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La luce del mondo
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di: Zret

William Holman Hunt (1827-1910) è il pittore preraffaellita che dipinse, tra il 1851 ed il 1853, un celebre quadro, intitolato La luce del mondo. L'artista “vi esplica una notevole tensione nel rendere con cura lo sfondo illuminato dalla luce lunare, lavorando di notte, all'aperto a lume di lanterna. Accolto con scarso interesse all'esposizione della Royal Academy del 1854, il quadro fu difeso fa John Ruskin. L'autore spiegò come la luce fisica corrisponda alla luce spirituale, la ruggine alla corrosione delle facoltà vitali, le erbacce alle malvagie attitudini, il pipistrello, animale notturno, al buio ed all'ignoranza e così via. Opera molto popolare, riprodotta senza fine in libri e stampe, diventò una delle immagini-chiave della religiosità vittoriana”. (M. T. Benedetti)

La tela manifesta una cifra oleografica destinata ad accentuarsi nei dipinti successivi di Hunt, che sfociarono in un gelido e calligrafico realismo, in descrizioni minuziose, ma aride ed edificanti. La luce del mondo è un'opera, per molti versi, edulcorata che esprime una religiosità devozionale ed esteriore più che una fede intima. Il gusto del particolare preciso, iperrealistico, la figura convenzionale del Cristo simile a quelle effigiate nelle cartoline natalizie, il simbolismo scoperto e prevedibile spiegano il successo del quadro tra un pubblico poco consapevole.

Nondimeno l'olio si apprezza per la luce che si soffonde dalla lanterna: è un alone dorato e caldo che, riflettendosi sulla veste del Salvatore, le conferisce una qualità metallica. Ancora più suggestivo, però, è il chiarore selenico che, diluito di un glauco tenue, scorre tra il magnifico brano di paesaggio con gli olivi dai tronchi arcuati. Il chiarore lunare splende pure sul placido corso d'acqua sullo sfondo.

Più del quadro in sé mi hanno sempre attratto le circostanze in cui fu creato: le notti rischiarate dalla luna. Le immaginiamo fredde e silenziose, appena increspate da un brivido di vento, col firmamento su cui sono impuntati gli spilli delle stelle.

Sarà un approccio ingenuo e “romantico”, ma saper contemplare la natura, volto visibile dell'Essere, perdersi nel suo abbraccio voluttuoso o tremare dinanzi al suo mistero profondo, sono inclinazioni che abbiamo perdute. Chi oggi ama veramente il creato ? Chi oggi indugia per osservare o solo vede ? Homo videns, disse qualcuno. No. Mi accorgo sempre più che i sensi dell'uomo sono offuscati: la stessa vista, ritenuta peculiare dell'uomo contemporaneo, incapace di per-cepire (letteralmente capire, afferrare bene), è stata come sostituita da un apparato sensorio rudimentale adatto solo alle azioni quotidiane, consuete, un po' come quegli strumenti muniti di sensori per misurare le condizioni di temperatura e di umidità di un ambiente.

Che dire poi della luce ? La luce fisica si sta spegnendo, come quella di una candela il cui lucignolo è consumato. Viviamo in un mondo di luci pallide e crepuscolari: il cielo è uno specchio opaco. È solo apparenza. È in parte vero, ma anche l'apparenza è sostanza ed aggirarsi in questa realtà spettrale con i colori esangui, le forme che si dissolvono nella grisaille, è sconfortante. Restano le luci nervose, frenetiche delle discoteche, le luci stroboscopiche che si rincorrono pazze sulla pista da ballo: quando si esce, nella notte, gli astri sono fiammelle che languono. La luce interiore, dell'anima, dov'è ? Quel raggio mistico, soprannaturale che Hunt provò ad adombrare con i colori e le pennellate liquide, le campiture omogenee. Balugina ancora nella vita: a volte, come lucciole nelle notti d'estate, pulsano bagliori di anime.

Cerchiamo la luce del mondo, la luce che sgorga dal mondo e quella che lo rischiari e forse sfavilla tra gli spazi insondabili dell'universo, là dove si addensa la materia oscura.

Data articolo: giugno 2008
Fonte: Zret




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