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di: Zret

È sempre e comunque biasimevole contraddirsi ? Credo di no. La coerenza assoluta, a mio parere, consuona con rigidità, con chiusura mentale. Fatti salvi alcuni principi, è possibile ed anche auspicabile adattare la propria concezione del mondo, sulla base delle proprie esperienze, letture, intuizioni, incontri, sincronismi. Talora le contraddizioni sono più apparenti che reali, poiché sono approcci da differenti angolazioni allo stesso tema. Chi osserva un oggetto di lato ne coglie alcuni particolari che non scorge chi, invece, lo osserva di fronte e viceversa. Non dimentichiamo: il pensiero è dominato da incongruenze perché la “realtà” è ossimorica.

Solo una vieta abitudine ci spinge a credere che la logica aristotelica sia l'unica logica possibile. Ai bambini si insegna che 0 è uguale a 0, che 1 è uguale a 1, ergo 0 è diverso da uno. Sembra una logica stringente, irrefutabile: peccato che, l'universo in quanto è (o esiste) violi la logica aristotelica, poiché il cosmo è essere (1) che, per una ragione ignota e con modalità altrettanto oscure, si genera o promana dal nulla (0). Questo è il senso della celebre domanda di Leibnitz: “Perché l'essere, invece del nulla ?”

Il manifesto proviene dal non manifesto, un po' come le particelle si formano dal “vuoto” (si legga nulla) e dopo essersi unite ed annichilite alle antiparticelle, si riformano, secondo “leggi” controintuitive. Un altro ambito in cui la logica aristotelica si rivela fragile è il mondo misterioso, spesso insondabile e sfuggente delle emozioni e dei sentimenti, dove significati contrastanti possono coesistere: mi viene in mente l'emblematica la dolorosa, cruciale coesistenza di odio ed amore in Catullo.

Se la vita ed il reale possiedono questa natura ossimorica, è inevitabile che certe concezioni sfumino e contengano anche delle linee intersecantesi e negazioni di negazioni. Se la contraddizione non è lo scaltro operato di una banderuola, di chi per compiacere i potenti di turno, rinnega tutto quello in cui aveva affermato di credere, è ricchezza: si pensi a quelle opere letterarie e filosofiche in cui discrepanze più o meno evidenti configurano sensi molteplici e possibili, stimolando l'esercizio ermeneutico degli esegeti, ma soprattutto le domande dei lettori.

Se la Commedia dantesca poggiasse su una monolitica congruenza di tutte le parti e di tutti i valori, la sua sublime bellezza ne risulterebbe offuscata. Non sono le ombre a dare volume alle cose ? Da antitesi ed ossimori sovente emana l'incanto della poesia. Un'espressione apparentemente irrazionale cattura la nostra attenzione e ci invita a soffermarci sulla sua essenza paradossale, per scoprirne il segreto. Non è il buio della notte il velluto su cui scintillano i diamanti delle stelle ? Non è la follia ad illuminare, anche solo per un istante, le tenebre del non-senso ? Solo un folle può intuire la follia della storia e della natura, mentre soltanto chi propugna la superiorità del lògos raziocinante, del metodo “scientifico” perfetto ed assoluto, può considerare ogni contraddizione intollerabile, come una venatura su un'algida statua neoclassica.

La contraddizione è l'essenza del reale, altrimenti il reale non sarebbe: spesso per tentare di spiegarlo, in violazione del principio metodologico conosciuto come rasoio di Ockham, siamo costretti a moltiplicare enti, ipotesi, speculazioni in un labirinto simile a quello descritto da Borges. Infine siamo mutevoli, anche incostanti, sballottati dai marosi degli eventi, talvolta cambiamo idea o non sappiamo più che pensare, anzi se sia necessario pensare. Oggi siamo qui ed è così ? Domani ? Tuttavia, come il nocchiero che, disperso nell'oceano, cerca la terra, cambia rotta col timone, comanda di ammainare le vele o di spiegarle, segue gli albatri, non sapendo dove dirigere la prua, possiamo pur sempre osservare la Stella polare.

Data articolo: aprile 2008
Fonte: Zret




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