
Storia
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Anti-Columbus day (2^ parte)
Anti-Columbus day (2^ parte)
di: Alessio Mannucci
Anche nella scelta degli argomenti trattati, Amerigo dà prova di una grande preoccupazione per il lettore. Tuttavia, i fatti osservati (o immaginati) da Colombo e da Amerigo non sono molto diversi. Il primo descrive gli indiani nudi, spauriti, generosi, senza religione e talvolta cannibali. Il secondo, partendo dagli stessi elementi, li disporrà in tre direzioni:
1. associando nudità, assenza dl religione, non-aggressività e indifferenza nei confronti della proprietà alle raffigurazioni antiche dell'eta dell'oro, produrrà la moderna immagine del buon selvaggio;
2. per quanto concerne il cannibalismo, Colombo riferiva la cosa per sentito dire (dal momento che non capiva nulla della lingua degli indiani).
Amerigo, invece, si diffonde in lunghi commenti: gli indiani prendono dei prigionieri di guerra per consumarli più tardi; il maschio mangia volentieri la sua sposa e i suoi bambini. Un uomo gli ha confidato di aver divorato più di trecento suoi simili; e nel corso di una passeggiata presso gli indiani, ha visto della carne umana salata, sospesa alle travi, come la carne di maiale da noi. Amerigo riferisce dunque questi dettagli “gustosi”, se così si può dire, prima di esporci l'opinione degli indiani, i quali non capiscono la ripugnanza degli europei per un cibo così succulento. La scelta di questo tema è indubbiamente sensata: basta vedere sino a che punto è frequente nelle illustrazioni dell'epoca o nei racconti posteriori (sino a Psalmanazar e al di là).
Infine Amerigo affronta il terreno della sessualità. Mentre Colombo si limitava a dire: “In tutte queste isole sembra che gli uomini si accontentino di una sola donna”, l'immaginazione di Amerigo si scatena. Le donne degli indiani sono estremamente lussuriose, ripete, e intrattiene i suoi lettori (dei maschi europei) con questi dettagli: fanno mordere il pene dei loro uomini da animali velenosi; il pene si ingrossa fino a raggiungere delle proporzioni incredibili, in maniera tale che alla fine scoppia e gli uomini diventano degli eunuchi (si può immaginare la reazione del lettore).

Nell'ultima traduzione francese di Mundus Novus, che risale al 1855, questo passaggio è omesso e al suo posto si può leggere questa nota: “Si trovano qui dieci o dodici righe sulla dissolutezza delle donne. Questo passaggio, che ci è impossibile non omettere, non è forse di quelli che hanno contribuito di meno a rendere popolare il nome di Amerigo Vespucci” (Charton 1863). Altro premio per il lettore: viene a conoscenza del successo di cui godono, tra le donne indiane, i viaggiatori europei, che, invece, si può pensare, non sono sottoposti allo stesso trattamento rischioso. “Quando hanno la possibilità di copulare con i cristiani, spinte da una lussuria eccessiva, si corrompono e si prostituiscono”. E Amerigo afferma inoltre di non dire tutto “... per motivi di pudore”. Metodo ben conosciuto per eccitare l'immaginazione dei lettori [...]
Infine, indipendentemente da tutta la cura presa da Amerigo nei confronti del suo lettore, questi ritrovava nei suoi scritti un universo che gli era vicino. Come abbiamo visto, i riferimenti erano tratti dai poeti italiani, dai filosofi dell'antichità; assai poco da fonti cristiane. Colombo, invece, non ha nell'animo che i testi cristiani e i racconti meravigliosi di Marco Polo o del cardinale Pierre d'Ailly. Colombo è un uomo del Medioevo, Amerigo del Rinascimento. Possiamo trovarne un altro indizio in certi rudimenti di relativismo culturale presenti in Amerigo: trascrive infatti ciò che sa della percezione che gli indiani hanno degli europei (e non solo la propria percezione degli altri). Ora, i lettori avidi di novità fanno parte, anche loro, dei tempi moderni [...]
Noi non siamo certi che Amerigo sia l'autore delle sue lettere, né che egli le abbia scritte così come noi possiamo leggerle oggi; ma non c'è alcun dubbio che egli ne sia il personaggio-narratore, ed è come tale che bisogna celebrarlo. Non è tanto a Colombo o a Caboto che fa pensare, ma piuttosto a Sindbad e a Ulisse, protagonisti, come lui, di meravigliose avventure (migliori delle sue, forse); e non dev'essere un caso che sia stato accolto, per chiamare il continente, il nome (Amerigo) preferendolo al cognome (Vespucci), come Sindbad e non come Colombo: un nome basta a un personaggio.
Ancora come Sindbad, nel corso di ogni periplo, si ripromette di non cominciare di nuovo con le sue sofferenze, ma, appena rientrato parte per nuove scoperte: “Io mi riposavo dalle grandi fatiche che avevo provato nei miei due viaggi, e tuttavia ero deciso a ritornare nella terra delle perle ...”. Come Ulisse, il quale faceva invariabilmente precedere le sue invenzioni da una espressione come “io ti risponderò senza inganno”, Amerigo dichiara, all'inizio del suo racconto (a Soderini): ciò che mi spinge a prendere in mano la penna, è “la fiducia che ho nella verità di ciò che ho scritto ...”. Ma Amerigo non si è accontentato di questo ruolo di personaggio per metà immaginario, ma ha voluto essere, in più, un autore veramente reale: uscita dal libro, la fabulazione diventa menzogna.
Prof. Todorov, Lei ritiene che la scoperta dell'America abbia un signifcato simbolico: la scoperta dell' “altro” o del “diverso” da parte della civiltà europea. Perché ha privilegiato proprio questo avvenimento storico ?
“Certamente l'incontro con l'altro avviene lungo tutto il corso della storia. I Greci scoprono il loro altro in Asia, incontrando gli Sciiti, i Persiani, i barbari. I Romani si scontrano con il loro altro nei barbari venuti dal nord e negli invasori venuti del sud. Se, però, dovessimo scegliere un avvenimento emblematico, credo che quello più importante per la storia europea sia la scoperta e la conquista dell'America. In primo luogo per le sue proporzioni quantitative: si tratta della scoperta dell'altra metà della terra, non di una piccola isola o di una parte interna di un continente dove non si riusciva ad arrivare; in secondo luogo questo mondo altro era completamente ignoto. Certamente anche gli arabi o i cinesi erano per gli europei popolazioni sconosciute, ma, per lo meno, su di essi circolavano storie e quindi se ne aveva una vaga idea. Al contrario, riguardo a quelli che oggi noi chiamiamo amerindi l'ignoranza era totale. Per questo l'incontro con loro rappresenta una sorta di laboratorio privilegiato per osservare l'incontro dell'Europa con il suo altro”.
Qual è la conseguenza della conquista dell'America ?
“Il mondo diventa piccolo, diventa una porzione di spazio conosciuta: a partire da quel momento si assottiglia lo spazio dell'alterità, la distanza della differenza. Noi sappiamo che le differenze tra culture sono indispensabili per il cammino stesso dell'umanità. Abbiamo bisogno di una distanza tra noi e l' altro da noi, per riuscire a guardarci dall'esterno. Certamente la scoperta dell'America non è la sola storia esemplare. Penso, in modo particolare, a delle vicende interessanti avvenute durante le crociate, che rappresentano l'incontro della civiltà europea con quella araba, che era, per molti aspetti, superiore. Esistono vari aneddoti. Ricordo, per esempio, un racconto di un medico arabo che registra i comportamenti selvaggi degli europei i quali, di fronte ad una gamba ferita, non trovano di meglio da fare che amputarla, in condizioni igieniche spesso precarie tanto che la gamba si infetta e l'uomo muore dopo tre giorni. Il medico arabo descrive gli europei come dei selvaggi che non conoscono gli elementi più semplici della medicina. Al contrario, egli sa curare queste ferite con l'applicazione di alcune piante, di unguenti che guariscono senza alcuna violenza. C'è qui un interessante sguardo gettato su di noi: gli altri ci colgono nel ruolo di barbari”.
(Tratto dall'intervista “Las Casas” - Parigi, abitazione Todorov, mercoledì 7 dicembre 1988)
Fine seconda parte
E-mail: Alessio Mannucci
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