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 La violenza e il sacro (parte 2)
VIOLENT SHIT
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 La violenza e il sacro (parte 1)
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 La chiesa cattolica è morta ma non lo sa
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 Suicidi collettivi no all'anonimato
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Italia a rischio nucleare
Italia a rischio nucleare
redazione ECplanet
La settimana scorsa, un rapporto del NRDC (National Resource Defence Council) di Washington ha sorpreso la comunità internazionale, rivelando per la prima volta il numero preciso e la localizzazione di 480 armi atomiche americane presenti nelle basi Usa in Europa. 90 di queste in Italia, nelle basi di Ghedi e Aviano. Reporter Associati ha intervistato in esclusiva Hans Kristensen, autore del rapporto che tanti timori ha destato nella opinione pubblica italiana e dei
paesi dell'Unione Europea.
La sorpresa del contenuto del Rapporto non si limita al numero (inimmaginabile) delle testate atomiche presenti nelle basi Usa in Italia e in Europa (superiore all'intero arsenale nucleare cinese, per esempio), ma aumenta nell'apprendere che circa un terzo di questo arsenale atomico è destinato per la sua gestione e manutenzione, in base ad accordi segreti, alle Areonautiche Militari dei paesi ospitanti. Si tratta di paesi che, come nel caso dell'Italia, non dispongono di tecnologia militare nucleare propria, ma anzi ripudiano esplicitamente nella loro legislazione l'uso di qualsiasi tipo di tecnologia nucleare.
Hans Kristensen, esperto e studioso delle armi non convenzionali, con l'aiuto mirato del Freedom of Information Act (“FOIA”, la legge degli Stati Uniti che concede la possibilità di desegretare documenti concernenti la sicurezza nazionale e internazionale) è riuscito ad avere accesso ad un numero significativo di files segreti del governo americano e della NATO. Abbiamo posto a Hans Kristensen tutta una serie di domande per conoscere quanto sia legale oltre che legittima la presenza delle 480 testate nucleari in Italia e in Europa e sulla sicurezza delle popolazioni che vivono nei pressi delle basi che ospitano le armi atomiche.
Perché, gli chiediamo, dovremmo fidarci a occhi chiusi del suo rapporto e non tenere in considerazione le smentite (peraltro imbarazzate) provenienti dalle cancellerie dell'Unione Europea e dalla NATO ?
“La differenza - ci ha risposto Kristensen - è che per la prima volta ho avuto accesso a documenti che erano classificati top secret e quindi non accessibili. Ma una volta aperti neppure smentibili”. “Tutti i numeri delle testate nucleari che circolavano fino ad oggi erano frutto di stime e chiacchere tra studiosi.
Cifre approssimative ricavate da note ufficiali fornite dalla NATO e del governo di Washington”. “Questo rapporto, del quale ho diretto il team di redazione, per la prima volta, proprio grazie all'applicazione del Freedom of Information Act
concesso dall'ex presidente Bill Clinton, è in grado di ricostruire la dislocazione delle 480 testate nucleari presenti in Europa ricavando le informazioni direttamente da documenti ufficiali, e fino a ieri segreti, che per la prima volta è stato possibile consultare”. “Quello che posso garantire è che il rapporto contiene la valutazione più accurata mai resa disponibile. Basata su fonti certe. Inoppugnabili”.
Dottor Kristensen, è quindi giustificato l'allarme che il suo lavoro
ha suscitato nell'opinione pubblica europea e italiana ?
“Non è il numero degli ordigni nucleari presenti in Europa che mi ha sorpreso, quello che mi ha stupito più di ogni altra cosa è la condizione di massima insicurezza nella quale queste armi micidiali sono state nascoste nelle basi Usa europee. Nel mio rapporto descrivo come 480 sono i missili atomici “pronti per l'uso”, e altrettanti giacciono “in riserva” pronti per essere “armati” in caso di necessità”. “La verità però è persino più complessa. Dalla fine della Guerra Fredda lo stato di readiness di queste testate, ovvero il tempo minimo richiesto dal lancio dell'ordine di dispiegamento all'effettivo uso, è stato talmente allungato che, in pratica, sarebbe molto più conveniente per gli Usa e la NATO far decollare gli aerei già “armati” dalle basi nordamericane che non da quelle europee. È quindi evidente che la motivazione di mantenere un simile arsenale militare atomico in Italia o in Germania è una decisione da considerarsi politica più che militare in senso stretto”.
A questo Hans Kristensen aggiunge un altro fattore di non secondaria importanza che riguarda soprattutto gli arsenali atomici legali di altri paesi europei come la Francia e la Gran Bretagna. Infatti, sempre secondo Kristensen, “si trovano sul vecchio continente migliaia di testate atomiche Francesi e Britanniche e non si capisce bene come le 480 armi nucleari segrete possano fare la differenza da un punto di vista di prevenzione e deterrenza militare. La giustificazione che viene data è come sempre la presenza di armi nucleari tattiche Russe che
richiederebbero ancora una simile deterrenza da parte dell'Alleanza Atlantica. Ma per me è chiaro che questa non è altro che una comoda scusa”. La citazione sulla Russia e sui suoi arsenali militari risulta utile per una considerazione. Dopo le dichiarazioni di George Bush a riguardo è lecito chiedersi se sia giusto considerare come minaccia reale, con connotati aggressivi, quella delle armi nucleari ex sovietiche ancora presenti nella Russia di Putin ? Uno dei capitoli più interessanti del Rapporto è quello dove si spiega che il mantenimento di una simile capacità offensiva nucleare da parte della Nato avrebbe contribuito ad ostacolare il processo di riavvicinamento tra i due ex-nemici della Guerra Fredda.
È possibile puntare ad un rapporto causa effetto diretto tra le due questioni ?
“No. Non c'è un elemento specifico a cui si possa fare riferimento per dire che questa insistenza della NATO a mantenere attiva una propria capacità nucleare abbia avvelenato, per così dire, i rapporti tra Russia e Stati Unti. È però un fatto certo che i vertici dell'Alleanza Atlantica abbiano più volte manifestato l'opinione che la presenza di un grande arsenale tattico ancora in mano alla Russia come giustificazione per mantenere “pronto all'uso” il proprio arsenale militare non convenzionale”. “Ancora in anni recenti, nel corso dei rituali incontri diplomatici tra Mosca e Washington i rappresentanti russi non hanno mancato di sottolineare come il loro paese si sia attenuto scrupolosamente ai numerosi trattati di non-proliferazione atomica e ai relativi programmi di disarmo. È evidente che il problema maggiore oggi è il cosiddetto double standard: da una parte la NATO e gli Usa chiedono ad altri paesi di attenersi ai trattati di non proliferazione nucleare, dall'altro rifiutano di smantellare dalle proprie basi in Europa armi non convenzionali che non hanno più alcuna giustificazione razionale di esistere”.
“Inoltre”, continua Hans Kristensen, “mantenendo in vita accordi segreti che potrebbero mettere in grande difficoltà i leader europei davanti le loro opinioni pubbliche. E questo, si badi bene, non comporta solo un impatto negativo sulle relazione NATO-Russia, ma anche sui rapporti tra NATO e Medio-Oriente. Oltre che, in generale, con tutti i paesi in via di sviluppo”. “Quindi si può affermare che questa politica di armamento ha in realtà favorito una corsa al riarmo altrettanto segreta da parte di quei paesi che avvertono come una minaccia incombente una simile, aggressiva, politica estera militare Usa-Europa. Dopotutto è evidente come nel caso della Corea del Nord o l'Iran, che la presenza di tecnologia nucleare utile anche a scopi militari possa spiegare l'attuale irrigidimento americano su questa delicatissima materia. La presenza Europa in Italia e delle armi atomiche “segrete” degli Usa rappresenta uno shock non solo per l'opinione pubblica europea ma soprattutto per quei cittadini che hanno scoperto di convivere a poche centinaia di metri dalle “bome atomiche”.
“Pensiamo agli abitanti di Ghedi e di Aviano, tanto per rimanere in Italia. Vi sono aspetti gravissimi di legalità e di trasparenza che investono il rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini. Sarebbe necessario sapere con grande urgenza se il Parlamento era stato informato di questi accordi, quali governi italiani hanno sottoscritto gli accordi e con quali amministrazioni presenti alla Casa Bianca”. “E chi nel vostro paese era a conoscenza di questi accordi. In Italia, dove persino l'uso delle tecnologie nucleari a fini civili è bandito, come si potrà giustificare ai cittadini che alcuni accordi segreti li hanno posti di fronte alla necessità di vivere accanto a luoghi da dove potrebbe partire un 'offensiva nucleare contro paesi terzi ?”. E quali rischi corrono le popolazioni di Ghedi e Aviano per il solo fatto di vivere accanto alle “bombe” ? Le basi Usa e i militari italiani e americani addetti alla gestione delle armi atomiche hanno preparato dettagliati piani di sicurezza, di simulazioni di eventuali incidenti imprevisti ? Nel rapporto di Hans Kristensen si legge che “i vertici militari americani e della NATO, pur negando con insistenza che esistano rischi di incidenti casuali, ammettono in documenti riservati un particolare inquietante: esisterebbe un rischio reale di incidente qualora gli hangar dove sono stoccate le armi nucleari fossero colpiti da uno o più fulmini”.
“Potrebbe esserci” sostiene Kristensen “un rischio di esplosione atomica”. “A mio parere, questo dell'eventualità che un fulmine colpisca un hangar, non è un problema che si possa percentualmente quantificare applicando una formula matematica. Quello che trovo impressionante è che una tale possibilità venga presa in considerazione dagli esperti militari”. “La NATO garantisce che le armi sono al riparo da qualsiasi attacco esterno e che vengono conservate in condizioni di massima sicurezza”. “Tuttavia leggere in documenti ufficiali che gli addetti ai lavori possano ammettere l'eventualità di un'esplosione atomica a causa di un fulmine che colpisse gli hangar mentre le armi sono smontate mi ha lasciato allibito” confida Kristensen “non dimentichiamo inoltre che le procedure con le quali le armi vengono conservate pongono seri problemi”. “Per mantenere la politica di condivisione delle responsabilità, gli ordigni atomici sono dispersi in un numero enorme di basi Usa presenti in tutta Europa, conservati in hangar costruiti apposta che spesso si trovano a poche centinaia di metri dai perimetri di recinzione delle basi”. “Possiamo ragionevolmente presumere che se qualcuno decidesse di assaltare uno di questi hangar per impadronirsi delle armi atomiche incontrerebbe la resistenza armata dei soldati posti a protezione dell'arsenale.
Ma nessuno può conoscere cosa realmente potrebbe accadere durante un ipotetico tentativo di assalto e durante la reazione armata dei soldati impiegati a difesa degli hangar”. “Da un punto di vista organizzativo e legislativo” continua ancora Kristensen “i trattati che regolano la presenza di queste armi sul suolo di nazioni alleate si trovano in una situazione legale di grande ambiguità. Per come stanno le cose, il controllo, la manutenzione e sicurezza dei missili da destinare all'uso delle areonautiche militari dei paesi ospitanti è in mano agli Stati Uniti. I militari Americani provvedono semplicemente a procurare l'addestramento e l'interfaccia tecnologica che permetta agli aerei italiani di usare armi atomiche in caso di conflitto”. “È però un fatto che tutti questi accordi siano stati presi in palese violazione dei trattati di non proliferazione firmati lungo tutti questi anni post Guerra Fredda”. “A questo si deve aggiungere il principio di mutualità stabilito dalle regole della NATO secondo il quale in caso di attacco ai confini europei ogni paese è tenuto a inviare immediatamente il proprio aiuto militare all'alleato sottoposto all'attacco”.
“Questo potrebbe voler dire che nel malaugurato caso di un attacco portato da un paese esterno all'Alleanza ogni trattato di non-proliferazione firmato fino a quel momento potrebbe perdere validità e ciò che invece si dovrebbe rispettare sarebbero quegli accordi segreti fatti firmare dagli Usa ai propri alleati”. Ma un altro punto di grande interesse citato nel rapporto del National Resource Defence Council è che la presenza di queste armi nucleari diffuse nei paesi della NATO contribuirebbe a unire a rafforzare i rapporti all'interno della stessa Alleanza Atlantica... In parole povere, a detta dei militari custodi degli accordi segreti, il fatto di condividere la gestione militare e politica della presenza delle “bombe atomiche” nelle basi Usa in Europa fornirebbe un buon esempio di quello che in gergo viene chiamato burden sharing: ovvero la condivisione delle responsabilità diventerebbe nei fatti una dimostrazione tangibile dei legami indissolubili che uniscono i paesi membri della NATO”.
“Rinunciare alla pratica del burden sharing indebolirebbe, a detta degli analisti militari delle due sponde dell'atlantico la struttura e i rapporti stessi su cui si fondano i protocolli di assistenza reciproca previsti dall'Alleanza Atlantica”. Un'altra notizia che riguarda l'Italia è quella che fa riferimento al poligono militare dell'aeronautica militare italiana di Capo Frasca in Sardegna, nell'Oristanese, “dove da anni” ci conferma Kristensen “sono addestrati top gun in forza alla Nato in grado di armare i propri aerei con le armi atomiche”. Infine una rivelazione che riguarda la Grecia. “Nel 2001 Atene chiese e ottenne la rimozione delle armi atomiche presenti sul suo territorio non sembra che questa richiesta e la successiva rimozione abbiano indebolito la NATO o incrinato i rapporti che la Grecia mantiene con l'Alleanza e gli altri paesi dell'Unione Europea”.
L'esempio del successo della Grecia si sarebbe potuto rivelare un esempio percorribile per l'Italia, e pone ora legittimamente la domanda di chi e cosa abbia impedito di seguire la stessa strada. Così come, sempre legittimamente, le popolazioni di Ghedi e Aviano attendono ora una risposta ai loro timori.
Timori più che fondati, visto quanto ci ha riferito Hans Kristensen.
Autore: Gianluigi Corbani
Data: 24 Febbraio 2005
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