con l'intento di mettere a nudo l'ipocrisia della giustizia americana e, al tempo stesso, rivelare i segni di una grave crisi interna alla società.

Nella Francia che candida una donna, Ségolène Royal, alla presidenza della Repubblica, ogni tre giorni una donna viene uccisa dal proprio compagno. Il rapporto, illustrato dal ministro della Coesione Sociale e della Parità, Catherine Vautrin, parla chiaro: dall'inizio dello scorso anno sono stati commessi 113 omicidi tra coniugi o ex, e l'83% delle vittime sono donne. Nel 41% dei casi, questi delitti coincidono con una separazione, mentre la metà degli assassini sono disoccupati e un quarto hanno agito sotto l'influsso dell'alcol. Il ministro Vautrin ha sottolineato la drammaticità dei dati: «Le vittime, che, contrariamente a quanto si pensa talvolta, vengono da ambienti diversi, hanno spesso paura di parlare. Per incoraggiarle a uscire dal silenzio, stiamo per lanciare una campagna di sensibilizzazione sulle violenze coniugali, mentre il prossimo anno creeremo una linea telefonica riservata alle vittime».

In pratica, campagne sociali e numeri verdi appaiono strumenti antiquati e inadeguati, soprattutto se al dato sugli uxoricidi si affianca quello sugli stupri (in Francia, ogni due ore una donna viene violentata). Nella Spagna riformista di Zapatero, malgrado una legge ad hoc, la violenza contro le donne è aumentata. E anche nel caso spagnolo, si tratta della violenza perpetrata tra le mura della propria casa (nei primi sette mesi dello scorso anno ha già provocato 50 vittime, a fronte delle 62 dell’intero 2005). Nella “religiosissima” Israele, una donna su cinque, fra 15 e 50 anni, è stata vittima di violenza sessuale (a incrementare le statistiche ci ha pensato anche il presidente Moshe Katsav accusato di abusi sessuali nei confronti di sue segretarie, ndr); nella Turchia che aspira allEuropa, dal 2000 ad oggi, sono stati accertati 91 casi di donne, tra i 19 ed i 25 anni, uccise per ragioni d’onore dal marito o da altri familiari. Gli esperti fanno risalire le cause di tanta violenza alla noia estiva e alla crescente parità tra i sessi che avrebbe provocato al genere maschile un’eccessiva quanto funesta frustrazione. L'unico modello più o meno incruento viene da una cittadina colombiana, Tunja, dove vari mariti avrebbero denunciato le consorti per maltrattamento: alle brutalità domestiche, le signore hanno risposto a colpi di padella.

STUPRO E MASS-MEDIA

A Roma, il 22 novembre, si è svolta la “Giornata Parlamentare contro la Violenza alle Donne”, alla quale sono intervenuti anche esperti europei. Mentre sabato 25 novembre si è svolta la “Giornata Europea contro la Violenza alle Donne”. Di tolleranza zero, e di lotta alla «rimozione culturale» della violenza sessuale, ha parlato il ministro dei Diritti e delle Pari Opportunità, Barbara Pollastrini. Per Carolina Lussana, responsabile donne della Lega Nord, che chiede la castrazione chimica per i colpevoli di gravi crimini sessuali, «la violenza sessuale va considerata non come semplice reato contro la libertà personale, ma come reato contro la vita e l'incolumità della persona». Il fenomeno della violenza sulle donne è molto più ampio e complesso di quello che viene rappresentato dai mass-media, che se ne occupano in modo cinico, acritico, ricercando solo la sensazionalità. Emblematica è la trattazione del fenomeno degli stupri di gruppo filmati con videofonino, con le immagini scambiate tra ragazzi e/o messe su internet, che diventano così di dominio pubblico. Il primo caso del genere a salire all' “disonore” delle cronache italiane fu quello dei tre ragazzi di Torrette (Ancona) che tra giugno e settembre 2006 filmarono e diffusero lo stupro di una ragazzina di tredici anni. La vittima chiese un giorno a un'amica di farle da tramite per avvicinare un quindicenne che le piaceva. L'incontro divenne un orrore. Secondo la ricostruzione avvenuta nel corso del processo, lo stupro ci fu già al primo incontro in campagna, sotto minaccia del ragazzino di non riaccompagnarla a casa, poi abusi e vessazioni da parte di altri due ragazzi poco più grandi, anche qui con la minaccia di raccontare tutto ai genitori o di fare del male alla sorellina. Tutto filmato e scambiato tra i partecipanti al gruppo e i loro amici, ma non solo.

“Dopo stavo male, vomitavo, ma non sapevo cosa fare - ha raccontato la ragazzina - sono andata anche dal medico ma non ho detto niente neanche lì, perché c'era mia madre”. Per la procura, i maschi avrebbero approfittato dello stato di inferiorità psicologica della tredicenne nell'indifferenza generale. Fino a novembre, quando la madre di un ragazzino ha scoperto uno di questi mms sul telefonino del figlio e ha chiamato la polizia. Dopo che le cronache hanno iniziato a “pompare” il fenomeno, i casi si sono moltiplicati. Tra i più recenti, l'ignobile stupro di gruppo, da parte di minorenni, ai danni di una bambina di nove anni. “Negli ultimi mesi del 2006 - hanno spiegato gli investigatori in una conferenza stampa - in tutto il Nord della Sardegna si sono verificati episodi di violenze sessuali di gruppo, stranamente in coincidenza con la messa in onda di trasmissioni televisive sull'argomento, peraltro, messe in onda in ore di massimo ascolto ed in concomitanza di analoghi episodi verificatisi in altre regioni italiane”. “Apprendiamo dai quotidiani - ha affermato la responsabile del Dipartimento Junior del Movimento Difesa del Cittadino (MDC), Lucia Moreschi - che gli autori dello stupro di Olbia sono stati 'ispirati' dalla visione di alcuni servizi televisivi che, trasmessi nella fascia di massimo ascolto, proponevano con dovizia di particolari episodi di violenza di gruppo compiuti da bande di minorenni”. “Quanti di questi episodi - ha continuato la Moreschi - dovranno ancora accadere, prima che qualcuno si accorga dei danni che può fare una sovraesposizione televisiva incapace di tutelare i minori da spettacoli penosi e brutali ? Non sarebbe forse ora di insegnare ai bambini e ai ragazzi che non esiste solamente una sessualità fatta di violenza ed esibizionismo ?”. Il Dipartimento Junior di MDC si è appellato alla sensibilità del Ministro Fioroni affinché nelle scuole siano promossi programmi che aiutino i ragazzi allo sviluppo di una sessualità responsabile e lontana dalla violenza.

A chiedere una maggiore riflessione sul problema, che vada oltre le notizie flash pubblicate dai media sui casi di stupro, è anche Telefono Rosa, che insieme alla Publica Res-Swg di Trieste ha realizzato un'indagine sul modo in cui l'opinione pubblica percepisce la violenza sulle donne. “Il progetto è partito nel 2005 - ha spiegato la presidente dell'associazione, Gabriella Moscatelli - ma negli ultimi mesi è diventato di drammatica attualità. Il nostro sondaggio lo sottolinea: per l'84% delle persone intervistate, sia uomini che donne, la violenza sessuale è una piaga sociale. Di fronte a una tale emergenza, la risposta delle istituzioni è considerata del tutto insufficiente, perché il 75% degli interpellati ritiene che non ci sia tutela”. Mentre i fatti di cronaca enfatizzano la violenza fatta alle donne da sconosciuti e riconducono i reati a situazioni di emarginazione e di criminalità comune, a monte c'è, come ha enfatizzato Cinzia Dato, “un problema di violenza quotidiana, casalinga ed istituzionale”. Si tratta, insomma, di ri-educare la società (sì, ma come ?, ndr).

I dettagli dell'indagine sono stati esposti dalla ricercatrice Elena Sismig, della Swg, che ha premesso che si è scelto di intervistare telefonicamente un campione nazionale di uomini e donne e di eseguire un'altra parte del sondaggio solo su internet. “Le donne interpellate sul web - ha spiegato Sismig - hanno avuto modo di esprimersi con meno remore su aspetti più personali della violenza e della sua percezione”. Proprio dall'analisi delle risposte delle internaute è infatti emerso che la paura di subire una violenza è molto alta e che molte donne in seguito al timore hanno modificato i loro comportamenti. I dati più rilevanti emersi dall'indagine riguardano le cause delle violenze. Secondo gli intervistati, due sono le possibili origini: il 46% indica i disturbi psicologici gravi, il 31% (più uomini che donne) la crescita in un ambiente violento. I più giovani, inoltre, riconoscono nella violenza un tentativo da parte dell'uomo di affermare la propria superiorità sulla donna, mentre chi ha una scolarità più bassa e le donne con un età superiore ai 54 anni, indicano anche nella cattiveria una delle probabili cause. È molto alta la percentuale di chi ritiene che ci vogliano pene più severe per chi commette una violenza, il 34%, e un ulteriore 17%, tra i quali molti giovani, è ancora più radicale e chiede la castrazione chimica dei recidivi. Su questo punto c'è stata divergenza di opinioni tra le esponenti politiche. Cinzia Dato ha ribadito che innalzare le pene per i reati di violenza contro le donne è controproducente, mentre Isabella Rauti ha chiesto pene più severe nei casi specifici di violenza sessuale, pur dicendosi d'accordo che esistono episodi più subdoli da affrontare con un approccio più ampio.

Adriana Spera, di Rifondazione Comunista, presidente della Commissione Consiliare Scuola e Lavoro del Comune di Roma, ha riportato un dato indicativo dell'atteggiamento delle istituzioni. “Nonostante i casi siano in aumento - ha sottolineato Spera - l'Istat fornisce soltanto dati quinquennali. L'ultimo rilevamento, del 2002, aveva registrato un preoccupante aumento del fenomeno, ma anche che, nel 90% dei casi, le donne non denunciano le violenze subite e il 77% non parla con nessuno”. Spera ha inoltre ricordato che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato la violenza come fattore di rischio per una serie di patologie (ginecologiche, gastroenterologiche e mentali), tanto da diventare la prima causa di morte per le donne tra i 15 e i 44 anni.

Ma come ha risposto finora la giustizia italiana ?

Nel febbraio del 1999, la Cassazione annulla con una sentenza la condanna a due anni e dieci mesi decisa dalla corte d'Appello di Potenza contro Carmine C., 45 anni, istruttore di guida, portato in tribunale per violenza sessuale da una ragazza di 18 anni, Rosa. Secondo la Corte, dato che lo stupratore era riuscito a sfilarle i jeans, indumento difficilmente sfilabile “senza la fattiva collaborazione di chi lo porta”, la ragazza era “consenziente”, e dunque non poteva essere stata stuprata. Eppure, la legge, numero 66 del 15 febbraio 1996, parla chiaro: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni”. Nel febbraio 2006, i giudici della Terza Sezione penale della Cassazione, accogliendo il ricorso di Marco T., allevatore 41enne cagliaritano, ex tossicodipendente, che violentò e minacciò la figlia di 14 anni della sua convivente e fu condannato in primo grado a Cagliari a tre anni e quattro mesi, emettono la sentenza secondo cui lo stupro di una minorenne è meno grave se la ragazzina ha già avuto rapporti sessuali. Cioè, se la vittima è vergine, “il danno è più lieve”. Un verdetto choc, che immediatamente scatena reazioni di stupore e di condanna molto dure, come quella della stessa Corte di Cassazione che dichiara: «È stato uno sbaglio, questa sentenza sarà seppellita con ignominia».

Nel Regno Unito, Ian Huntley, l'assassino di Soham, condannato nel 2003, era stato denunciato nove volte per stupro e violenze sessuali nel corso di anni prima di uccidere le due bambine Holly Chapman e Jessica Wells. Questo è tipico del sessismo del sistema della giustizia criminale quando si tratta di stupro. A livello nazionale, solo il 5% dei casi registrati di violenza domestica e meno del 6% degli stupri riportati finisce con una condanna. A tre anni di distanza dalla sentenza n. 1636/99, la Cassazione è tornata a pronunciarsi sull'argomento “jeans e stupro”, adottando un orientamento di segno opposto: la nuova sentenza (Cass. Sez. III n. 42289/2001) ha stabilito che, anche chi indossa i jeans, può essere vittima di stupro.

CULTURA DELLO STUPRO

La violenza - fisica, psicologica, sociale e sessuale - colpisce tutte le donne senza distinzione di classe sociale, razza, religione ed età. E, nella maggior parte dei casi, i maltrattamenti e le minacce di morte che avvengono nelle case sono silenziosi e invisibili. Poche denunciano e molte subiscono, attribuendo lividi e contusioni a cadute per scale o a incidenti domestici. Il dato è stato confermato anche da un sondaggio di Amnesty International dal quale emerge che, nel Regno Unito, il 30% della popolazione ritiene che non sia sbagliato picchiare le donne, mentre il 50% degli interpellati non ritiene giusto intromettersi durante le liti tra partners. L'organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani ha dovuto ammettere una sconvolgente verità: la gente si indigna di più per i maltrattamenti sugli animali che sulle donne.

“Cultura dello Stupro” è un termine usato per denotare una cultura nella quale lo stupro e altre forme di violenza sessuale sono comuni, e in cui le prevalenti attitudini, norme, pratiche e atteggiamenti dei media, normalizzano, giustificano, o incoraggiano lo stupro e altre violenze sulle donne. Fanno parte della cultura dello stupro anche atti di “innocuo” sessismo, come, ad esempio, raccontare una barzelletta sessista che promuove la mancanza di rispetto per le donne e che fà sembrare accettabile stupri e abusi. Il termine è ampiamente usato nell'ambito del femminismo e degli studi sulle donne. In uno scritto del 1992, apparso sul Journal of Social Issues, intitolato “Una Ridefinizione Femminista di Stupro e Assalto Sessuale: Fondamenta Storiche e Cambiamento”, Patricia Donat e John D'Emilio suggeriscono che il termine ha origine come “cultura solidale con lo stupro” nel libro del 1975 di Susan Brownmiller, intitolato “Against Our Will” (“Contro la Nostra Volontà; Uomini, Donne e Stupro”).

Esempi di comportamenti che tipizzano la cultura dello stupro comprendono la colpevolizzazione della vittima, la banalizzazione dello stupro e la rappresentazione della donna come oggetto sessuale (tipo le veline, i calendari porno-pop, la pornografia hard, ndr). Proprio in questi giorni (il 26 febbraio scorso), l'Associazione Orlando ha richiesto di ritiro di una pubblicità violenta e sessista di Dolce e Gabbana, dopo che, il 19 Febbraio scorso, in Spagna, l'Instituto de la Mujer, un ente che è parte del Ministero del Lavoro del governo spagnolo, insieme a varie associazioni femministe e gruppi dei consumatori spagnoli, aveva chiesto, con una lettera aperta di protesta all'azienda di moda Dolce e Gabbana, il ritiro della stessa pubblicità che utilizza una scena di stupro di gruppo.

L'Osservatorio dell'Immagine dell'Instituto de la Mujer, che si occupa di monitorare la rappresentazione della donna nei media, ha dichiarato che questa pubblicità incita alla violenza contro le donne, perché “se ne può dedurre che è ammissibile l'uso della forza come modo di imporsi alle donne” e che questo tipo di immagine “rafforza atteggiamenti che al giorno d'oggi sono un crimine, attentano contro i diritti delle donne e ne denigrano l'immagine”. L'Istituto ha chiesto a tutti i mezzi di comunicazione, stampa, televisione, ecc., di non prestarsi alla diffusione di questa immagine.

L'associazione dei consumatori FACUA e il partito dei Verdi spagnoli si sono associati all'appello dichiarando che l'annuncio viola l'articolo 3 della legge spagnola sulla pubblicità, che proibisce ogni annuncio che “attenti contro la dignità della persona”. Il 23 Febbraio Dolce e Gabbana in persona hanno dichiarato che avrebbe ritirato la pubblicità dalla Spagna, ma solo dalla Spagna in quanto si tratta di un paese “arretrato”, e che l'avrebbero mantenuta in tutti gli altri paesi del mondo dove smerciano i loro (ignobili) prodotti. Lo spot di Dolce e Gabbana è un tipico esempio di cultura dello stupro. C'è poi chi sostiene, come Bell Hooks, che il paradigma della cultura dello stupro dovrebbe essere considerato nell'ambito di una più generale “cultura della violenza”.

ANTI-PORNO

La più dura battaglia contro la pornografia, è stata condotta negli anni Settanta dal movimento femminista “anti-porno”, secondo cui, il messaggio della pornografia è la prostituzione, un'immagine di donna degradata funzionalizzata esclusivamente al dominio e al piacere maschile, che disconosce la vera sessualità della donna: essa è resa oggetto da guardare e da usare. Il corpo della donna diviene un feticcio. Questa obiezione femminista non è solo morale ma anche politica, non si scaglia in toto contro l'oscenità della rappresentazione, ma contesta il ruolo che riveste la donna nella rappresentazione. In questo attacco, rientrava anche la forte critica alla violenza di tale rappresentazione, perchè propone una modalità di rapporto sessuale che istiga alla violenza sessuale sulle donne. “La pornografia è la teoria, lo stupro la pratica”, recitava uno slogan in voga tra le femministe anti-porno come Susan Brownmiller. Questa nuova consapevolezza fece emergere realtà ignorate fino a quel momento come lo stupro, le molestie sessuali in ambito lavorativo ed altre manifestazioni di violenza nel rapporto fra i sessi.

Negli anni 80, la campagna anti-porno riuscì ad imporsi sulla stampa statunitense grazie alle teorie di Andrea Dworkin e Catharine Mac Kinnon che, tramite diversi studi e ricerche, sostennero che la pornografia era la principale causa della violenza sessuale verso le donne (A. Dworkin, "Pornography Men Possessing Women", Perigee Books, New York, 1982).

Dworkin e MacKinnon stimolarono una vera battaglia che suscitò l'interesse della stampa e portarono avanti una proposta di legge per censurare la pornografia in quanto “propaganda contro la donna”, riuscendo a farla approvare dal City Council di Minneapolis e di Indianapolis. La legge sollevò molti consensi tra i moralisti perché la vaghezza del criterio che determinava se un'immagine fosse censurabile o meno permetteva di proibire qualsiasi immagine sessualmente esplicita. Successivamente, venne dichiarata incostituzionale dalla Corte Federale.

Data articolo: marzo 2007
Fonti: wikipedia, ansa, ilsole24ore, peacereporter, peacelink, il Manifesto, Liberazione, Rainews, AGI

Link correlati all'articolo:

Telefono Rosa

Associazione Orlando

Diritti umani delle donne

Amnesty Italia (campagne donne)

Center Against Domestic Violence

Casa delle donne (Bologna - come ci trovi)

London School of Hygiene and Tropical Medicine

United Nations
Annan calls for more political will to combat scourge of violence against women


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E-mail: Alessio Mannucci




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