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di: Zret

...alla non-lingua

In questi ultimi tempi sono invalse alcune parole ed espressioni che denotano l'imbarbarimento della lingua e, nel contempo, come causa-conseguenza, una distruzione della cultura, intesa soprattutto come anelito alla ricerca libera. È una distruzione forse addirittura più grave di quella perpetrata nel romanzo 1984 con la neo-lingua. Emblematico di questo scadimento è la diffusione di termini come “bufala”, nel senso di “fandonia”, di notizia destituita di fondamento, o di “tarocco”, col significato di “falso”, “contraffatto”, di “farlocco”, “fuffa” etc.

Non mi interessa comprendere quali siano stati i passaggi semantici che hanno portato i suddetti vocaboli ad assumere tali sfumature semantiche. Mi pare, invece, che debbano suscitare infinita ripugnanza i parti mostruosi generati da questi monstra linguistici: così ora qualcuno scrive “prova sbufalata”, o merce “taroccata” o “taroccamento” dei fatti etc. Chi usa ed abusa di questi abominevoli neologismi non solo dimostra di seguire la corrente torbida di questa pseudolingua, ma di avere una mente del tutto atrofizzata, con un paio di sinapsi al massimo da cui proviene un numero limitatissimo di concetti.

Se è vero, come è vero, che ad una gamma ristretta di vocaboli corrisponde una sfera esigua di idee, come potremo valutare le capacità cognitive di coloro i cui testi ruotano attorno ad una manciata di sintagmi dozzinali, inespressivi e massificati ? Tralascio qui le riflessioni sul progetto perseguito con successo dai vari ministri della pubblica ignoranza che, con le loro scellerate riforme ed iniziative, sono riusciti ad affossare la scuola e, col concorso fondamentale dei media (riviste della scienza spazzatura incluse), hanno trasformato l'idioma di Dante in un borborigmo. Affossare la lingua significa obnubilare le menti, renderle spugne mollicce atte a ricevere contenuti insulsi, messaggi distorti, slogans pubblicitari, i vuoti proclami della propaganda imperiale.

La folle devastazione degli ambienti naturali con il connesso sterminio di popoli portatori di culture antichissime e venerande, radicate in lingue il cui cuore pulsava di una vita antica, primigenia, (penso, ad esempio, ai nativi americani) è lo strumento per appiattire la natura umana, per piallarla, renderla uniforme e grigia.

Che la lingua si sia impoverita sotto il profilo quantitativo è innegabile, ma ancora più allarmante di tale depauperamento è la sua riduzione a struttura bidimensionale, scevra di rapporti etimologici, svelta dalle sue radici storiche, mitiche, ancestrali. Le parole perdono tridimensionalità, echi, prospettive e lo stesso ragionamento si rattrappisce, si anchilosa.

Basta confrontare la dialettica dei filosofi greci e dello stesso pur non di rado superficiale Cicerone con i balbettii di Eco, Cardini, Cacciari, Scalfari etc. per rendersi conto della distanza abissale: nel migliore dei casi il pensiero profondo è ormai soppiantato da un “pensiero” complicato, cerebrale, involuto.

Qui taccio dei sedicenti “cacciatori di bufale”, solo rammentando che nella lingua è comunque sottesa una profonda giustizia. Essa si vendica, perché nomen est omen, “il nome è presagio”: così costoro potrebbero, invece, di scombiccherare fogli su fogli, dedicarsi all'allevamento di bufale o anche di porci, sempre che questi animali, assai più intelligenti dei pennivendoli, superando un comprensibilissimo ribrezzo, inevitabile in chi sfiora questi ciandala, non decidano di allontanarli con qualche calcio ben assestato.

Data articolo: luglio 2008
Fonte: Zret




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