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di: Alessio Mannucci

LE 120 GIORNATE DI SODOMA

Un particolare tipo di prostituzione sacra, il cui ricordo stesso si è quasi estinto, era la sodomia rituale degli uomini, che secondo il racconto mitico si esercitava a Sicione, nel Peloponneso. Qui erano gli uomini a prostituirsi. Pare che quest'uso fosse stato istituito da Dioniso: determinato a trar fuori dall'Ade sua madre Semele, dopo che era stata combusta dalla folgore di Zeus, Dioniso vagava alla ricerca di un ingresso al regno degli inferi; giunto nei pressi della palude di Lerna, incontrò un certo Prosimno, a cui chiese come trovarlo. Costui gli indicò le profondità del lago Alcionio ma, in cambio, pretese di consumare col dio un atto contro natura. Tornato dall'Ade, Dioniso si accinse a tener fede alla promessa ma, nel frattempo, Prosimno era morto. Deciso ad adempiere all'obbligo contratto, anche se in memoriam, il figlio di Zeus piantò sul tumulo di Prosimno un nodoso ramo di fico, dopo averlo intarsiato a mò di fallo e, incredibile dictu, ci si sedette sopra acciocchè l'ombra del defunto godesse di lui.

In quel luogo, in seguito, si andarono a prostituire numerosi Greci che accordavano alla sodomia un valore religioso e ne facevano il simbolo di una virilità trascendente. Lo conferma il testo di un'iscrizione ritrovata in un tempio di Apollo: “Crimone ringrazia gli dei per aver sodomizzato Bathycle, cogliendone così la sua purezza”.

(Nota: vi è inoltre il caso del famoso “Hieros Lokhos”, il “battaglione sacro” dell'esercito tebano, corpo assai temuto, capace di sconfiggere perfino gli spartani, costituito da amanti omosessuali che tramite i loro rapporti sessuali si scambiavano coraggio e valore. Roberto Calasso ne ha adombrato il significato nel libro “Le Nozze di Cadmo e Armonia”).

IL CULTO DELLA VENERE ERICINA

Erice non sarebbe il luogo affascinante che è se non fosse anche per quel velo di magia che, compagna della nebbia, è stata trasmessa dal mito attraverso i secoli. Immutabile resta l'atmosfera incantata che ha fatto innamorare del posto poeti e viaggiatori, forse anch'essi sedotti dall'aleggiare dell'ammaliante dea sulla vetta della montagna sacra. Secondo la leggenda, la città di Erice sarebbe stata fondata da Eryx, figlio di Afrodite e del re Butes. Qui, in onore della madre, divenuta regina dell'isola di Licasta, egli avrebbe fatto erigere il celebre santuario della Venere Ericina. Durante un'impari sfida a pugilato con Eracle, figlio di Giove, Eryx morì dando seguito alla profezia dell'oracolo di Delfi che affermava che Erice, in quanto conquistata da Eracle, sarebbe appartenuta agli Eraclidi. Secondo Virgilio, invece, sarebbe stato Enea a far erigere sulla vetta del monte il tempio dedicato alla dea.

Fatto stà che, sulla rupe cilindrica dai fianchi scoscesi ed inaccessibili, sull'area che oggi è occupata dal castello normanno, sorse il famosissimo tempio di Venere. citato anche da Strabone (il Castello di Venere), pieno di schiave che i Siciliani e gli stranieri offrono alla dea dopo aver fatto un voto. Il culto fu iniziato dai Sicani i quali elevarono una piccola ara, scoperta al cielo, nel centro del “Thèmenos”, ossia il recinto sacro alla dea (dove avveniva il rito della ieropornia). Successivamente, gli Elimi e i Fenicio-Cartaginesi accrebbero la fama del santuario, che divenne noto tra tutti i popoli del Mediterraneo.

I Punici, che identificarono nella dea la loro Astarte, introdussero usanze tipicamente orientali come la prostituzione sacra, il mantenimento delle schiere di colombe e tutta la complessa figurazione simbolica dei culti orientali. Durante gli anni, gli abitanti fortificarono il sito fino a rendere pressoché inespugnabile il territorio e grazie alla mano dell'uomo e alla natura, il santuario acquistò importanza militare e religiosa per tutto il Mediterraneo; il suo patrimonio si arricchì soprattutto grazie ai fedeli che recavano in omaggio i più svariati doni: oro, vasellame, statue. Il monte divenne la meta di tutti i marinai e dalla sua vetta era possibile veder sfavillare il fuoco acceso dalle ieròdule, le sacerdotesse votate alla dea, fuoco che indicava ai naviganti la vicinanza della costa siciliana. Essi appena giunti salivano sulla vetta per rendere omaggio alla divinità adorata e partecipare alle feste celebrate in suo onore, che attiravano grandi folle di ogni lingua e di ogni razza. Come l'ariete, simbolo della fecondità, la colomba era sacra a Venere.

Attorno alle mura del santuario svolazzavano tutto l'anno grandi schiere di colombe bianche e solo verso la metà del mese di agosto esse si allontanavano ed avevano allora inizio le feste in onore di Venere, le Anagogie, che segnavano la fine dell'anno rituale. Durante il periodo di assenza delle colombe, il tempio veniva ornato in attesa del loro ritorno che avveniva puntualmente dopo nove giorni. Esse, guidate da una loro simile dalle penne rosse (Venere), si posavano sulle mura del tempio ed allora cominciavano con grande solennità i riti delle feste Katagogìe. Dopo le guerre puniche, la pax romana assegnò a protezione della fortezza e del rituale ieropornico un corpo di duecento legionari, i “Venerei”, che diciassette città siciliane ebbero l'onore e l'onere di mantenere.

Negli anni che seguirono, il tempio conobbe il suo massimo splendore, la città fu meta di magistrati ed altre personalità che giungendovi non trascuravano di recare omaggio alla dea: lo stesso Verre, propretore in Sicilia nel I sec., offrì a Venere Ericina una statua argentea di Cupido che, sembra, fosse stata rubata. La cura del tempio spettò al questore di Lilibeo che aveva l'obbligo di risiedere ad Erice per buona parte dell'anno. Nell'anno 75 a.C. fu Cicerone a tenere la questura di Lilibeo e questo periodo fu particolarmente fiorente per la città e per il tempio. Durante gli scavi del 1932, sotto il castello sarebbero state ritrovate tracce di un camminamento e di una scala sotterranea. Venne scoperto anche un tratto di pavimento in mosaico oggi ormai scomparso. Sembra, inoltre, che il tempio di Venere fosse di modeste proporzioni e che fosse ubicato da oriente ad occidente. Ancora visibile oggi rimane il cosiddetto “pozzo di Venere” dove, secondo il mito, le belle sacerdotesse si immergevano prima e dopo il sacro rito...

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E-mail: Alessio Mannucci




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