
Comunicazione
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Cronache assassine (PART 2)
Cronache assassine (PART 2)
di: Alessio Mannucci
LA SINDROME DI MEDEA
L'infanticidio è sempre stato una accezione negativa del genere umano (e non solo, visto che si ritrova anche in molte specie animali), ma il suo significato e la sua valenza sono differenti a seconda delle diverse culture: ad esempio, per i gruppi di cacciatori-raccoglitori come i boscimani o gli aborigeni australiani, o ancora i gruppi artici, l'infanticidio diventa un mezzo per il controllo demografico, le donne infatti non possono farsi carico di altri figli prima che quelli che hanno non siano stati svezzati; le cause che concorrono a determinare tutto ciò sono legate a fattori ambientali, alimentari e di energia domestica. Gli Yanomani dell'Amazzonia sopprimono il neonato se questo è deforme perché sarebbe un peso troppo esoso per la madre e la comunità o, in caso di parto gemellare, il bambino più debole viene sacrificato perché la madre non può allattarli entrambi.

Andando ad analizzare le culture altre rispetto a quelle occidentali vediamo come l'infanticidio sia sì una pratica “diffusa” ma che trova una spiegazione ed anche un preciso significato nelle questioni riguardanti il gruppo cultuale e la sua sopravvivenza. Ad esempio, presso alcune comunità dell'India e dell'Africa, come riporta Levi-Brull nel suo lavoro “Anima Primitiva”, la soppressione di neonati non è omicidio perché il bambino appena nato non è considerato un “essere umano completo”, lo diventerà in seguito, e il suo status di adulto sarà scandito da una serie di riti di passaggio. Si possono fare anche esempi eccellenti della nostra storia, come gli antichi romani, che gettavano dalla Rupe Tarpea i figli deformi, per non parlare poi del diritto di vita e di morte che il pater familias aveva sui figli.
In tempi più recenti, possiamo citare anche degli infanticidi istituzionalizzati, come quello in Cina che con la legge del 1979 - “Legge eugenetica e protezione della salute” - impone alle famiglie di non avere più di un figlio e maschio. Molte bambine non sono mai venute alla luce, molte non sono state registrate all'anagrafe, molte sono state abbandonate. Rimane il fatto che per gran parte di loro si è persa ogni traccia. Aldilà di quest'ultimo, che rientra nel discorso più ampio del disconoscimento dei diritti elementari del bambino, quello che a noi interessa è capire come sia possibile che in una società come la nostra, fortemente sviluppata, tecnologizzata, cosmopolita, evoluta, ci siano sempre più spesso casi di infanticidio. I punti di osservazione sono ovviamente molteplici: situazioni di questo genere si sono sempre verificate, ma oggi se ne viene maggiormente a conoscenza e se ne parla di più.
Ma chi sono le madri che uccidono i propri figli ?
Spesso sono donne “normali”, dall'esistenza tranquilla che solo per una drammatica disattenzione procurano la morte dei piccoli. È il caso di donne che mentre allattano fanno cadere accidentalmente i bambini per terra, o quelle che stendendo i panni sul terrazzo, vedono precipitare dai piani più alti dei palazzi i piccoli, o ancora madri che mentre preparano la colazione lasciano i figli sul letto in cui troveranno la morte soffocati tra il materasso e la spalliera. La moderna psichiatria ci insegna che questi drammi, “puramente casuali”, orrendi nella loro semplicità, altro non sono che strategie inconsce elaborate dalle donne.
Ma la casistica è veramente ampia, sono i motivi più diversi quelli che portano al delitto: ci sono donne passive e negligenti nel ruolo materno; donne che uccidono per vendicarsi del proprio compagno (e ultimamente fatti di cronaca riportano di padri che uccidono figli per vendicarsi delle loro ex-mogli o ex-conviventi); madri che uccidono i figli perché li ritengono colpevoli di tutte le loro frustrazioni, non ultimo il cambiamento nell'aspetto esteriore; donne che riflettono sui figli le violenze che esse stesse hanno subito da bambine; madri che uccidono figli non desiderati; madri che negano la gravidanza e fecalizzano il neonato; madri che spostano il desiderio di uccidere la loro madre cattiva ed uccidono il figlio cattivo; madri che desiderano uccidersi e uccidono il figlio; madri che uccidono il figlio perché pensano di salvarlo o per non farlo soffrire; madri che prodigano cura affettuose al figlio ma in realtà lo stanno subdolamente uccidendo, (questa è quella che viene definita “Sindrome di Munchhausen per procura”).

Poi ci sono anche situazioni che concorrono a determinare il dramma ma che non sono la causa principale e sufficiente a provocare il delitto. Ricordiamo il sentimento inadeguato alla maternità, la presenza di psicopatologie acute, l'abuso di sostanze quale alcool e droghe e poi la presenza di situazioni emotive problematiche che si sviluppano all'interno di rapporti sociali e familiari multiproblematici. Proprio per questo, molto spesso, dopo il delitto, vengono chiamati in causa i Servizi Sociali. L'opinione pubblica si interroga sul motivo per cui donne “instabili” siano state lasciate libere di agire.
Le cose sono sempre molto più complesse di quanto appaiano. Non è detto infatti che le donne che stanno maturando inconsciamente questi delitti siano in contatto con assistenti sociali o psicologi o psichiatri, o che abbiano coscienza di non “stare bene” o che qualche loro congiunto abbia idea “che non stiano bene”. Inoltre, per quanto un servizio sociale può seguire una persona che presenta disturbi della personalità, non può prevedere ciò che è delegato al libero arbitrio. Lo sprofondare nell'abisso può essere talmente repentino da non dare a nessuno il tempo di accorgersene, perché il tutto degenera in un istante. Accanto a questo, però, ci sono molti bambini che sono stati salvati perché prontamente tolti alle famiglie o perché “curati” i genitori.
Quello che sappiamo per certo è che ogni qual volta maturano delitti di questo genere subito viene chiamata in causa l'infermità mentale, l'incapacità di intendere e di volere. Una madre che uccide il proprio figlio è sicuramente pazza. Questo perché noi culturalmente, nonostante la violenza che ci circonda, non siamo pronti ad ammettere che una madre può uccidere il figlio, un figlio a cui lei stessa ha dato la vita. Ma non sempre le cose stanno in questo modo, a volte si uccide avendo la piena coscienza di farlo. È questo il nodo che sono chiamati a sciogliere i professionisti della legge e della psiche, per destinare poi queste donne negli ospedali psichiatrici giudiziari o negli istituti penitenziari comuni.
Spesso, per tentare di dare una spiegazione a delitti così efferati, si chiama in casa l'ambiente di riferimento, il microcosmo in cui si vivono le esistenze. È chiaro che già una situazione sociale e affettiva fortemente compromessa può concorrere a determinare soluzioni finali così drammatiche, ma non sempre gli infanticidi maturano in ambiti problematici, spesso i bambini vengono uccisi anche in famiglie “normali”, “per bene”, che all'apparenza non presentano alcun problema economico o affettivo. Le cause vanno dunque ricercate sì nel sociale ma anche nell'individuale, nella personalità dell'omicida, nella sua storia privata e nel suo progetto di vita. Da tutto questo si comprende come la gestione di casi di infanticidio o di figlicidio sia estremamente complessa anche perché si va ad immettere in un ambito culturale fortemente caratterizzato dal primato del concetto di famiglia, forse più che in altri paesi europei.
La situazione appare particolarmente problematica proprio perché il “bau bau”, l'uomo cattivo, il demone ctonio, ce lo ritroviamo in casa, tra le pareti domestiche, con le mani sulla culla. (opere citate: Lévy-Bruhl, “Anima Primitiva”; Héritier F., “Sulla Violenza”, Meltemi 1996; Nivoli G., “Medea tra noi: le madri che uccidono il proprio figlio”, Carocci 2002).
DEFINIZIONI (tratto da “Fenomenologia del Serial Killer” di Gianluca Massaro)
Il “complesso (o sindrome) di Medea” e la “sindrome di Munchausen per procura” riguardano l'infanticidio e il figlicidio compiuti quasi esclusivamente da donne. Entrambi i comportamenti, se ripetuti nel tempo, possono dar luogo a casi di omicidio seriale. Il primo prende il nome dal mito greco di Medea, che Iuccise i suoi due figli per vendicarsi del tradimento subito dal coniuge, Giasone. Alcune donne, poste in una situazione di stress emotivo con il compagno, utilizzano i figli per scaricare la loro aggressività, arrivando addirittura ad ucciderli, allo scopo di far del male all'altro coniuge. La madre, in crisi psicotica, soffre di un delirio di onnipotenza materna e si autonomina giudice di vita e di morte, uccidendo il figlio per non farlo soffrire; in questo modo, si rimpossessa completamente dei figli, estromettendo il padre.
Il secondo comportamento patologico deriva il suo nome dal barone di Munchausen, un personaggio letterario che intratteneva i suoi ospiti raccontando avventure impossibili. Il primo studioso ad usare questa espressione fu il dottor Asher, nel 1951, utilizzandola per descrivere le persone che si rivolgono insistentemente e inutilmente a medici, lamentando continuamente dei disturbi che, in realtà, sono inesistenti, fino al punto di riportare conseguenze dannose a causa dei ripetuti accertamenti o addirittura dei numerosi interventi chirurgici.

Nel 1977, il pediatra Roy Meadows è il primo ad utilizzare il termine “sindrome di Munchausen per procura”, descrivendo la situazione nella quale uno o entrambi i genitori inventano sintomi nei propri figli o addirittura procurano loro disturbi e poi li sottopongono ad una serie di esami ed interventi che raggiungono il risultato di danneggiarli. Meadows analizzò personalmente diversi casi e, in ogni circostanza, era la madre a provocare i sintomi e la metà di loro possedeva capacità infermieristiche apprese in qualche corso. Gran parte delle madri aveva, in precedenza, sofferto a sua volta della “sindrome”. Meadows verificò anche che, in tutti i casi, il padre era l'elemento passivo della coppia e, spesso, era presente una notevole discrepanza, sia a livello intellettuale che sociale tra i coniugi, con la donna di livello più elevato.
L'omicidio seriale di bambini, a sua volta, si divide in due categorie: l'omicidio seriale motivato da pedofilia e l'infanticidio seriale. I bambini sono delle vittime ideali in quanto non hanno la capacità di controllare l'ambiente che li circonda e sono facilmente influenzabili e manipolabili da un adulto. Il serial killer che vuole adescare un bambino si presenta con un aspetto rassicurante e a volte può farsi vedere vestito da poliziotto o da prete o comunque sfruttare una delle tante figure per le quali viene insegnato ad avere rispetto. Per quanto riguarda l'omicidio seriale motivato da pedofilia, l'assassino è sempre un soggetto che rimane fissato ad una sessualità immatura. Il bambino è, infatti, un partner meno impegnativo dell'adulto, perché può opporre una resistenza molto modesta. Spesso l'omicidio è preceduto da molestie sessuali o da veri e propri atti di violenza, mentre l'uccisione può avere la funzione di eliminare un possibile testimone. In alcuni paesi, sono le stesse condizioni ambientali ed economiche a favorire la scelta dei bambini come vittime da parte degli assassini.

Nei paesi più poveri, il mercato per pedofili e trafficanti di minori è particolarmente florido, perché migliaia di fanciulli abbandonati o fuggiti da orfanotrofi vagabondano nelle strade delle grandi città e possono essere facilmente adescati. Per infanticidio seriale, invece, si intende l'uccisione di bambini con i quali l'assassino non ha un legame di sangue diretto. In questa tipologia rientrano tutti i casi di infermiera e baby-sitter che uccidono bambini e neonati a loro affidati. Si parla, invece, di figlicidio seriale quando sono i genitori stessi (prevalentemente la madre) a uccidere in serie i propri figli. L'infanticidio seriale avviene soprattutto negli ospedali, rientra nella categoria dell'omicidio seriale per il controllo del potere e vede coinvolto personale sanitario affetto da “sindrome di Munchausen per procura”. Il figlicidio seriale può, invece, essere provocato da una psicosi “puerperale”. Sandford e Hines (35) la descrivono come una condizione che, normalmente, dura solo poche settimane dopo il parto; per alcune madri il disturbo è più grave e può durare più a lungo, facendo entrare in uno stato depressivo o provocando un grave disturbo d'ansia. A questo punto, le fantasie di uccidere i propri figli possono insinuarsi nella mente della donna.
SERIAL MUMS (basato su un articolo di Michele Diodati pubblicato il 14/7/2005)
Madonna dei Monti, piccola frazione del comune di Valfurva in Valtellina. 12 maggio 20002. Si erano riuniti a casa della nonna materna per la festa della mamma. Il marito, Venanzio Compagnoni, 39 anni, operaio, era uscito insieme alla figlia di 11 anni, per fare benzina. Al rientro ha trovato la moglie, Loretta Zen, 31 anni, seduta davanti alla lavatrice in stato confusionale. La figlia di 8 mesi, Vittoria, è stata trovata morta, annegata in lavatrice. Il marito ha subito dato l'allarme telefonando alla cognata, che ha chiamato i carabinieri. La madre non ricorda nulla ed è ricoverata e piantonata al reparto psichiatrico dell'ospedale di Sondrio. I carabinieri escludono coinvolgimento di terzi nell'ipotesi dell'omicidio, per cui è in stato di fermo la madre. Il procuratore capo ha incaricato due magistrati diseguire le indagini ed ha escluso ogni riferimento al delitto di Cogne. La madre della piccola Vittoria soffriva di crisi depressive ed era in cura presso l'Asl di Bormio.

(...) Sulla base della casistica, si può affermare che tale delitto viene commesso da madri che soffrono di crisi depressive e che non desiderano la gravidanza, ritenendola un errore; oppure perché eccessivamente preoccupate dal fatto che il nascituro debba vivere in un mondo “malato” e che quindi occorre proteggerlo, uccidendolo (questo istinto è presente in molte madri del mondo animale verso i propri cuccioli). S tratta sicuramente di un crimine diverso dagli altri crimini. La madre che uccide il bimbo non è consapevole di commettere un omicidio, di uccidere una persona, un figlio, perché l'idea di avere “quel” figlio non l'ha mai né accettata né maturata. L'oggetto dell'infanticidio generalmente è l'uccisione di un bimbo “che non c'è”, perché non esiste alcuna consapevolezza in tal senso nella mente della madre. Nella sua mente il bimbo annegato (o gettato nella spazzatura) non è “suo” figlio. È solo la conseguenza biologica (ma non psichica) di una gravidanza indesiderata. Nella mente della madre sussistono: a) la frattura relazionale, con un ambiente che non si occupa di lei; b) l'incapacità verbale, di dire ciò che le sta accadendo, c) il senso di colpa inconscio verso il figlio indesiderato. Dopo il delitto, la madre riscopre se stessa, ma non riesce subito a parlare di quel bambino. Solo col tempo (e spesso con il carcere, gli interrogatori, il processo, ecc.) riesce a rendersi conto di ciò che ha fatto. A ciò, occorre aggiungere che oggi la madre è lasciata sola a gestire la gravidanza ed il post-parto. Il suo corpo a livello ormonale subisce dei cambiamenti non sempre capiti né anch'essi accettati. Nella società moderna è sparita (o quasi) la figura di sostegno familiare dei nonni, essendo la famiglia divenuta sempre più atomizzata e isolata negli affetti; tutta incentrata sui consumi e sempre più priva del senso di utilità del tempo libero. A complicare il tutto poi c'è l'aspetto economico, che grava su chi deve porsi il problema di mantenere il piccolo e vorrebbe (ma pensa in modo assillante di non poterlo fare) assicurargli un futuro felice e sicuro. La propria insicurezza sia economica sia familiare viene proiettata sulla creatura. Il riferimento all'oblò della lavatrice è un riferimento all'utero ed al grembo materno, un evidente desiderio inconscio di far ritornare il bimbo nel luogo da dove è nato. È come desiderare di ripercorrere il passato per cancellarlo (...) (Saverio Fortunato, specialista in criminologia clinica, direttore di cirminologia.it).

Il numero di infanticidi commessi in Italia è cresciuto notevolmente rispetto al passato. Cosa sta cambiando nella testa delle madri ?
Uno degli ultimi casi, prontamente risaltato dalle “cronache assassine”, quello di Matilda, la bimba di Vercelli che pare sia stata uccisa dalla madre con dei terribili colpi all'addome, mi ha fatto decidere a raccogliere un elenco di casi di madri infanticide, che ho ricavato consultando il sito di Repubblica.it.
Quando la follia dei genitori esplode per colpire i bimbi (29 giugno 2001)
12 febbraio 1988: muoiono nella vasca da bagno in un appartamento di Ostia due fratellini, di uno e cinque anni. Tutto lascia supporre che si tratti di una disgrazia, ma il 9 marzo del '91, anche il terzo figlio di Apollonia Angiulli, di appena otto mesi, muore nelle medesime circostanze. La Angiulli, 39 anni, tenta il suicidio ingerendo una forte dose di barbiturici, ma viene incriminata.
29 aprile 1997: a Foggia, Anna Maria Colecchia, 35 anni, che soffriva da tempo di crisi depressive, strangola i due figli di 5 e 8 anni, poi mette i loro corpi su un lettino con le mani congiunte, e si uccide impiccandosi.
30 agosto 1997: a Montecassiano (Macerata) Maria P, 37 anni, uccide i due figlioletti, un maschio di tre anni e una femmina di sei, strangolandoli e annegandoli. Poi si uccide impiccandosi con una corda ad una ringhiera.
11 agosto 2000: a Castel del Sasso (Caserta) Anna Pendolino, una maestra di 36 anni in crisi depressiva, si uccide con le tre figlie di sei, due e un anno, saturando l'interno della macchina con i gas di scarico.
Genitori suicidi-omicidi. 5 anni di precedenti (14 settembre 2000).
13 ottobre 1995: a Porto Ercole (GR), una madre di 35 anni si getta dal balcone della sua casa stringendo al petto il figlio di soli 5 mesi. Il bimbo muore e la donna si salva.
10 settembre 1997: a Portobuffolè (TV), una donna di 37 anni si suicida buttandosi nel fiume Livenza con il figlio di 18 mesi.
12 dicembre 1997: a Cesenatico (FO) una donna di 40 anni si suicida gettandosi in mare insieme al suo terzogenito di 5 anni.
2 aprile 1999: a Prato (FI) una donna di 33 anni si getta dal quarto piano con una bimba di due anni in braccio. Muore solo la donna.
21 febbraio 2000: a Mestre (VE), una donna di 30 anni muore assieme alla figlia di due mesi dopo essersi gettata dal sesto piano del palazzo in cui abitava con il marito.
Bambino scomparso lo ha ucciso la madre (18 dicembre 1999).
È morto a tre anni, il piccolo Giorgio. Gettato nelle acque gelide del fiumiciattolo Chiese in piena. Ucciso dalla madre. L'unica sua colpa - a quanto pare - era una difficoltà nell'imparare a parlare. Forse un ritardo mentale. Eppure la paura di avere un figlio “anormale” ha condotto Marisa Pasini, 36 anni, che ha altre due figlie di 11 e 13 anni, alla follia omicida.
Padova, uccide il figlio e si toglie la vita (31 gennaio 2000).
Sono stati trovati morti nella loro abitazione, in una strada del centro di Padova: Isabella Pasetti, 33 anni, e il figlioletto di tre anni e mezzo. A scoprire i due cadaveri è stato il marito della donna, ieri sera: l'ipotesi più accreditata, almeno fino a questo momento, è che si tratti di un omicidio-suicidio. Sul posto, infatti, è stata trovata una lettera della madre, in cui si annuncia l'intenzione di togliere la vita a se stessa ed al suo bambino, e si fa riferimento ad una forte depressione dovuta a dissapori familiari.
Bimba cade dal sesto piano. Madre si getta con l'altra figlia (14 settembre 2000).
Carmen De Filippo, 29 anni, oggi pomeriggio era in casa con le due figlie, in via Fabio Massimo, nel quartiere Fuorigrotta nella zona occidentale del capoluogo partenopeo. A un certo punto, forse richiamata dalle grida di Federica, la bambina più piccola, si è accorta che Maria, la maggiore, giaceva insanguinata in strada. A questo punto la donna si è gettata nel vuoto stringendo tra le braccia Federica. Alla scena hanno assistito numerosi passanti e inquilini dell'edificio.
Sedriano, le sevizie prima dell'infanticidio (16 novembre 2000).
Non si è limitata ad uccidere la bimba che aveva appena partorito. Prima di infilarla ancora viva in uno zaino, nascosto poi sotto il letto della nonna, ha preso una cucitrice e ha riempito di spille le labbra della neonata in modo che il suo pianto non si sentisse. Probabilmente ha anche infierito, colpendo il corpicino con un oggetto appuntito.
Piange nella culla, la madre lo soffoca (23 gennaio 2001)
Un raptus. Ha preso un cuscino e l'ha premuto sul volto di Ciro, che piangeva nella culla. La sua mano è rimasta ferma sul faccino per un paio di minuti. Quanto è bastato per togliergli il respiro e ucciderlo. Ciro a soli due mesi è stato ucciso, oggi pomeriggio, dalla sua mamma, a Statte, comune a circa dieci chilometri da Taranto. “Non ce la facevo più, piangeva, piangeva e io avevo bisogno di silenzio”, ha detto la donna, una casalinga di 27 anni, al parroco del paese, Don Giovanni. Quando il suo bimbo ha smesso di piangere, sotto la pressione del cuscino, infatti, la donna è corsa in chiesa, in completo stato di trance e lì, al parroco, ha confessato il folle gesto.
Soffoca il figlio di 19 mesi e si impicca in casa (19 aprile 2001).
Forse c'è la depressione, il male di vivere di una giovane donna alla base della tragedia familiare che ha sconvolto, ieri, Inzago, paese del milanese dove una donna ha soffocato il suo bimbo di 19 mesi e poi si è impiccata a una trave del soffitto. E così ha trovato la sua famiglia il padre del bambino e convivente della donna, B.P., impiegato di 40 anni rientrato a casa come sempre dopo il lavoro.
Usa, mamma uccide i suoi 5 bambini (20 giugno 2001).
“Li ho appena uccisi”, ha risposto agli agenti di polizia che aveva chiamato lei stessa. Andrea Yates, mamma trentaseienne di 5 bambini, ha fatto entrare le forze dell'ordine e ha mostrato i quattro piccoli distesi senza vita sul letto mentre il quinto è stato trovato, esanime, ancora nella vasca da bagno dove si presume che siano stati tutti affogati. È successo a Houston, Texas, e le vittime avevano età variabili tra i sei mesi e i sette anni.
Roma, uccisi due bambini, Fermata la madre (29 giugno 2001).
Tragedia alle porte della capitale. Due bambini, due fratellini di quattro e sei anni, sono stati uccisi a coltellate in un paese a circa trenta chilometri a nord di Roma. Per il duplice omicidio è stata fermata la madre, Kulena Yadramica, una macedone di 36 anni. Fin da subito i sospetti erano ricaduti su di lei. Potrebbe essere stato un forte stato depressivo a spingere al folle gesto la donna, sposata con un italiano che lavora alle terme di Cretone. I carabinieri, diretti dal capitano Stefano Caporossi, hanno trovato nella stanza dei bambini due coltelli da tavola sporchi di sangue. Secondo gli investigatori, la donna avrebbe colpito 35 volte i figli al torace e all'addome e lei stessa si sarebbe poi ferita lievemente al polso sinistro e al collo.
La madre ha ucciso da sola ma un complice l'ha aiutata (14 marzo 2002).
Anna Maria Franzoni avrebbe ucciso da sola, ma qualcuno l'avrebbe aiutata a nascondere l'arma del delitto. E avrebbe colpito Samuele prima di uscire per accompagnare il figlio più grande a scuola, cioè tra le 7.30 e le 8.15. E avrebbe mentito, in almeno cinque punti. Solo negando varie circostanze di fatto l'indagata può infatti evitare di essere scoperta. Sono i punti salienti dell'ordinanza di custodia cautelare per la mamma di Samuele, scritta dal gip Fabrizio Gandini. Ha ucciso, ha mentito e ha avanzato una richiesta “agghiacciante” (così la definisce il gip) al marito. Una richiesta formulata quando Stefano, il padre di Samuele, arriva quella mattina a casa, quando il bambino è stato appena portato via dall'elicottero e lei non è nemmeno certa che sia già morto. Facciamo un altro figlio ? Mi aiuti a farne un altro? Samuele era sveglio. Il piccolo Samuele era sveglio quando è stato aggredito e si è addirittura difeso con le manine. Non si è mosso perché non si poteva aspettare violenza dalla persona che si stava avvicinando: la madre, appunto. Il suo corpo, è scritto nella perizia, da questo punto di vista, parla.
Mamme che uccidono i figli. I precedenti (26 giugno 2002)
27 ottobre 2001 - a Nove (Vicenza), una donna di 28 anni uccide, strangolandola con una calza di nylon, la figlia di 7 anni appena rientrata a casa da scuola. Il 29 confessa l'omicidio.
2 dicembre 2001 - a Vittuone (Milano) una donna di 40 anni uccide la figlia di 7 anni, infilandole un sacchetto di cellophane sulla testa e stringendoglielo al collo con i suoi collant di nylon. Poi si siede sul divano di casa, attendendo l'arrivo del marito.
19 febbraio 2002 - a Novara, una donna di 21 anni uccide la figlia di poco più di un mese, cercando con violenza di farla smettere di piangere.
12 maggio 2002 - a Madonna dei Monti, frazione di Santa Caterina Valfurva (Sondrio), una donna di 31 anni uccide la figlia di 8 mesi mettendola nella lavatrice alla quale fa compiere un ciclo di lavaggio.
17 maggio 2002 - a Imola (Bologna), una donna di 34 anni uccide a coltellate la figlia di 7 e si suicida usando la stessa arma, un coltello da cucina.
Soffoca il figlio neonato esasperata dal suo pianto (11 settembre 2002).
Ha confessato di aver ucciso il figlio. Ha raccontato di avergli premuto la mano sulla bocca perché non sopportava più di sentirlo piangere. Maria Laura Falone, casalinga ventiseienne, lunedì pomeriggio era sola in casa con i suoi due figli. Il piccolo Luca piangeva, un pianto dirotto, che la giovane madre non riusciva a contenere né a sopportare. Per questo, con una reazione improvvisa, gli ha messo una mano sulla bocca, fino a non sentire più le urla. Subito dopo però il bambino ha cominciato ad avere conati di vomito, misti a sangue. Maria Laura si è fermata e, in preda al panico, ha telefonato al marito, che si è precipitato a casa e ha portato Luca nel vicino ospedale di Chieti. Al pronto soccorso i tre sono giunti alle 17.00. Al marito e ai medici la donna ha raccontato dei conati di vomito, di un'apparente crisi respiratoria, ma ha taciuto il gesto che aveva compiuto per l'esasperazione. Il bambino è stato ricoverato nel reparto di Patologia neonatale e sottoposto a ventilazione. quando la donna ha saputo che Luca non ce l'aveva fatta, ha confessato il suo gesto: “L'ho ucciso io, l'ho ucciso io”, ha gridato al marito. Anche in ospedale la donna ha continuato a ripetere di avere ucciso il figlio, soffocandolo.
Assale il figlio a colpi di forbice e usa il pitbull contro i carabinieri (15 gennaio 2003).
Ha aggredito il figlio di 10 anni a colpi di forbice procurandogli centinaia di ferite, e si è difesa con un pitbull dai carabinieri che cercavano di fermarla. Un ennesimo raptus di follia in famiglia quello che si è consumato ieri sera a Ribera, in provincia di Agrigento. Solo la prontezza dei vicini di casa e l'intervento delle forze dell'ordine hanno impedito che si consumasse una nuova tragedia.
Annegò i due figli, assolta. In casa di cura per dieci anni (14 maggio 2003).
Aveva annegato i figli di 4 anni e 21 giorni in un laghetto vicino ad Aosta. E aveva confessato: L'ho fatto in un momento di follia. Ricoverata nel reparto di psichiatria dell'ospedale Martini di Torino, sulla donna pendeva però ancora l'accusa del pm: per il pubblico ministero si trattave di duplice omicio volontario aggravato. Accusa che oggi, dopo un anno dai fatti, è caduta: Olga Cerise, 31 anni, residente a Montjovet, rea confessa dell omicidio dei figlioletti Matteo di e Davide, annegati il 24 giugno 2002 in un laghetto di Saint Marcel, al momento dei fatti era incapace di intendere e volere. Con questa formula, il giudice Eugenio Gramola ha assolto la donna e ha disposto che rimanga in casa di cura per 10 anni.
Si getta nel vuoto poco prima di partorire. Salva la neonata (19 febbraio 2003).
Si è gettata dal quarto piano della clinica dove era in attesa di partorire, a Sassari. E' morta sul colpo. È invece viva la bambina che portava in grembo, anche se le sue condizioni di salute sono critiche. Un suicidio la cui giustificazione è racchiusa in un piccolo quaderno, una sorta di diario, al quale la donna aveva affidato le proprie ansie per la maternità. Quattro pagine fitte, scritte in date diverse, ma tutte nel periodo della gravidanza. Nessun messaggio ai familiari per giustificare il desiderio di togliersi la vita, ma frasi sconnesse e sconclusionate, spesso parole di sconforto e paura per il disagio di una gravidanza e di una successiva maternità che avrebbe aggravato un equilibrio psichico già fragile e forse compromesso. La donna, infatti, era seguita da uno psichiatra, ma al momento del suo ricovero il fatto non è stato segnalato al personale della clinica. Erano tranquilli e sorridenti, raccontano i medici che hanno accolto la coppia questa mattina. Nulla faceva presagire quello che è accaduto.
Madre uccide a coltellate figlio di quattro anni (25 settembre 2003).
Una donna ha ucciso a coltellate il proprio figlio di quattro anni e ha poi tentato di suicidarsi, senza riuscirvi. È successo questa sera a Fasano, a circa sessanta chilometri da Brindisi. La madre, Maria Semeraro, di 32 anni, casalinga, dopo avere colpito a morte il figlio si è ferita gravemente con lo stesso coltello. A quanto si è appreso, circa quattro mesi fa, era morta per cause naturali la sorellina gemella del piccolo ucciso stasera. Sulla vicenda ci furono indagini da parte dei carabinieri e venne anche eseguita l'autopsia che accertò che la piccola era morta per soffocamento in seguito a un rigurgito. Da quel momento la mamma non si era più ripresa.
Madri che uccidono i figli. I casi degli ultimi anni (25 settembre 2003).
14 aprile 2003: un'impiegata di 32 anni, di Pontedera, confessa di aver abbandonato dopo il parto Faustino Angelo, il neonato ritrovato morto nella discarica di Pontedera nel febbraio 2001. La donna viene però arrestata per duplice omicidio: la si accusa di aver abbandonato un altro neonato il dicembre successivo.
3 giugno 2003: Herika Rebelo strangola e poi affoga in un water dell'ospedale di Desio (Milano) la figlia di tre mesi, ricoverata il giorno prima per una caduta dalla carrozzina. Ho ucciso il mostro, ripete la donna fuori di sé.
5 luglio 2003: il piccolo Jaspal Singh, due mesi, viene ucciso da un abbraccio mortale della madre, che lo ghermisce di spalle e lo stringe con una mano al petto fino a sfondargli la scatola cranica. La donna, emigrata dal Panjab a Piediripa di Macerata è affetta da uno stato patologico di natura psichiatrica.
Si uccide con il figlio di due anni. Aveva già tentato il suicidio (18 dicembre 2003).
Stava male Laura Manzin. Era depressa. Un matrimonio finito. Un figlio piccolo, Leonardo, da tirare su e il terrore, forse solo il sospetto, che il Tribunale potesse toglierle Leonardo, due anni, per affidarlo al marito. Così ieri sera Laura Manzin, 39 anni, una vita normale se non per quei disturbi depressivi che le rodevano l'anima, ha preso con sé Leonardo lo ha caricato sulla sua Panda blu e si è allontanata da casa. Ha guidato fino a raggiungere il canale artificiale che alimenta la centrale idroelettrica Enel di Turbigo, in provincia di Milano. È scesa, si è stretta al petto il bambino e si è lasciata andare nell'acqua. Sono morti tutti e due, annegati.
Madre uccide quattro figli. l'Australia è sotto choc (24 febbraio 2004).
Un'australiana di 25 anni è stata accusata oggi dell'omicidio di quattro dei suoi cinque figli da un giudice del tribunale di Melbourne. La donna avrebbe ucciso i suoi bambini in circa cinque anni. Carol Matthey è stata arrestata stamane nella sua casa di Geelong, vicino a Melbourne, dopo un'indagine di oltre un anno da parte della polizia sulla morte dei suoi bambini, di età compresa tra le nove settimane e i tre anni. Carol Matthey seguiva un trattamento contro la depressione.
Napoli, babysitter partorisce e uccide la neonata (18 novembre 2004).
Tutto il giorno a guardare i bambini degli altri. Una baby sitter che tiene nascosta la sua gravidanza a tutti con lunghi camicioni e maglioni di quattro taglie più grandi. Che continua a lavorare anche se aspetta un figlio da otto mesi. Ieri, alla fine di un giorno come tanti trascorso insieme ai piccoli di una vicina di casa, si chiude nel bagno dell'appartamento dove vive con la famiglia, ai Colli Aminei, partorisce una bimba e la uccide. Poi nasconde il piccolo corpo senza vita nell'armadio.
Madre uccide figlio appena nato lo chiude 15 giorni in una valigia (25 novembre 2004).
Ha ucciso il figlio, appena partorito, e lo ha tenuto rinchiuso in una valigia di tela per circa 15 giorni. Protagonista una giovane mamma, studentessa universitaria di giurisprudenza di 19 anni, originaria della provincia di Avellino. Il cadaverino è stato scoperto dalle donne delle pulizie di un convitto senese per studentesse universitarie dove la ragazza risiedeva.
Bari, la piccola Eleonora non mangiava da 2 mesi (9 gennaio 2005).
L'autopsia compiuta sul cadaverino di Eleonora, la bimba morta di stenti il 7 gennaio scorso a Bari, ha confermato che la piccola è morta di fame e di sete e che non veniva adeguatamente nutrita da un paio di mesi. Lo stomaco della piccola è stato trovato vuoto. A quanto si è potuto sapere, l'esame autoptico ha permesso di accertare che la bimba pesava circa cinque chilogrammi, meno della metà di una bimba della stessa età e poco di più di un neonato. Le varie escoriazioni trovate sul corpicino e le due fratture riscontrate sul braccio sinistro - secondo quanto è emerso dall'autopsia - non hanno quindi avuto alcuna rilevanza nel decesso. Sono comunque definiti dagli investigatori “segni di violenza”.
Odio mio figlio, non lo volevo, nei verbali l'ultima conferma (27 maggio 2005).
“È vero l'ho ucciso, ma è stato un incidente. Forse è arrivata una telefonata, ora non ricordo... Mi sono allontanata... Pochi istanti. Sono tornata e ho visto Mirko strano nella vasca. Mirko era strano, aveva un colore... E poi era fermo, era troppo fermo. Io non ho più capito nulla”. La bugia è tanto disperata che quasi commuove gli investigatori. Loro sanno che non è andata così, hanno in mano le prove portate dal Ris, ma soprattutto hanno in mano il racconto di un testimone. Maria era ossessionata da questa gravidanza, non la voleva. Ha avuto un parto difficile, e non molto tempo fa mi disse chiaramente di essere arrivata sul punto, a volte, di odiare suo figlio.
Austria, in una casa 4 neonati uccisi due erano nel frigo, arrestata una donna (3 giugno 2005).
Quattro cadaveri di neonati in un appartamento di Graz, città della Stiria a 200 chilometri da Vienna. Due dei corpicini erano in un contenitore di plastica nel congelatore, un altro era stato cementificato e buttato in una botte. L'ultimo (almeno per ora) gli esterefatti gendarmi l'hanno trovato sotto una pila di oggetti vecchi in un altra parte dell'edificio. La donna che abita nella casa, 32 anni, è stata arrestata. Dopo aver cercato di fornire qualche spiegazione, alla fine ha ammesso di aver ucciso i piccoli dopo averli partoriti. Con lei è stato fermato anche il convivente, un uomo di 38 anni. Ha sostenuto di non essersi mai accorto delle gravidanze della sua compagna che sarebbero state portate a termine in momenti diversi negli ultimi tre anni. La donna avrebbe spiegato di essersi sbarazzata dei neonati perché pensava di non farcela ad allevarli e perché temeva che il suo uomo l'avrebbe lasciata. Avrebbe anche parlato della sua “angoscia esistenziale” nella quale, temeva, sarebbero potuti cadere anche i suoi figli. Per questo li varebbe uccisi tutti appena nati.
Vercelli, per la bimba morta adesso è indagata la madre (11 luglio 2005).
Si riapre in modo clamoroso il caso della piccola di 22 mesi morta nel pomeriggio del 2 luglio scorso in un'abitazione di Roasio, un piccolo centro del Vercellese. La madre della piccola Matilda, Elena Romani, 31 anni, è indagata a piede libero. Secondo indiscrezioni non confermate, l'accusa sarebbe di omicidio volontario. Accusa che la donna respinge. In un primo tempo era stato ipotizzato il decesso per arresto cardiocircolatorio, legato pare a un problema di coagulazione del sangue, ma dopo l'autopsia è emerso che la piccola era morta per un forte trauma addominale, forse causato da un corpo contundente. Ciò che caratterizza la maggior parte di questi tragici eventi, è i disagio psichico ed esistenziale della madre. A volte si tratta di depressione post-partum (come per Maria Patrizio, la mamma che ha annegato il piccolo Mirko, di cinque mesi), ritenuta un fenomeno relativamente comune, altre volte di una depressione di lunga data, con la presenza in certi casi di aspetti di rilievo psichiatrico.

Un altro elemento caratterizzante, ma solo di alcuni casi, è il degrado sociale in cui vivevano madre e figli. Un caso emblematico è quello della piccola Eleonora, morta di fame a Bari e trovata all'autopsia con lo stomaco completamente vuoto: la bambina ha avuto la sventura di nascere in una famiglia segnata da una storia di povertà estrema, prostituzione e ignoranza. Ben diverso, è il caso del piccolo Samuele, il figlio dell'ormai celeberrima Anna Maria Franzoni, ucciso a Cogne il 30 gennaio 2002. Qui non c'è una storia di degrado e di povertà, ma una famiglia benestante, che vive in una bella villetta di montagna.
L'elemento tipico più difficile da accettare e da comprendere, se non ricorrendo alla teoria del raptus omicida, in queste storie di mamme seriali che uccidono i propri figli, è la brutalità della morte inflitta a delle creature indifese. Samuele Lorenzi, di tre anni, fu massacrato con un corpo contundente mentre era sveglio. Sulle sue mani furono trovati i segni di un inutile tentativo di difendersi. Matilda, morta il 2 luglio scorso in provincia di Vercelli, aveva gli organi interni distrutti dai colpi subiti ed è morta vomitando. I due figli di 4 e 6 anni della macedone Kulena Yadramica furono massacrati a coltellate dalla madre, producendo un risultato definito dagli investigatori agghiacciante. La diciannovenne di Sedriano che nel novembre 2000 uccise la figlia neonata non si limitò a rinchiuderla ancora viva dentro uno zaino, ma trovò prima il tempo per cucirle le labbra con una spillatrice, per impedire di piangere.
Un altro elemento ricorrente in queste storie è il tentativo di dissimulare l'infanticidio da parte delle madri, alterando i fatti e simulando un incidente oppure scaricando la colpa della morte su misteriosi ed irreperibili terzi. Maestra inarrivabile in questo sembrerebbe essere Annamaria Franzoni, la madre di Samuele Lorenzi, se è vero che ancora oggi divide l'Italia in colpevolisti e innocentisti, nonostante il giudice Eugenio Gramola l'abbia giudicata colpevole e condannata in primo grado a trent'anni di reclusione, senza alcun beneficio di attenuanti. Altrettanto dissimulatorio è stato, almeno inizialmente, il comportamento di Maria Patrizio, la mamma di Lecco che ha annegato il figlio di cinque mesi nella vasca del bagno. Solo dopo una settimana di interrogatori stringenti è crollata, facendo parziali ammissioni di colpevolezza. Anche Olga Cerise, la donna che il 24 giugno 2002 annegò i figli piccoli in un laghetto nei pressi di Aosta, aveva cercato di depistare gli inquirenti sostenendo la tesi che i figli fossero annegati per un malaugurato incidente.
Ci sono invece altre madri che seguono una strategia opposta, ma altrettanto mortale: depresse, stanche della vita, terrorizzate da un futuro che vedono nero per se stesse e per i propri figli, decidono che è tempo di farla finita. Estendono però l'amara risoluzione anche agli ignari figli, a cui vogliono evitare «pietosamente» la tragedia di continuare a vivere una vita oltremodo dolorosa. Hanno seguito questo filone Anna Maria Colecchia, Maria P. di Montecassiano (Macerata) , Anna Pendolino di Castel del Sasso (Caserta) , e molte altre. C'è poi un ultimo filone di somiglianze, che riguarda un numero fortunatamente limitato di casi: è quello apparentemente della follia totale, che trascende le possibilità di comprensione e di inquadramento razionale. Mi riferisco ai tre casi avvenuti all'estero: la mamma texana che ha ucciso cinque figli, l'australiana e l'austriaca che ne hanno uccisi quattro. La singolarità del crimine commesso non trova alcuna giustificazione nelle spiegazioni delle donne assassine né nel contesto in cui è maturato.
Cosa dicono gli esperti ?
Cito alcuni stralci da un'intervista del 3 giugno 2005 di Marina Corradi al noto psichiatra Vittorino Andreoli, pubblicata su Avvenire. [...] L'aumento degli infanticidi - risponde Andreoli - è un dato reale: nel decennio 1993-2003 in Italia sono cresciuti del 41% rispetto al decennio precedente, all'interno del numero complessivo degli omicidi che è invece rimasto sostanzialmente invariato.
Un aumento impressionante.
[...] Lombroso affermava, in generale, che se un individuo fino a quel momento sano un giorno uccide significa che quell'uomo è mentalmente degenerato. Circa l'infanticidio, il “corollario” lombrosiano era che una donna che uccide il figlio non è più madre, è un “lusus naturae”, uno scherzo maligno della natura. Noi dunque siamo da questa eredità lombrosiana condizionati per cui, quando una madre uccide, si pensa che certamente debba avere “qualcosa di storto”, che la sua mente l'abbia tradita.
[...] Ciò che sta accadendo è che la biologia, ciò che finora abbiamo chiamato “legge di natura”, sembra come sopraffatta da una cultura dominante. Un aumento del 41% degli infanticidi in 10 anni - in molti casi compiuti lucidamente - mi fa pensare a una cultura che con i suoi modelli riesce a stravolgere quella che chiamavamo legge di natura. Se è così, costituisce il segnale di qualcosa di drammatico. Secondo me, infatti, siamo in un momento storico drammatico. Nell'evidente inarrestabile declino di una civiltà ingolfata nei suoi insostenibili consumi. Occorre un nuovo umanesimo - laico, cristiano, o laico e cristiano, insomma occorre ritrovare un senso. Perché quando accade che vengano uccisi dei bambini - i bambini sono di tutti, non dei loro genitori - si produce, assurdamente, un dolore devastante e becero, insensato; e il segno, insieme, che si è perso senso e voglia di vivere. Che si comincia a perdere l'essenziale.
Sullo stesso argomento, ha scritto un commento anche il filosofo Umberto Galimberti, apparso su Repubblica.it del 27 maggio 2005 con il titolo “Nella testa di una madre che uccide suo figlio”. [...] Siamo al diniego che è il primo adattamento della famiglia alla devastazione causata da un membro, sia esso alcolista, o drogato, o pedofilo, o violento, o folle, o infanticida. La sua presenza deve essere nega | |