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Spacebloom, arte spaziale
Spacebloom, arte spaziale


di: Alessio Mannucci

“Nel settembre del 2235, Matoni Wulffi, un giovane studente di ingegneria, presenta come tesi di laurea il progetto “fbloom” (flowerbloom), di un fiore sintetico multi-fragrante capace di sopravvivere e riprodursi nello spazio grazie ad una sostanza artificiale, la “gluevina”, e all'integrazione delle tecnologie di comunicazione software, hardware e bioware. L'intero sistema è controllato da un linguaggio creato appositamente per il progetto chiamato TNG (lingua stellare).

Dopo vari esperimenti, nel marzo del 2236, 3 prototitipi di “fbloom” vengono sparati nello spazio profondo. Ne sopravviverà solo una, e sarà un successo: riuscirà a catturare sufficiente materia per produrre le sue fragranze spaziali. Matoni allora comincerà a pensare al suo fbloom anche come un sistema per produrre cibo...”.

Qualche anno fa, l'artista Martin Naroznik stava provando nuovi software di disegno tridimensionale quando sul suo PC cominciarono a prendere forma strane creature floreali in mezzo a nuvole di polveri cosmiche e stelle lontane. I “frutti” del suo lavoro sono oggi esposti sul libro e sul sito web “Spacebloom: A Field Guide to Cosmic Xflora”, un catalogo di fiori ciberspaziali che si muovono nel vuoto nutrendosi di particelle invisibili e riproducendosi.

Le visioni di Naroznik, accompagnate da dettagliate descrizioni, persino istruzioni culinarie, combinano suggestioni nanotech e biotech, forme artificiali e colori elettronici. I suoi fiori virtuali possono fornire anche la base per medicine e droghe illegali. Come la “danlinea”, che produce un nettare, D-ax7, usato per curare il blocco dello scrittore.

A differenza del lavoro di più famosi artisti spaziali, come le “realtà progettate” di Pat Rawlings, i fiori ciberspaziali di Naroznik sono puramente astratti, possono vivere solo nel regno della fantasia. Sono un'alternativa alle tante, troppe visioni guerrafondaie e distruttive proposte fino ad oggi dagli autori di fantascienza.

“Nella nostra immaginazione collettiva”, dice Naroznik, “quando pensiamo allo spazio ci figuriamo sempre grandi astronavi e guerre stellari. È perché non abbiamo ancora trovato niente che possiamo andare a raccogliere e riportare a casa”. Chissà che la sua arte non aiuti gli ingegneri della NASA ad espandere la loro ristretta immaginazione.

Fonte: www.wired.com

Istituzione scientifica citata nell'articolo:

www.spacebloom.net/intro/

E-mail: Alessio Mannucci




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