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Giapponesi artificiali
Giapponesi artificiali


di: Alessio Mannucci

IL MITO DEL ROBOT

La parola robot appare per la prima volta nel dramma di Karel Capek RUR (Rossum's Universal Robots), scritto nel 1920 e andato in scena nel 1921. Deriva dal ceco “schiavo”, “forzato a lavorare”, e nel racconto di Capek è per la verità più un androide, un umano artificiale ma organico. Nel suo dramma Capek immaginava una rivolta dei robot lavoratori, creati su un'isola sconosciuta, che si ribellano e distruggono senza alcuna pietà la razza umana. Non aveva fatto altro che tradurre in distopia l'utopia comunista dell'epoca, proprio come stava succedendo nella realtà.

PIGMALIONE E LA REAL DOLL

Nel mito di Galatea si racconta di una statua di avorio trasformata in donna da Venere per soddisfare le preghiere di Pigmalione, lo scultore ormai completamente invaghito della sua creatura. C'è qualcosa di maledettamente ancestrale in questa attrazione fatale, tecno-feticista, tra l'uomo e le sue creature tecnologiche.

Nel 1996 è nata in USA una ditta che produce “donne su ordinazione”. Copie esatte in ogni piccolo particolare di donne vere realizzate con un nuovo tipo di silicone: sono le Real Doll, versione aggiornata delle vecchie bambole gonfiabili.

Si può scegliere tra vari modelli (brune, bionde, ispaniche, orientali) che vengono inviati al cliente con tanto di completini intimi annessi. Se invece il cliente ha già in mente un suo modello di donna ideale può addirittura personalizzarsi la sua Venere al silicone e vivere per sempre felice e contento.

Tra quelli che l'hanno provata, come si legge sul sito internet, c'è chi sostiene, come Howard: “Il miglior sesso che abbia mai avuto! Questa Real Doll è meglio delle donne vere”.

I ROBOT

Con il racconto “Robbie” del 1939, Isaac Asimov inaugurò una saga che lo portò a decretare le sue famose “Tre leggi della robotica”, che oggi sono tenute in grande considerazione dai costruttori dei robot che cominciano a popolare il mondo reale. La trama di Robbie si svolge all'interno della famiglia Weston, dove Robbie è la robo-bambinaia di Gloria, la figlia piccola, per la quale la presenza costante di Robbie diventa insostituibile. La signora Weston, temendo che la figlia stia diventando troppo dipendente dal robot, preferisce rispedirlo alla fabbrica. Inutile dire che Gloria non la prende affatto bene e quindi viene chiamato in causa Mr. Weston affinché trovi un accomodamento che plachi il dolore della figlia e le esigenze della detestabile moglie. Alla fine Mr. Weston riuscirà a far tornare Robbie a casa e a sistemare le cose anche con sua moglie, nel più classico degli happy ending.

Per la prima volta, nei racconti di Asimov, avviene un rovesciamento di prospettiva: i robot non vengono più visti come una minaccia per l'uomo, ma come simpatiche e compatibili creature dotate di congegni di sicurezza inviolabili i cui scopi erano di essere utilizzati nelle miniere, nello spazio, nelle missioni spaziali, o come evoluti elettrodomestici di casa. Dei veri e propri schiavi meccanici, totalmente asserviti ai propri creatori.

Fu proprio in base alle leggi immaginate dalla visione positivista di Asimov che i robot divennero nell'immaginario collettivo delle servizievoli e intelligenti creature al servizio della razza umana, amanti del loro lavoro e totalmente indifferenti al concetto di libertà e di ribellione ai padroni. Inutile dire che questa visione utopica sarebbe ben presto svanita, sostituita da ben più crude visioni distopiche.

ROBOTERAPIA

Eppure, a distanza di circa un mezzo secolo, ci accorgiamo che il mito del robot asimoviano resiste ancora, quantomeno nelle menti malate dei tecnocrati e dei tecno-totalitaristi. “Un cane robot può aiutare a tenere bassa la pressione del sangue ed evitare lo stress”. È quanto suggerisce Alan Beck, direttore del Center for the Human-Animal Bond. Lo studioso è conosciuto per le sue ricerche sulla “pet-therapy”, ovvero sui benefici sulla salute dell'uomo derivanti dalla presenza di un animale domestico, meglio se un cane. La prossima estate Beck condurrà una ricerca per stabilire se i bambini riescono realmente a distinguere la differenza tra animali reali e robot.

Per questo ha già ottenuto una convenzione con la National Science Foundation per andare a constatare nelle scuole elementari e in quelle secondarie quanto Aibo, il cane robot della Sony, possa essere considerato dai ragazzi simile al vero. Alcuni scienziati giapponesi hanno già eseguito degli studi in alcune case di riposo per vedere come Aibo possa svolgere una funzione terapeutica per gli anziani soli.

ROBOLOBOTOMIA

Dopo tutti i danni provocati dalla medicina industriale, cominciano a inculcarci l'idea che a dispensarci da tutti i mali saranno in futuro le macchine. Ogni degente avrà presto il suo bravo roboterapista, ovviamente programmato per robolobotomizzarlo. Così non ci sarà neanche più bisogno di medici umani (ce ne sono già rimasti pochi) che in quanto esseri imperfetti possono sempre andare incontro a pericolosi “turbamenti di coscienza”. Si comincia così a perfezionare il programma di trasformazione dell'Homo-Sapiens in Homo-Machine così come era stato tanto bene prefigurato da George Orwell e tutti i suoi seguaci, tra cui i Kraftwerk.

Aperta parentesi. Viene da chiedersi se quello di George Orwell più che un romanzo non fosse un vero e proprio manifesto politico, tipo il Mein Kampf di Adolf Hitler. E se quello di Marx fosse realmente un progetto politico. Chiusa parentesi. Il ricercatore americano John Jordan prevede l'ingigantirsi delle stesse sindromi di dipendenza nate con computers, cellulari e videogames.

Quel che emerge dai test pseudo-scientifici propagandati dagli orwelliani, o anche i meccanisti, tanto per citare anche Sterling, è che l'uomo-macchina si dimostra assai ben disposto verso i suoi compagni-robot, tanto da attribuirgli quasi sembianze e caratteristiche umane. (e te credo, quelli sò lobotomizzati). Come nel caso di Aibo, il cane robot giapponese, in grado di rispondere alla voce del padrone, scodinzolare a comando, interagire in base all'attenzione ricevuta, ritenuto dai degenti, “meglio di un cane vero”.

IL ROBOGATTO

Il robo-micio si chiama NeCoRo, è stato “partorito” dai laboratori dell'elettronica della Omron. Proprio come i gatti domestici “tradizionali” non risponde ai comandi dei suoi padroni, si fa gli affari suoi e fa le fusa solo se viene trattato a dovere. In effetti NeCoRo neppure cammina ma è programmato per dare una risposta emozionale alle carezze e alle altre manifestazioni affettive che possono derivare da qualche umano in cerca di robococcole.

ACTROID

Tra gli ultimi “nati” in Giappone c'è Actroid, una donna-robot prodotta dall'azienda nipponica Kokoro. Actroid ha le parvenze di una ragazza giapponese con tanto di pelle vellutata (in realtà è di silicone), e può esprimere con il volto 40 emozioni e in più parla e gesticola con naturalezza. Un prototipo di geisha artificiale destinato a riscuotere grande successo presso il popolo maschile giapponese.

GIAPPONESI ARTIFICIALI

Robo-camerieri, robo-operai, robo-ballerini, robo-musicisti, robo-giocattoli, robo-infermieri, robo-poliziotti, robo-amanti, robo-gruppi, robo-squadre, robo-calciatori, il mondo dei robot in Giappone è già realtà, ce n'è un po' per tutti i gusti. Sono allo studio perfino dei robo-uteri, delle mamme artificiali, così si potranno anche riprodurre.

Ma da dove viene questo grande amore dei giapponesi per le creature artificiali?

Frédéric Kaplan, ricercatore nei laboratori di computer science della Sony parigina, sostiene che «gli europei sono più imbarazzati di fronte a robot umanoidi degli abitanti del Sol Levante perché i due popoli hanno una concezione diversa di umanità, dell'essenza dell'uomo, che deriva anche dal loro diverso retaggio religioso». Secondo Kaplan la tradizione giudaico-cristiana, che porta con sé il concetto di uomo come creatura creata dalla divinità, è il primo ostacolo all'accettazione e quindi alla produzione di androidi. Nello shintoismo, invece, la religione storica del Giappone (pur nelle sue diverse contaminazioni con il buddhismo), non esiste il mito della creazione ex nihilo. Senza contare, come rileva lo studioso, che «per i nipponici i concetti di naturale e artificiale non sono in contrasto».

Questa diversa impostazione tra Oriente e Occidente non convince tutti. Aaron Sloman, docente di intelligenza artificiale e scienze cognitive all'Università di Birmingham, si è dimostrato scettico: “Non sono per niente convinto che i popoli del Vecchio continente abbiano un disagio maggiore dei giapponesi verso i robot, o che siano meno interessati a questi progetti. Anzi, credo che si tratti di una generalizzazione un po' grossolana. Personalmente sono più interessato al funzionamento di una cosa e non tanto alla sua origine e certo non ho paura dei robot. I veri mostri, in certi casi, sono proprio gli umani”.

L'attrazione-repulsione dell'uomo verso i simulacri, umani e non, in effetti appartiene anche ai giapponesi. Hiroaki Kitano, uno dei padri del cane-robot della Sony Aibo, rivela: «Avevamo realizzato anche una versione del nostro cane meccanico dotata di pelliccia, che rendeva il replicante ancora più simile a un animale vero. Troppo vero, la gente ne rimaneva turbata». Quasi a dire che i robot ci devono sì ricordare la realtà, ma «fino a un certo punto».

Io sono con Sloman. Il problema non è nella macchina in sé, ma in chi la programma e a quale scopo. Se il creatore è un mostro, lo sarà anche la sua creatura, a sua immagine e somiglianza.

AIBO MANIA

Intanto Aibo in Giappone è già una star. È comparso sulla copertina del Time, ha fatto registrare un boom di vendite senza precedenti nel settore dei giocattoli elettronici intelligenti.

Sulla rivista Wired, che si è occupata del caso, si è provato ad analizzare gli sviluppi dell’impatto emotivo e comportamentale di Aibo, che è risultato di gran lunga superiore a quello dei giocattoli tradizionali. Secondo alcune testimonianze di alcuni possessori di Aibo, il robot viene chiamato con un nome che riconosce come proprio e quando si parla di lui non viene mai usato il pronome “it”, ma “she” o “he”, non si pensa a lui come ad una cosa ma come ad una persona.

Rispetto ad un cane vero sicuramente Aibo offre numerosi vantaggi: non ha bisogni fisiologici, non deve mangiare, non deve essere sempre accudito, non disturba i vicini, non rovina gli stipiti delle porte e i mobili, ma soprattutto, non ha bisogno di affetto per essere felice.

Una signora di 36 anni, madre di due bambini ha detto: «È molto strano. Ti ci affezioni. Lo so che è un pezzo di plastica, ma è semplicemente favoloso. Le parole non possono proprio esprimere perché ci sono così affezionata». E parlando dei due figli aggiunge: «Loro si comportano con lui come se fosse un animale domestico. Penso che siano consapevoli che non è vivo, ma interagiscono con molta immaginazione. Forse è questo il bello». Len Levine è invece un analista di sistemi di New York e abita in un appartamento con Beau, il suo Aibo. «Non posso avere un cane», afferma, «questa è la ragione perché ho un Aibo». Dichiaratamente un tecno-entusiasta, Levine esalta le possibilità di interagire con lui, che lo rendono così simile a un cane vero. E conferma l'alto coinvolgimento che ha provato nel vedere “evolvere” il proprio cucciolo, senza peraltro dovere ripulire i suoi “bisogni fisiologici”.

È la stessa Sony a pubblicizzarlo come l'ideale sostituto di un cane vero per tutte quelle persone che per motivi di lavoro o altri impegni non possono permettersi di possedere un cane vero e si sentono tanto sole. Le statistiche ufficiali parlano chiaro: la maggior parte degli acquirenti (due terzi del totale) sono maschi. Un rimedio alla solitudine comunque costoso, visto che Aibo, con il suo chilo e mezzo di tecnologia, è attualmente venduto a un prezzo di 1.500 dollari.

PSICO-ROBOTICA

“Solidarizzare con un giocattolo meccanico è un fenomeno comune, anche tra gli adulti”. Ad affermarlo è la psicologa Shelly Turkle, professoressa al MIT e autrice di numerosi libri e ricerche sulle identità che cambiano nell’epoca del virtuale e sulla reazione delle persone di fronte a compagni cibernetici. «Questi oggetti spingono alcuni bottoni del nostro essere, che abbiano coscienza e intelligenza o meno», afferma la Turkle, che da sempre ha sostenuto che «noi siamo fatti in modo da rispondere in maniera percettiva a questo nuovo tipo di creature». Secondo questa geniaccia lo studio di queste interazioni ci potrà svelare molto di come siamo fatti noi umani.

Praticamente sostiene che per capire la natura umana dobbiamo osservare le nostre reazioni ad una macchina che è stata progettata da un essere umano malato di mente. Una bella teoria. Ormai non sono più le macchine che devono imparare da noi, esseri troppo stupidi e imperfetti, ma siamo noi che dobbiamo imparare dalle macchine, queste creature scese dal cielo, donateci dal Signore. Complimenti, pure al MIT stanno messi bene.

Ritornando ad Aibo, c'è anche chi afferma che il tipo di emozione è simile a quella che si ha nei confronti degli animali domestici reali, ma la forza, la profondità di questa esperienza emotiva è senz’altro diversa. Dobbiamo solo aspettare delle versioni più complete di Aibo e potremo soppiantare del tutto i cagnolini in pelle e ossa.

MATTANZA DELLE FOCHE

Sempre in Giappone la National Institute of Advanced Industrial Science and Technology ha messo a punto un programma di Pet Therapy chiamato Progetto Paro che invece di usare animali in carne ed ossa, usa cuccioli di foca-robot.

Nel frattempo, dei poveri e inerti cuccioli di foca, quelli veri, vengono massacrati in Canada grazie ad uno speciale programma decretato dal governo di Ottawa che ha stabilito, non si capisce con quale diritto, che quest'anno i pescatori canadesi possono tranquillamente uccidere fino a 350mila esemplari, la più alta mai fissata negli ultimi cinquant'anni. La decisione ha scatenato le proteste degli animalisti di tutto il mondo, ma tanto al governo di Ottawa non glie ne pò fregà di meno.

E-mail: Alessio Mannucci




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