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di: Zret

Quante volte abbiamo ascoltato il racconto di esperienze vissute da amici e conoscenti ! Leopardi riteneva che il dolore si disacerbasse nel ricordo. Forse. Senza dubbio molti amano rievocare episodi e rendere partecipi gli altri di quanto hanno vissuto. Dalle saghe scandinave da cui originarono i poemi omerici sino ai dozzinali romanzi sfornati da scrittori falliti e da falliti scrittori di questi anni vuoti e ferrigni, è rimasto pressoché intatto il fascino dell'affabulazione.

Raccontare per essere ascoltati: quando ripercorriamo eventi del passato, li riviviamo. La sofferenza si stempera; una pallida allegria incurva le labbra in uno stanco sorriso. Ora ripensiamo, quasi rincuorati, alle passate sventure: “Se potei tollerare indicibili patimenti, riuscirò ad affrontare anche le atroci prove del presente”. Ora ci illudiamo di recuperare almeno un’ombra delle gioie di un tempo, ormai livide larve. Il passato, una spina confitta nel cuore, ma mai straziante come le ore attuali. “Almeno eravamo giovani”.

Si racconta per rivivere, per ridestare i fantasmi del tempo trascorso, per inventarci un'altra vita, per condividere un po' della nostra. Intanto ci accorgiamo che l'interlocutore, dopo avergli narrato un'altra volta la storia di una vita senza storia, si distrae, vaga con la mente tra fantasticherie e ricordi, racconti senza intreccio.

Racconto come catarsi, sfogo, gioco, conoscenza, piacere, imitazione di una vita immaginaria, solo sognata. È un'esigenza connaturata all'uomo che cerca di conferire un senso all'insensato, ma il racconto è anche conato e silenzio.

In una commovente ed introspettiva novella, Dino Buzzati descrive un viaggiatore che torna dai suoi familiari, dopo un'assenza durata molti anni. Ha vissuto esperienze intense, ha conosciuto ed amato donne bellissime, visitato città esotiche, maturato esperienze di ogni tipo, è stato protagonista di avventure emozionanti: vorrebbe rendere partecipi i parenti delle emozioni e delle sensazioni che ribollono nella sua anima. Invano. Il racconto gli muore in gola. Resta solo un assoluto silenzio. Perché ? Perché, in fondo, chi può veramente capire ed immedesimarsi nel nostro mondo interiore? La sua natura più profonda è letteralmente inenarrabile anche a noi stessi. (...)

Data articolo: gennaio 2008
Fonte: http://zret.blogspot.com/




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