
Fisica
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Complesso e complicato
Complesso e complicato
di: Oscar Bettelli
Il problema è intanto quello di capire la differenza non solo
linguistica, ma anche fortemente epistemotogica che corre fra due termini che
sono solo apparentemente simili: complicato e complesso.
Oggi la scienza ha compreso che nella conoscenza della realtà
non si tratta soltanto di raccogliere un numero considerevole di dati relativi
ad un fenomeno, per meglio definirlo, e che non è il numero elevato di variabili
in gioco a stabilire la presenza di una complessità, quanto piuttosto il loro
essere visibilmente intrecciate in una rete di relazioni. Ciò che fa
davvero la differenza tra due concetti di complesso e complicato è la scoperta
che tutti i fenomeni, soprattutto quelli legati al mondo del vivente, mostrano
un'apparente mancanza di ordine nella propria evoluzione e a volte nella
stessa struttura, caratteristiche che non permettono di ricostruire certe serie
di eventi, come quelle della biologia contemporanea, se non come processi
caotici.
Il contesto entro cui la scienza contemporanea parla di una
scoperta della complessità si individua così nella scoperta del carattere
imprevedibile di alcuni fenomeni, e nella comprensione del fatto che:
- nella scienza non esistono oggetti semplici, cioè la ricostruzione
di un evento osservato sembra rispondere a leggi deterministiche ma va ben
oltre queste leggi;
- la previsione dello stato futuro di un sistema può sembrare
possibile, ma a costo di ridurre qualitativamente la portata di un
fenomeno studiato;
- le qualità riscontrate in un oggetto studiato non sono proprie di
quell’oggetto, ma sono la risposta della sua interazione con l'osservatore,
sono il suo "modo di vederle".
Questo rappresenta il vero punto di partenza di ogni possibile
riflessione sul ruolo stesso della scienza, sulla sua ricerca di una coerente
immagine del mondo.
Il criterio che permette di differenziare complicatezza e
complessità dovrebbe comunque scaturire anche dall'evidenza del limite
intrinseco alle spiegazioni che la scienza "classica" ha dato dei fenomeni,
quelle cioè che puntano a semplificare, a ridurre, a sminuire la portata di un
fenomeno, ad ignorare le innumerevoli relazioni possibili fra fenomeni ed eventi
diversi. Quindi, nel momento in cui si prende coscienza dell'esigenza di una
nuova situazione teorica si dovrebbero, per cosi dire, ridisegnare anche gli
strumenti e le procedure d'indagine della scienza e il sistema delle pratiche
sperimentali di ogni disciplina.
Tutto questo implica un notevole spostamento di prospettiva: si
mostra anzitutto come ogni idea di esattezza nella scienza, se è scaturita da
una concezione del Mondo come meccanismo semplice, sia fittizia. Di conseguenza,
si è manifestato il carattere puramente descrittivo delle leggi
scientifiche, la loro incapacità, cioè, di andare oltre la semplice supposizione
di uno stato di cose, di spiegare davvero un fenomeno, fatto questo che mette
sotto una luce diversa anche il concetto di osservazione e di esperimento,
nonché quello di verità.
"Una goccia d'acqua che si spande nell'acqua, le fluttuazioni
delle popolazioni animali, la linea frastagliata di una costa, I ritmi della
fibrillazione cardiaca, l'evoluzione delle condizioni meteorologiche, la forma
delle nubi, la grande macchia rossa di Giove, gli errori dei computer, le
oscillazioni dei prezzi Sono fenomeni apparentemente assai diversi, che possono
suscitare la curiosità di un bambino o impegnare per anni uno studioso, con un
solo tratto in comune: per la scienza tradizionale, appartengono al regno
dell'informe, dell'imprevedibile dell'irregolare. In una parola al caos. Ma da
due decenni, scienziati di diverse discipline stanno scoprendo che dietro il
caos c'è in realtà un ordine nascosto, che dà origine a fenomeni estremamente
complessi a partire da regole molto semplici."
(J.Gleick, pioniere di una nuova scienza, Chaos)
Nella scienza classica, il caos era per definizione,
assenza di ordine.
Oggi è considerato una dimensione retta da leggi non
definibili, infatti, il concetto di disordine è inteso come complessità.
La teoria del caos è nata quando la scienza classica non aveva
più mezzi per spiegare gli aspetti irregolari e incostanti della natura; è
innanzitutto una teoria scientifica, nata su sperimentazioni fisiche,
biologiche, matematiche, socio-economiche, che ha cambiato l'aspetto del mondo e
che in un secondo tempo è stata sintetizzata nelle arti espressive, facendo la
sua apparizione nello studio di fenomeni meteorologici.
Le applicazioni pratiche di questa teoria sono dirette nei più
svariati campi, in quanto essa permette, con la sua visione della realtà, di
scegliere tra una grande abbondanza di opportunità e di raggiungere il
principale obbiettivo della scienza oggi e di sempre trovare per mezzo di quali
regole è governato 1' universo e in che modo possiamo usarlo ai nostri fini come
vagheggiava Bacone. Nell'affermazione di George Santayana "Chaos is a name for
any order that produces confusion in our minds", si conferma che il caos, questo
punto, non può più essere visto come casualità e totale mancanza di ordine, ma
unicamente, come un ordine così complesso da sfuggire alla percezione e alla
comprensione umana; un ordine con una logica stocastica e inestricabile dove le
regole dell'antica idea di armonia platonica non siano più riscontrabili.
Di conseguenza, i sistemi caotici non possono più essere
interpretati esclusivamente come imprevedibili anche se irregolari. È
fondamentale sottolineare che il caos non è sinonimo di caso (curiosamente suo
anagramma) come la logica potrebbe indurre a pensare e non si può parlare di
completo disordine, in quanto i sistemi caotici, alla luce delle nuove scoperte
della teoria del caos, sono sistemi dinamici sempre prevedibili a breve termine
e, quindi, riconducibili ad una logica nuova più o meno complessa. Si può,
dunque, paradossalmente affermare, in base a precise scoperte scientifiche, che
nel caos c'è ordine.
La nazione di "organizzazione" evidenzia un processo che si
dimostra innanzi tutto imprevedibile, non deterministico, partecipe al tempo
stesso di ORDINE e DISORDINE, di condizioni di equilibrio e di non
equilibrio.
Alla luce di questo la natura ci si presenta sempre più come
una realtà difficilmente definibile determinabile. Infatti venuta attualmente
meno la pretesa di un suo completo dominio, ci sembra vada meglio avvicinata
l’interno di una ricerca aperta che tenga conto di tutti gli elementi che
intervengono ; elementi che evidenziano una certa discontinuità ed ambiguità
nella nozione di natura.
In tal modo non trovano più posto tutti i modelli riduzionisti
e continuistici di spiegazione. Emerge, invece, una qualche libertà nelle
strutture fisiche non deterministiche inteso; perciò diventa impassibile un suo
perfetto padroneggiamento oggettivo.
La natura in quanto tale, si presenta in sé imprevedibile
disponibile verso sempre nuove ed inedite possibilità di sintesi le quali
prendono inevitabilmente corpo qualora si verifichino certe circostanze. La
nuova visione della natura dunque oscilla tra condizioni vincolanti e libertà
tra loro dinamicamente convesse. Evidentemente questo conferisce un certo valore
all’idea che nella natura vi sia un certo progresso, una sua storia, che non è
tuttavia assolutamente indicabile. Come ha giustamente osservato Italo Mancini a
proposito della teoria delle catastrofi elaborata da René Thomson, sono ora di
fronte ad una ribellione in favore del nuovo, dell’inedito, del dispotismo. Le
ragioni del diverso di fronte all’identico.
La natura al contrario di quanto sostiene Monod, non si trova
in un equilibrio morto, dove l’organizzazione del vivente è semplicemente
un’eccezione e deve non ci sono le idee di progresso e libertà, ma bensì è
qualcosa di organizzato da leggi che regolano il processo tra ordine e
disordine. Di conseguenza possiamo affermare che l’universo è in continua
trasformazione è in progresso per le sue intrinseche possibilità e trova
spiegazione non dentro di sé, ma altrove.
Questo suggerimento è alla base dell'attuale riflessione sulla
natura. Tale apertura conferisce maggior spazio alla libertà umana che resta
irriducibile rispetto ad ogni tentativo di dominio o di comprensione della
natura. Ciò restituisce un valore positivo all'uomo che, senza sentirsi
schiacciato dalla natura, vi si avvicina per trascenderla.
Di siffatta apertura partecipa anche il sapere scientifico
stesso.
Infatti la natura in quanto realtà non omogenea ed
estremamente complessa, ci appare resistere ad ogni intento conoscitivo
inglobante, comprendente, anche per i limiti insiti nel metodo scientifico. Di
conseguenza la natura ci si mostra sempre come circoscritta entro i molteplici
linguaggi della scienza; di qui l'impossibilità inoltre di sbarazzarci delle
nostre conoscenze che sono sempre linguisticamente confinate entro "mappe" o
"modelli" che ovviamente non sono la realtà, bensì livelli o aspetti
particolari di essa, che resta in sé attingibile.
E in questo spazio di irriducibilità teorica e pratica che si
situa una diversa intelligibilità della natura; un'intelligibilità che è
estremamente dipendente per un verso dai condizionamenti del nostro conoscere e,
per l'altro, da un'emergenza ontologica che sembra affacciarsi
dall'epistemologia contemporanea.
Cimentarsi nella ricerca di una definizione esauriente dei
fermenti del nostro tempo appare un'impresa quanto mai rischiosa e, sotto
parecchi aspetti, sterile.
Il compito sarebbe più facile e interessante se ci si limitasse
ad un'analisi condotta attraverso l'individuazione di alcune parole chiave,
intese come guide per posare lo sguardo sulla realtà.
Una di queste parole da usare come lente di ingrandimento,
soprattutto per esplorare il campo del sapere a noi più vicino, quello della
filosofia e della scienza, potrebbe essere senz'altro il termine "crisi".
La storia del pensiero scientifico e filosofico contemporaneo è
infatti segnata, già a partire dalla fine del XIX secolo dalla progressiva presa
di coscienza di un lento ma inesorabile dileguarsi delle certezze, dei
fondamenti teorici e pratici del sapere. Uno alla volta, tutte le categorie del
pensare e dell'agire scientifico e filosofico, idee e concetti ritenuti
immutabili come il tempo, lo spazio, il rapporto tra cause ed effetto, sono
stati messi alla prova.
Assunta consapevolezza di ciò, su un piano più teorico ed
intellettuale si è ritenuto che una delle possibili linee di azione fosse, da un
lato, quella di trovare nuove risposte, più adeguate al tempo che stiamo
vivendo, agli interrogativi classici della filosofia, intesa ancora come sguardo
critico sul mondo; dall'altro, si è cercato di costruire un'immagine il più
possibile confortante del lavoro e delle prospettive della scienza, la quale ha
mantenuto la speranza di continuare a ricoprire il ruolo ereditato dal tempo di
Newton e Galileo, di fare illuminante dell'esistenza umana. Su un piano meno
astratto, la crisi che caratterizza il nostro secolo è però una crisi di tipo
esistenziale, profonda e diffusa a livello globale; nessun aspetto della nostra
vita ne è immune, a partire da questioni come la salute, i mezzi di sussistenza,
la qualità dell'ambiente e dei rapporti sociali, l'economia, la tecnologia. Si è
sviluppata insomma la coscienza di una serie impressionante di emergenze, che
coinvolgono l'umanità, a tutti i livelli in un tentativo di ricerca di nuove
soluzioni. L'immagine stessa della filosofia e della scienza ne risulta quindi
modificata: il sapere ereditato dall'età moderna, per poter sopravvivere, deve
mettere in discussione uno dopo l'altro tutti i suoi fondamenti, ma soprattutto
deve scoprirsi ancora capace di calarsi nella vita reale, e rispondere alle
domande sempre più pressanti che essa gli pone.
I sistemi complessi, formati da moltissime parti che
interagiscono tra loro, hanno alcune caratteristiche tipiche. [cfr. Kauffman]
Stabilità I sistemi complessi tendono a mantenersi stabili nonostante i
cambiamenti ambientali. Questo viene realizzato con dei circuiti di retroazione
negativa che traggono informazione dall'ambiente. Maggiore la complessità
del sistema, e maggiore può essere la sua stabilità. Un termostato che regola la
temperatura in una stanza è formato da un solo circuito di retroazione, e
infatti non ha una grande flessibilità: per esempio non può nulla contro la
rottura di una finestra.
Finalità I sistemi complessi sembrano sempre avere un comportamento
finalizzato, nel senso che le loro dinamiche tendono ad ottenere un determinato
stato. Gli organismi cercano di mantenersi in vita, di nutrirsi, riprodursi,
ecc.; ma anche sistemi economici e sociali a volte si dirigono ostinatamente (?)
verso determinati esiti, nonostante i tentativi di controllarli.
Procedura Le procedure sono un'altra caratteristica di certi sistemi:
sequenze di azioni che vengono effettuate per determinare un certo risultato
(l'esempio classico è la ricetta di cucina). I sistemi più versatili scelgono la
sequenza in modo versatile a seconda delle situazioni.
Adeguamento dei comportamenti Alcuni sistemi si riprogrammano, adeguando
i propri comportamenti in modo da evitare un errore: apprendono dai propri
errori.
Anticipazione È una caratteristica che permette ai sistemi di anticipare
i cambiamenti ambientali, rilevando "segni premonitori" e prendendo contromisure
prima che il cambiamento vero e proprio si verifichi.
Interazione con l'ambiente In alternativa al modificare i propri
meccanismi interni in risposta all'ambiente, un sistema può agire direttamente
sull'ambiente per modificarlo. Molti animali fanno questo (vengono in mente, per
esempio, i castori), ma è l'homo sapiens ad avere il primato in questa abilità.
Riproduzione Molti sistemi complessi creano altri esemplari di se stessi.
Questo è tipico di tutti gli organismi viventi, ma lo stesso principio opera
nelle comunità che si riproducono, le aziende che aprono nuove sedi, e così via.
Autoriparazione Una caratteristica tipica dei sistemi biologici e
sociali, rara invece nelle macchine. Gli esseri viventi riparano i propri danni;
lo stesso si può dire di una società danneggiata, di una città di cui sono
demolite delle parti, e così via.
Riorganizzazione Alcuni sistemi complessi riescono a modificare la loro
stessa struttura interna per adeguarsi alle situazioni. È tipico dei sistemi
sociali (cambiamenti di forma di governo, di strutture organizzative, ecc);
anche i sistemi biologici in qualche misura lo fanno (l'esercizio fisico fa
aumentare le masse muscolari). Lo stesso si può dire per i sistemi mentali (i
famosi "cambiamenti di paradigma"!).
Autoprogrammazione È la possibilità di inventare i propri scopi,
nonché i metodi per conseguirli. È una cosa che si rileva solo nei sistemi di
massima complessità: gli esseri umani.
L'aumentare della complessità in un sistema va in genere a suo
vantaggio, perché lo rende più versatile. Tuttavia vi sono alcuni problemi tipici legati alla
complessità che si incontrano non di rado. [cfr. Kauffman]
La tragedia dei comuni Questo tipo di problema si riassume così:
quando un sistema è formato da sottosistemi, questi possono assumere degli
obiettivi in conflitto tra loro, che causano danni a tutto il complesso.
Questo fenomeno viene chiamato tragedia dei comuni dal titolo di un
saggio dell'ecologista Garret Hardin sui "pascoli comuni" dell'Inghilterra
medievale. "Comuni" significa che questi pascoli potevano essere utilizzati
da qualunque membro della comunità per alimentare le proprie greggi. In pratica
questa mancanza di vincoli fa sì che ogni pastore sfrutti al massimo i pascoli
disponibili per avere più pecore, e innalzare così il proprio standard di vita.
Ma dal momento che ogni pastore ha interesse ha ragionare in questo modo,
le pecore totali aumenteranno a dismisura, e ciò fa sì che l'erba venga mangiata
fino alla radice, desertificando il terreno e, nel lungo periodo, portando la
comunità a una miseria ancora maggiore. Vi sono due aspetti degni di nota in
questa situazione:
- Il disastro generale è prodotto da una serie di decisioni che,
singolarmente, sono prese al fine di migliorare la situazione;
- Il problema non può essere risolto con l'autodisciplina dei singoli,
perché basta anche un singolo pastore "avido" per causare il disastro. Occorre
una forma di controllo comune.
In generale, la tragedia dei comuni è in agguato ogni qual volta un
problema viene affrontato da un punto di vista inferiore a quello che realmente
coinvolge. In ultima analisi, i problemi ecologici del nostro pianeta
rappresentano un esempio allarmante di questo fenomeno.
Il costo dell'informazione La "tragedia dei comuni" sembrerebbe suggerire
che i problemi si risolvono al meglio prendendo tutte le decisioni al livello
più alto. Ma è noto che anche centralizzare troppo ha pesanti inconvenienti:
vorrebbe dire un apparato decisionale di dimensioni abnormi, e, specialmente, un
apparato ancora più grande e costoso per racccogliere tutte le informazioni
necessarie a prendere tutte le decisioni. In realtà non esiste una soluzione
perfetta a questo dilemma tra accentramento e decentramento. L'accentramento
riduce i conflitti tra sottosistemi e evita i problemi dei "comuni", ma con
pesanti costi di gestione e di raccolta delle informazioni. D'altro canto,
decentrare le decisioni aumenta la velocità e la flessibilità, a rischio però di
conflitti tra le parti. La regola empirica da seguire è la seguente: Prendere
ogni decisione al livello più basso possibile, ma essere preparati a cedere il
controllo a un livello superiore in caso di conflitti. I sistemi biologici
effettuano da soli questo procedimento: la maggior parte delle nostre funzioni
corporee sono svolte in modo autonomo e inconscio, lasciando la mente libera per
altri compiti. Solo quando qualcosa non va siamo "avvertiti" di porvi la nostra
attenzione (per esempio con un dolore). In generale, si ripropone il dilemma del
controllo: occorre sempre un compromesso tra il prezzo delle variazioni
accettabili del sistema e il costo dei sistemi di controllo (più sono stretti, e
più sono "costosi": controllo stretto significa meccanismi complicati, maggiore
dispendio di energie, e minore flessibilità. Si pensi al controllo dei
comportamenti accettabili o meno dalla società).
La perdita della prevedibilità Un sistema molto complesso riesce ad
essere molto | |