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di: Alessio Mannucci

La neuroscienza leggerà nel pensiero, direttamente nel cervello, come fosse un codice da decifrare. È quello che sostengono John-Dylan Haynes, del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Lipsia, e un team di ricercatori giapponesi e inglesi, che hanno condotto uno studio pubblicato su Current Biology. “Le intenzioni riguardo alle attività future e programmate non risiedono in singoli neuroni, ma si codificano in un'intera area del cervello”, ha affermato Hayes. Per monitorare ed interpretare l'attività cerebrale che brulica in quest'area, nella parte anteriore della corteccia prefrontale del cervello, bastano degli algoritmi complessi e un macchinario per la risonanza magnetica funzionale.

L'esperimento che lo ha dimostrato si è servito di otto volontari, a cui è stata affidata una scelta riguardo alla sottrazione o alla somma di due numeri: prima ancora che i numeri su cui operare venissero rivelati, prima ancora che l'intenzione si traducesse in azione, momento in cui l'attività cerebrale si sposta nella regione di cervello situata appena dietro a quella anteriore prefrontale, i neuroscienziati sono riusciti a leggere le intenzioni di sottrarre o addizionare, osservando come nell'area cerebrale si attivino determinati pattern, degli schemi che si differenziano e ricorrono con regolarità, in base alle diverse intenzioni dei soggetti. Dopo quaranta minuti di addestramento basato sulla “multivariate pattern recognition” (l'analisi e l'individuazione del variare di parametri nelle mappe cerebrali emerse dalle scansioni del cervello), i computer hanno imparato a riconoscere i diversi schemi di attività cerebrale, preconizzando le azioni messe in atto dai soggetti, con il 70% di successo.

Le neuroscienze già intravedono sviluppi rivoluzionari. Haynes, intervistato da LiveScience, ha parlato di un futuro in cui la multivariate pattern recognition si potrà applicare ai videogiochi, per amplificare l'esperienza di immersione nel gioco (esperimento, peraltro, già effettuato, ndr). Al momento, però, i costi sarebbero proibitivi, dato che un macchinario per la risonanza magnetica funzionale non costa meno di due milioni di dollari. Hayes pensa anche ad applicazioni nell'ambito delle protesi per le disabilità motorie, prospettando interfacce neurali capaci di ricevere comandi direttamente dal cervello.

La lettura del pensiero, al di là della trovata sensazionale, rimane ancora fantascienza, anche se i neuroscienziati di certo non abbandoneranno il progetto. Alla fiera per le apparecchiature mediche di Dusseldorf, in Germania, è stata presentata l’interfaccia per il “Brain Computer”, un dispositivo informatico capace di trasformare i pensieri in parole, visualizzabili sullo schermo. Il progetto, chiamato “g.EEGcap”, è della g.tec, un'azienda che ha studiato un sistema di elettrodi da applicare, tramite un caschetto, alla testa degli utenti. Che, incredibilmente, potranno vedere sullo schermo del portatile i propri pensieri, come mostrato da alcune foto che girano sulla rete. Al momento, si ignorano sia i tempi necessari per completare il progetto sia l'eventuale costo dell'apparecchio.

All'Università di Padova, Giuseppe Sartori, docente di neuroscienze cognitive, ha progettato una nuova macchina della verità, basata sui tempi di risposta e sulle associazioni inconsce, in grado di dare una percentuale di risposte esatte che va dal 90 al 93% (in fase di avanzata sperimentazione). Un 10-13% in più rispetto alle macchine tradizionali, basate su parametri quali le variazioni cardiache, la pressione e la sudorazione, che si fermano all'80%. La macchina è stata testata finora su una trentina di criminali già giudicati, su altrettante vittime e su circa 300 soggetti di laboratorio, tutti volontari.

Il sistema è considerato dal mondo scientifico nuovo e rivoluzionario. E qualcuno è già pronto a scommettere che incanalerà in una nuova direzione il mondo della «lie detection». Dal punto di vista scientifico, l'iniziativa del docente padovano rappresenta una novità assoluta. Non servono fiale di inibitori di volontà, non servono droghe più o meno pericolose per la salute per far parlare il sospetto. E anche se si suda a dismisura, e i battiti del suo cuore risultato accelerati, magari per un problema cardiaco, oppure un fortissimo momento di stress emotivo, la macchina padovana non si lascia ingannare. «Il sistema si basa sui tempi di reazione e di risposta del sospettato» spiega Giuseppe Sartori.

Un semplice computer e un programma dedicato sono, cioè, in grado di compiere quei miracoli che fino a non molto tempo fa non erano neppure immaginabili. Monica Marchetti, psicologa esperta in psicopatologia forense guarda già al futuro. E dice: «Se questa macchina della verità dovesse funzionare davvero significherebbe che stiamo per mandare in soffitta molto di ciò che è stato fatto fino ad oggi. Insomma: potrebbero esserci meno test proiettivi, meno osservazione diretta sul sospettato e affondi più rapido verso il cuore del problema».

Per la cronaca, sono in via di sperimentrazione anche macchine della verità basate sulla tecnica della risonanza magnetica funzionale (fMRI).

Data articolo: maggio 2007

Link correlati all'articolo:

Current Biology Online

g.EEGcap EEG caping system

Università di Padova (facoltà di psicologia)

Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences

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E-mail: Alessio Mannucci




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