Arti staccati, decapitazioni, carne divelta, fanno la loro apparizione in “Sin City” - “La Città del Peccato” - il sangue scorre in diversi colori – rosso vivo, bianco fluorescente e arancione macabro. Pallottole che attraversano corpi, spade che scheggiano teschi, e altre sfortunate anime sottoposte a castrazioni, cannibalismo, sedie elettriche e torture varie.

Sullo sfondo la neve. In contrasto con gli effetti “hard-gore” altamente coreografati, grazie ad effetti visuali iper-realistici davvero impressionanti. Tre storie pulp che si intersecano verso un finale in cui i fiocchi cadono dolcemente, luminescenti, magicamente artificiali. Un film, che a dispetto di uno sforzo produttivo senza precedenti, assomiglia alla vecchia Hollywood, che oltre a indurre incubi è amaramente nostalgico, ama l'artificio alla maniera di “Singin in the Rain”, a cui il largo uso di pittura donò una gloriosa dimensione di irrealtà.

Sin City usa invece la pittura digitale, con i suoi dettagli 3-D e la sofisticata alterazione dei colori (un film in bianco e nero in cui risaltano i rossi, gli arancioni e i toni seppia). Sin City vive in una zona inesplorata tra l'iper-animazione e il live-action tradizionale. Il materiale di base, il romanzo grafico di Frank Miller, narra le avventure di una serie di brutali criminali, poliziotti fustigati e prostitute incazzate, che si aggirano per i bassifondi una città sudicia e senza speranza.
Tra i protagonisti, un poliziotto hard-boiled (Bruce Willis) impegnato a combattere un pedofilo figlio di un politico locale; un amabile bruto (Mickey Rourke) assetato di vendetta alla ricerca dell’assassino della sua amata; una figura underworld (Benicio del Toro) che cerca di porre fine alla guerra tra prostitute e papponi.

Robert Rodriguez, che ha co-diretto il film insieme allo stesso Miller, con lo zampino di Quentin Tarantino, ha optato per l'utilizzo di molte voci fuori-campo al posto dei monologhi originali, lasciando molto più spazio alle azioni, preoccupandosi di rendere in immagini il forte senso di amoralità della “città del peccato”, il moderno inferno urbano in cui tutti sembriamo condannati a vivere e a morire.

Attraverso il digitale, si realizza per molti versi il progetto tarantiniano di portare sullo schermo la vitalità, la libertà, l'inventiva, ma anche la critica, grottesca, dei pulp comics americani. In modo speculare a quanto avviene in Giappone con i manga-movies. La tanto discussa rappresentazione della violenza, tanto più assurda quanto reale, tanto più reale quanto assurda, sempre più si disperde nel prossimo cine-fumettistico della pulp-fiction digitale, proiettando sullo schermo i riflessi di un “incubo americano” che si fa coscienza collettiva.
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Sin City