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WI-MAX revolution
WI-MAX revolution
di: Alessio Mannucci
L'ultima grande rivoluzione delle telecomunicazioni è partita dalla più grande piattaforma per l'estrazione petrolifera italiana del Mediterraneo, la Vega-Alpha, della Edison, al largo della costa siciliana, dodici miglia marittime a sud di Siracusa, praticamente isolata dal resto del mondo: il suo nome è “Wi-Max”, acronimo di Worldwide Interoperability for Microwave Access, una tecnologia sviluppata da Intel e da un vasto consorzio di aziende del settore telecomunicazioni, uno standard mondiale che arriverà sui veicoli in movimento, nei telefonini di nuova generazione, sui computer portatili e sui palmari, nelle abitazioni private, fornendo, contemporaneamente, e senza problemi di sovrapposizioni o di saturazione, Internet, video, voce e trasmissione dati senza dipendere da cavi, doppini telefonici, fibre ottiche e gestori unici di telefonia fissa.
Il sistema Wi-Max è un'evoluzione del Wi-Fi, la tecnologia wireless che consente oggi di collegarsi a Internet con il proprio computer portatile all'interno di aree delimitate (tipicamente un ufficio o un'abitazione) senza dover connettere fisicamente l'apparecchio ad un modem, attraverso onde radio. Il Wi-Max estende la distanza nella quale è possibile connettersi senza fili ad Internet (fino a 50 km, ma con pochi ripetitori si può raggiungere qualunque località), ma soprattutto ne estende la velocità di trasmissione (teoricamente fino a 7,5 volte quella attualmente disponibile su fibra ottica) e la larghezza di banda, cioè lo “spazio virtuale” su cui possono viaggiare le informazioni. Il tutto, ad un costo irrisorio rispetto ai tradizionali sistemi.
Sulla piattaforma petrolifera Vega-Alpha, il Wi-Max viene utilizzato per trasmettere e ricevere i dati relativi all'estrazione del greggio, alle condizioni d'esercizio dell'impianto e, contemporaneamente, per tutte le comunicazioni telefoniche con la terraferma. Inoltre, il sistema sovrintende anche alle comunicazioni di servizio con la nave-cisterna ancorata a 300 metri dalla piattaforma e con la nave-appoggio che fa la spola con la terraferma. Sempre in simultanea con le altre attività, i dipendenti possono navigare su Internet, ricevere e trasmettere la propria posta elettronica, collegarsi in video e in voce con le famiglie a casa e ricevere anche quei canali televisivi e radiofonici non captabili attraverso le antenne tradizionali. Sull'Etna, una rete wireless similare monitorizza e trasmette i dati in tempo reale sull'attività vulcanica.

Ma siamo già oltre il Wi-Max: il Politecnico di Torino ha messo a punto un sistema di trasmissione a 20 megabit al secondo in grado di coprire una distanza di 300 km senza ponti intermedi. Daniele Trinchero è il professore a capo del progetto: “Grazie a questa nuova tecnologia siamo riusciti a collegare il rifugio più alto d'Europa, Capanna Margherita, a 4556 m di altezza sul Monte Rosa, con Pian Cavallaro sull’Appennino Tosco-Emiliano: sono 295 chilometri di distanza”. Un record reso ottenuto con budget a costo zero, senza ricorrere a costose tecnologie futuristiche, utilizzando vecchi computer 386 e software open source.
Il progetto è nato dalla partecipazione ad una competizione internazionale autogestita tra università e laboratori di ricerca, che aveva come scopo finale la creazione di una tecnologia a basso costo e su misura per i paesi del terzo mondo. “Siamo convinti”, spiega Trinchero, “che l’unico modo per battere il digital-divide sia usare tecnologie a costi contenuti, soprattutto nell’ambito delle comunicazioni che dovrebbero essere per definizione di massa, ovvero alla portata di tutti”. Le prestazioni del nuovo sistema wireless, chiamato “Ixem”, sono davvero impressionanti se confrontate con i normali sistemi Wi-Fi che hanno un raggio di copertura di poche centinaia di metri, ma anche col nuovo protocollo Wi-Max: il team del Politecnico conta di arrivare, entro l’estate, a trasmettere fino a 340 chilometri.
Veniamo alle note dolenti. Sfortunatamente, le frequenze usate da Wi-Max sono di proprietà dell'esercito. A Dicembre 2006, si è raggiunto un accordo per liberalizzarle. Ora si pensa di assegnarle agli operatori commerciali con delle aste pubbliche molto simili a quelle usate per assegnare le frequenze dell'UMTS: si formerà il solito oligopolio, gli alti costi dell'asta saranno scaricati sull'utente finale, e addio rivoluzione. Se si liberalizzasse l'accesso alle frequenze del Wi-Max, chiunque, con pochi soldi, potrebbe fare concorrenza alle grandi aziende che operano nel settore della telefonia e che usano lo standard UMTS, aziende che hanno pagato decine di milioni di euro per avere quelle frequenze e che non vogliono certo vedersi rubare il mercato dai primi arrivati.
L'idea alternativa è simile a quella che regola le spese voluttuarie nel condominio degli edifici: uno salta su, fa un progetto, ottiene una certificazione (quella richiesta per tutti gli impianti trasmissivi in potenza), mette un'antenna in una particolare area, paga l'installazione, usa l'infrastruttura. Il secondo che arriva può fare due cose: mettere una seconda antenna, oppure, pagando il 50% dei costi di infrastruttura pagati dal primo ed avendo lo stesso tipo di requisiti amministrativi, condivide la struttura. Il terzo che arriva fa lo stesso, pagando il 33% al primo e il 33% al secondo.

“Non siamo nell'era dell'Informazione. Non siamo nell'era di Internet. Siamo nell'era della Connessione”.
Il celeberrimo professore di Stanford Lawrence Lessig, tra l'altro promotore di Creative Commons, ha lanciato l'offensiva “Deregulating Spectrum”: “Il punto è la deregolamentazione delle frequenze. Deregolamentazione non significa che mettiamo all'asta le frequenze (come prevede di fare il governo italiano). Perché le aste richiedono un diritto di proprietà del governo ed è una forma di regolamentazione dello spettro. Deregolamentare nel senso che lasciamo ampie porzioni dello spettro disponibili per un uso senza licenza”.
Lessig sostiene l'alternativa chiamata “Open Spectrum”, ovvero la totale deregolamentazione dell'etere con possibilità di trasmissione per qualsiasi soggetto (anche privati cittadini) senza bisogno di autorizzazione (oggi chiesta ai radioamatori). La trasmissione avverrebbe tramite una rete di microprocessori o antenne intelligenti, dette “radio cognitive”, che ripetono il segnale su una frequenza esplorata e rilevata libera da altri segnali e pulita da interferenze localmente (variandola da un'antenna all'altra) veicolando radio, internet, fonia fissa e mobile, tv digitale terrestre e satellitare in un unico segnale digitalizzato che viene interpretato e ricomposto. La sicurezza, integrità e privacy dei dati trasmessi sarebbero garantite da meccanismi intrinseci all'informazione, ossia dalla crittografia. In mancanza di frequenze pulite da interferenze, che non siano altri segnali già trasmessi, la trasmissione avviene ugualmente: il terminale ricevente se è digitale, ha la tecnologia per depurare ogni rumore, per cui le interferenze di fatto non sono un problema. Ciò supererebbe l'attuale necessità di dare più frequenze allo stesso canale radio e tv e lasciarne parecchie vuote tra uno e l'altro, consentendo un uso di tutto lo spettro di frequenze, e degli spazi di trasmissione teoricamente illimitati, per un ampio numero di canali radio e tv emittenti. E soprattutto, di dotare ogni cittadino di banda larga liberamente utilizzabile.
Data articolo: giugno 2007
Link correlati all'articolo:
Lawrence Lessig
Creative Commons
Open Spectrum Foundation
Italian:manifesto · The Wireless Commons
Anti Digital Divide: Banda larga e tariffe giuste sono un diritto di tutti
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Elettrosmog (quarta parte)
E-mail: Alessio Mannucci
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