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Apocalisse Maya
Apocalisse Maya


di: Alessio Mannucci

“Apocalypto”, il nuovo film (oggi nelle sale italiane) di Mel Gibson, dopo lo scandalo dell’arresto in stato di ebbrezza a Los Angeles e le polemiche su “The Passion”, è destinato a far discutere: centotrentanove minuti di sangue, violenze brutali, decapitazioni e sacrifici umani, una storia feroce ambientata ai tempi della civiltà Maya, di cui Gibson sembra aver voluto cogliere il lato più oscuro, nella sua fase più decadente, calcando la mano sull'aspetto grandguignolesco dei sacrifici umani. Un'operazione che sa molto di propaganda (filo-cattolica), e che rischia di occultare la grandezza della civiltà maya.

L'Italia, inoltre, è l'unico paese in cui Apocalypto non viene vietato, mentre all'estero è stato messo il paletto in alcuni casi sotto i 15 anni e in altri sotto i 18. La commissione censura si è spaccata. Claudia Caneva, docente di Antropologia Filosofica alla Pontificia Università Lateranense di Roma, che in commissione rappresenta i genitori delle scuole cattoliche, e Marida Monaco, del Coordinamento Genitori Democratici, hanno scritto a Gaetano Blandini, Direttore Generale per il Cinema al Ministero per i Beni Culturali, minacciando le dimissioni.

La caduta della civiltà Maya è scandita da teste mozzate, pugnali infilati nella pancia, sgozzamenti, stupri, torture, massacri di donne e bambini inermi, cuori pulsanti strappati dal petto. Come fu per “Passion”, Gibson sceglie di nuovo la via della violenza esplicita.

Il film è interessante se si paragona la violenza del potere primordiale e premoderno a quello di oggi: le immagini di Apocalypto si sovrappongono a quelle dell'esecuzione di Saddam Hussein, diffuse dai telegiornali di tutto il mondo con sufficiente indifferenza (perché non sono state censurate ?, ndr), simbolo dell' “Impero del Male” statunitense che vorrebbe portare la “salvezza” in Iraq. Da questo punto di vista, i massacri di Apocalypto vorrebbero far passare alcuni messaggi elementari tipo: i Maya siamo noi, civiltà sull'orlo del baratro, dedita all'idolatria di falsi dei e al saccheggio della natura. Le ultime immagini del film mostrano il protagonista e due feroci inseguitori attoniti di fronte all’arrivo delle tre Caravelle, la cui sagoma con tanto di croce vuole rappresentare l'arrivo della Cristianità e della salvezza in un mondo che affoga nel sangue (il riferimento è all'Apocalisse e alla seconda venuta di Cristo, ndr). Quello che non convince, e non ha convinto molti studiosi e ricercatori, è la scelta dei Maya come simbolo dell'Impero del Male: sarebbe stato molto più “politically scorrect” rappresentare il genocidio dei nativi americani da parte dei conquistatori (che tutto hanno portato tranne che la salvezza, ndr). Così facendo, invece, Gibson rischia di fare disinformazione su una delle antiche civiltà più sviluppate e sapienti, che solo nell'ultima fase degenerò.

Più precisamente, in seguito all'insediamento progressivo di popolazioni provenienti da Tula, che influenzarono in maniera considerevole i costumi maya. In particolare, essi furono portatori di nuovi valori legati alla guerra ed al militarismo sconosciuti al pacifico popolo Maya, e con essi fu importato il culto di Kukulcan, traduzione maya del dio messicano Quetzalcoatl, il serpente piumato. Dal 987 d.C., e per due secoli, anche l'architettura subì profonde variazioni dovute all'egemonia culturale tolteca, ravvisabili nell'apparizione di decorazioni raffiguranti non solo aquile e giaguari che simboleggiavano gli ordini militari ma anche figure di guerrieri, serpenti piumati, ed inoltre la rastrelliera di teschi, lo “tzompantli”, che esibisce le teste scarnificate dei sacrificati. Lo sconosciuto costume del sacrificio umano divenne a Chichen-itzà una pratica diffusa soprattutto con l’utilizzazione del grande “cenote”, ritenuto sacro, intorno a cui venne edificata la città, e che per centinaia di anni ha custodito le macabre ed al contempo preziose testimonianze di quella grande civiltà: parecchi scheletri umani appartenenti a donne, bambini e uomini oltre ad una grande quantità di oggetti sacri gettati nel cenote in offerta insieme alle vittime per ottenere le grazie degli dei.

Insieme a queste nuove concezioni importate dai messicani di Tula, la società maya conobbe la decadenza progressiva della classe sacerdotale a vantaggio della categoria dei guerrieri i quali lentamente si guadagnarono il privilegio d’essere considerati i salvatori del popolo a scapito dei sacerdoti che in una società militarizzata occupavano ormai soltanto un posto marginale. Dopo duecento anni di egemonia, intorno al 1200 d.C., anche Chichen-itzà dovette conoscere il declino ed il potere cadde in mano ai governanti di Mayapàn che dominò la regione sino al 1450 d.C., ma non seppe ripercorrere il cammino di Chichen. Ubicata in una zona poco favorevole alla coltivazione, Mayapàn esasperò il militarismo terrorizzando i vicini ed ottenendo facilmente mano d'opera e beni materiali, ma il suo dominio segnò un vero e proprio crollo nelle arti tanto che in questo periodo le uniche opere architettoniche furono soprattutto dei lavori di fortificazione come ci testimonia in particolare la fortezza di Tulùm sulla costa caraibica. Questo declino culturale e le continue lotte per il potere segnarono la fine di Mayapàn e con essa la fine del potere centralizzato, infatti all'alba del XVI sec. la penisola si trovò suddivisa in varie provincie, i “cacicazgos”, in perenne guerra fra loro ed il processo di secolarizzazione della cultura proseguì ulteriormente decretando uno stato di progressiva decadenza artistica e di impoverimento culturale. Inoltre, le tre caravelle non toccarono terra nella penisola messicana dello Yucatán, dove il film è ambientato, ma sull’isola di San Salvador, nel Mar dei Caraibi. Gli odierni abitanti maya - residenti in gran parte in Guatemala - oltre a contestare il fatto di essere stati rappresentati solo come brutali, disumani, simili a animali feroci, hanno protestato anche per il fatto che i loro avi sono interpretati da attori americani di origine pellerossa impegnati a dialogare con un linguaggio antico spesso adoperato in maniera imperfetta. Due fra i più importanti archeologi mayanisti, Mary Weismantel e Cynthia Robin della Northwester University, hanno imputato a Gibson di riproporre stereotipi razzisti nei confronti degli indigeni simili a quelli di cui si servirono i conquistatori per sterminare 75 milioni di nativi delle America nel periodo seguente alla scoperta del Nuovo Mondo.

(...) Montezuma ha vinto a Teuctepec. Nei templi ardono i fuochi. Risuonano i tamburi. L'uno dopo l'altro, i prigionieri salgono i gradini verso la rotonda pietra del sacrificio. Il sacerdote conficca loro in petto il pugnale di ossidiana, solleva il cuore nel pugno e lo mostra al sole che spunta dai vulcani azzurri. A quale dio si offre il sangue ? Il sole lo pretende, per nascere ogni giorno e viaggiare da un orizzonte all'altro. Ma le pompose cerimonie della morte servono anche un altro dio, che non compare nei codici né nelle canzoni. Se quel dio non regnasse sul mondo, non ci sarebbero schiavi né padroni, né sudditi, né colonie. I mercanti aztechi non potrebbero strappare ai popoli sottomessi un diamante in cambio di un fagiolo, né uno smeraldo per un chicco di mais, né oro per lusinghe, né cacao per sassi. I portatori non attraverserebbero l'immensità dell'impero in lunghe file, recando sulle spalle tonnellate di tributi. La gente del popolo oserebbe vestire tuniche di cotone e berrebbe cioccolata e avrebbe l'audacia di ostentare piume proibite di quetzal e bracciali d'oro e magnolie e orchidee riservate ai nobili. Cadrebbero allora le maschere che nascondono i volti dei capi guerrieri, il becco d'aquila, le fauci di tigre, i pennacchi di piume che ondeggiano e brillano al vento. Sono macchiate di sangue le scalinate del tempio maggiore e i teschi si accumulano nel centro della piazza. Non solo perché si muova il sole, no: anche perché quel dio segreto decida al posto degli uomini. In omaggio allo stesso dio, sulla sponda opposta del mare gli inquisitori friggono gli eretici sui roghi o li tormentano nelle camere di tortura. È il Dio della Paura, che ha denti di topo e ali di avvoltoio (...) (Eduardo Galeano, “Memoria del Fuoco”, RCS Sansoni Editore, 1989).

La vista dei centoquattordici gradini coperti di sangue umano del Teocalli (in azteco, “Casa di Dio”), uno dei due santuari del Tempio Mayor, riempì di orrore gli spagnoli al seguito di Cortès. Essenzialmente, il sacrificio umano praticato da