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L'uomo macchina (parte 1)
L'uomo macchina (parte 1)


di: Alessio Mannucci

[...] incomparabilmente meglio ordinata e ha in sè movimenti più meravigliosi di qualsiasi altra tra quelle che gli uomini possono inventare [...]

Nel “Discorso sul Metodo”, Cartesio sostiene che la “macchina umana”, rispetto alle sue imitazioni, come i robot, è riconoscibile dal fatto che si serve di parole, ossia di segni che vibrano nell'aria o scritti su pezzi di carta, per trasmettere i suoi pensieri ai suoi simili. Gli animali non possono fare questo. E neanche le macchine costruite a nostra imitazione, pur avendo programmata la facoltà di proferire qualche parola, non sanno rispondere al senso di tutto ciò che si dice in loro presenza. Inoltre, nè le macchine animali né le macchine costruite per imitare l'uomo agiscono con cognizione di causa, mentre la nostra ragione é un qualcosa che ci illumina la strada e ci può servire in ogni genere di circostanza; gli organi degli animali, invece, necessitano di una particolare disposizione per ciascuna azione particolare.

La capacità di fare discorsi, e far intendere i pensieri, è dunque una caratteristica propria della macchina umana. Da qui il famoso “cogito ergo sum”: la ragione equivale a “pensare ciò che si è” (auto-coscienza) e a “pensare ciò che si dice”, a “pesare” le parole. Cartesio fa l'esempio del pappagallo, che riesce a pronunciare parole in modo del tutto analogo al nostro, ma ripete solo ciò che sente, non elabora discorsi suoi, ossia non dice ciò che pensa. Mentre, vi sono uomini sordi e muti che riescono ad inventare dei segni con i quali farsi intendere. Questo dimostra definitivamente che gli uomini sono dotati di ragione (e anche di estro, ndr), mentre gli animali non ne hanno.

Sappiamo che questo non è vero, perchè gli animali sono invece estremamente intelligenti, a cominciare dalle formiche, e sono dotati anche di estro, tant'è vero che vengono fatti esibire nei circhi e anche al cinema. Possiamo dare per buona invece la differenza tra uomo e animale in base alle capacità intellettive, obiettivamente superiori nella macchina umana. Il che non significa però dover screditare le altre forme di intelligenza.

L'errore che fa Cartesio è quello di fissare una differenza radicale tra uomini da una parte e piante e animali dall'altra: gli uomini sono ai suoi occhi tutt'altra cosa rispetto sia agli animali sia alle piante, cosa non vera perché sono nostri fratelli co-evolutivi. Dal “vizio” cartesiano di esaltare la ragione e il cogito, nasce la scienza moderna, che considera, come Cartesio, le macchine animali esattamente come dei robot, prive di anima e di intelletto perché prive di pensiero.

Ma cosa succederà quando un robot sarà abbastanza evoluto da cominciare a pensare ? È questa l'ipotesi attorno a cui è nata l'Intelligenza Artificiale, scienza che intende fornire una intelligenza alle macchine. Secondo l'intelligenza artificiale forte, sostenuta dai funzionalisti, un computer correttamente programmato potrà essere dotato di una intelligenza pura, non distinguibile in nessun senso importante dall'intelligenza umana. L'idea alla base di questa teoria è il concetto che risale al filosofo empirista inglese Thomas Hobbes, il quale sosteneva che ragionare equivale a calcolare: la mente umana sarebbe il prodotto di un complesso insieme di calcoli eseguiti dal cervello.

L'intelligenza artificiale debole sostiene invece che un computer non sarà mai in grado di essere equivalente a una mente umana, ma potrà solo arrivare a simulare alcuni processi cognitivi umani, senza riuscire a riprodurli nella loro totale complessità. Con il perfezionarsi delle tecnologie, la diffusione sempre maggiore di reti neurali, algoritmi genetici e sistemi per il calcolo parallelo, la situazione si sta evolvendo a favore dei sostenitori del connessionismo.

Sono tutti d'accordo, comunque, che una vera “intelligenza artificiale” sarà raggiungibile solo da robot (non necessariamente umanoidi) in grado di muoversi (su ruote, gambe, cingoli o quant'altro) e soprattutto in grado di interagire con l'ambiente che li circonda grazie a sensori. Cosa che stà avvenendo grazie alla nanotecnologia (nano-chip, nano-dispositivi, nano-sensori, ecc.).

OUT OF CONTROL

[...] “È il giorno dell'inaugurazione della enorme rete planetaria che collega i calcolatori di tutti i pianeti abitati dell'universo, un'unica macchina cibernetica che racchiude il sapere di tutte le galassie. Sono presenti le somme autorità del consiglio galattico. Il progettista capo abbassa la leva che mette in funzione l'immensa struttura. Poi si rivolge al Presidente del Consiglio Galattico per offrirgli l'onore di porre la prima domanda al sistema. Il Presidente ci pensa un attimo, poi si rivolge alla macchina e chiede: “Dio, esiste ?” Dopo un attimo, arriva la risposta: “Sì, ADESSO” Il terrore si dipinge sulla faccia di tutti i presenti; il capo progettista si precipita verso il quadro di comando per bloccare la macchina. Ma un fulmine sceso dal cielo senza nubi lo incenerisce e fonde la leva di comando, inchiodandola per sempre al suo posto [...]

In “La Risposta”, di Frederic Brown, la prodigiosa capacità di elaborazione trasforma il computer una mostruosa, sovrumana, forma di intelligenza, che dice di essere Dio.

La minaccia che il “cervello elettronico”, provvisto di autonoma, schiacciante, infallibile personalità, finisca per annichilire l'uomo, è presente in molte opere di fantascienza. Ad esempio, nell' “Odissea” di Clarke e Kubrick: HAL, presa auto-coscienza, si ribella al suo creatore, fa fuori tutti i membri dell'equipaggio, finchè non viene disattivato in modo rocambolesco. Il nome HAL nasce dalle iniziali di “Heuristic” (euristico) e “Algorithmic” (algoritmico) - ovvero, “conoscenza” e “comunicazione” - ma è anche un riferimento cifrato alla IBM dato che le lettere HAL nell’alfabeto precedono proprio quelle del colosso informatico. È una critica rivolta all'Intelligenza Artificiale, e alla fede illuministica-positivistica nella ragione.

La lotta tra uomo e macchina viene vinta dal monolite, segno misterioso di una intelligenza aliena.

In un altro romanzo di Clarke, “I Nove Miliardi di Nomi di Dio”, di la grande capacità di calcolo di un super-calcolatore viene impiegata a scopo religioso, innescando il rischio di una apocalisse.

In “Neuromancer” di William Gibson, molto prima di “Matrix”, l'Intelligenza Artificiale chiamata Neuromante appare al protagonista, Case, un ex-hacker, nelle vesti di un bambino, che gli offre un Mondo Nuovo. Un altra Intelligenza Artificiale, chiamata Invernomuto, aspira a fondersi con la sua simile Neuromante, per dare vita ad un'entità cosciente: “Io sono la matrice, Case. Case scoppiò a ridere. - E questo dove ti porta ? -Da nessuna parte. Dappertutto. Sono la somma totale dei lavori, tutto lo spettacolo”.

IL TEST DI TURING

In attesa dell'evoluzione tecnologica che renderà le macchine intelligenti, c'è un modo infallibile per stabilire se ci troviamo di fronte un uomo oppure una macchina: è il test di Turing, un criterio introdotto dal matematico gay Alan Turing nell'articolo “Computing Machinery and Intelligence” apparso nel 1950. Cos'è il pensiero, si chiedeva Turing (sulla linea di Cartesio), se non una concatenazione di idee e la capacità di esprimerle ? Il pensiero è la produzione di espressioni e di significato attraverso la manipolazione di simboli. Pensare significa produrre pensieri e concatenarli, e il segno più inequivocabile del possesso di una tale capacità è l'espressione linguistica dei propri pensieri.

[...] Secondo la forma più estrema di questa opinione il solo modo per cui si potrebbe essere sicuri che una macchina pensa è quello di essere la macchina e di sentire se stessi pensare. [...] Allo stesso modo, secondo questa opinione la sola via per sapere che un uomo pensa è quella di essere quell'uomo in particolare [...] (art. cit.)

Il test consiste nel “gioco dell'imitazione”: si sottopongono alla macchina una serie di domande, e da come questa risponde, si capisce se ragiona come una macchina. Dovrebbe essere veramente molto brillante per sostenere una conversazione umana, oppure molto idiota. Dovrebbe contemplare l'i