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Adversus Galileum
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di: Zret

Alcuni mesi fa il rifiuto di alcuni scientisti dell'università romana La Sapienza(?) è riuscito a costringere Benedetto XVI, invitato dal rettore, a rinunciare ad inaugurare, con una sua prolusione, l'anno accademico all'ateneo della capitale. Come spesso è d'uopo, non ci schieriamo con nessuna delle due fazioni, preferendo far parte per noi stessi: non appoggiamo né gli scientisti, che si sono opposti all'iniziativa del rettore, né i papisti. Non intendo neppure esaminare i retroscena di una querelle creata ad arte affinché il papa-banchiere appaia come una vittima.

Muovendomi controcorrente, invece, vorrei contestare la pretesa di assolutezza della scienza galileiana, una pretesa forse attribuita allo scienziato pisano da alcuni suoi interpreti più che ascrivibile al suo stesso pensiero che comunque è ben sintetizzato da una celebre frase del “Discorso sopra i due massimi sistemi del mondo”.

«La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica ed i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.»

Non si tratta certo di disconoscere gli enormi meriti dell'intellettuale nel campo della fisica, dell'astronomia, della matematica e nella costruzione di un metodo. Inoltre è più che comprensibile che la sua figura di novatore risalti in contrasto con la pedanteria degli aristotelici cinquecenteschi, stanchi epigoni ed acritici estimatori di un filosofo le cui teorie erano state in parte distorte, impoverite ed adattate a nuovi contesti. Tuttavia non dimenticherei che Galilei non volle presentare la sua concezione eliocentrica come un'ipotesi ma come una certezza. Ciò lo portò al contrasto con i peripatetici, ma anche con la Chiesa di Roma. Bisogna, però, rilevare che l'attrito con la gerarchia cattolica è stato, per alcuni versi, enfatizzato (Vedi L'intelligenza in Rete nascosta nel DNA).

Quello che più colpisce in Galilei è l'assolutizzazione della matematica, secondo una linea che trovò continuatori in vari altri filosofi, come Cartesio. Non che la matematica non fornisca un modello di molti fenomeni naturali, traducibili in equazioni. Mi chiedo, però, se tutta la realtà e tutte le dimensioni siano riconducibili ad algoritmi e matrici. Già mi domandai se il numero che Galilei considerava essenza del cosmo non sia, invece, un quid che la mente umana colloca nel mondo. Molti sostengono che la serie di Fibonacci, la sezione aurea rintracciabili in molti aspetti della natura sono la prova che il cosmo ha natura geometrica e che una Mente divina l'ha progettato. Ciò può essere, ma tale armonia potrebbe anche essere l'impronta di un demiurgo, non necessariamente di Dio. Nel tanto vituperato ed incompreso Medio Evo, la logica e la simmetria erano stimate prerogative del diavolo e non del Creatore. Siamo certi poi che questa perfezione non sia simile ad una finalità che, come osservava Kant, l'intelletto umano non rinuncia a porre nell'universo, pur sapendo che non appartiene ai fenomeni ?

È tutto quindi riferibile ai numeri ed alle figure geometriche? Esiste solo l'esprit de geometrie ? Qual è la diversità di conoscenza che l'uomo ha del cosmo rispetto a quella dell'Essere supremo ? Galileo sosteneva che è una differenza quantitativa: l'uomo conosce meno di Dio, ma i fenomeni di cui ha cognizione, sono compresi perfettamente, grazie all'ausilio infallibile della matematica. In tale atteggiamento, noto alcunché di spericolato. L'uomo che è certo di poter un giorno anche lontanissimo tutto o quasi capire della natura, non riconosce, la possibilità che esistano dimensioni in cui le nostre leggi fisiche non valgono, l'eventualità che uno più uno dia zero (questa non è più un'eventualità: vedi Uno più uno uguale zero), il dominio del mistero insondabile, dinanzi al quale è bene essere umili per ammettere di non sapere e di non poter sapere. Certamente i cicappini sono sicuri che la scienza può spiegare tutto: basta aspettare che i suoi inarrestabili, trionfanti vincitori, a mo' dell'Epicuro glorificato da Lucrezio, si inoltrino in regioni inesplorate e ritornino sulla terra per mostrarci tutti i segreti svelati. Sulle conseguenze dell'assolutizzazione della scienza ho già indugiato (Vedi Scissioni).

In verità, gli sviluppi scientifici, filosofici ed epistemologici hanno dimostrato come la scienza sia oggi attraversata da crisi (talora salutari) e controversie di varia natura di fronte all'incredibile complessità del reale che sempre più assomiglia ad un libro scompaginato scritto ora in caratteri matematici ora in geroglifici incomprensibili. Ci si aggira talvolta, nonostante la matematica, in un “oscuro laberinto”: alcune teorie sino a ieri più accreditate crollano miseramente, altre teorie sono inconciliabili tra loro, nuovi paradigmi si affermano, pur tra infinite discussioni, la scienza si intreccia sempre più alla filosofia e, “innanzi agli occhi”, ci sta aperto un libro scritto forse in caratteri matematici, ma mescolati come in un puzzle. Ordinare le tessere e comprendere questi caratteri ci spiegherà il come; il perché non si trova in una formula.

Data articolo: luglio 2008
Fonte: Zret




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