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di: Johann Rossi Mason

È possibile un'etica del giornalismo scientifico?

A questo titolo si potrebbe semplicemente rispondere “si certo? Esiste”. Ma sarebbe parziale in quanto ogni giorno ognuno di noi, prima di tutto come FRUITORI dell'informazione ci scontriamo con casi di “non etica”.

Alcune premesse fondamentali:

? L'INFORMAZIONE, anche quella scientifica è OGGI un prodotto, a riprova di ciò le malattie rare per molti anni sono state ignorate dai media perché interessavano ben pochi pazienti e ancor meno industrie che producevano i cosiddetti farmaci orfani;

? Gli uffici delle farmaceutiche che invitano i giornalisti a partecipare a congressi internazionali sono gli ‘UFFICI MARKETING’;

? L'ufficio stampa di un'industria o di una struttura di ricerca che funziona è quello che riesce a far uscire il massimo numero d’articoli sul maggior di mezzi possibile;

? Nei giornali esistono CRITERI che definiscono i temi che ‘vendono’ e altri che non riescono a trovare spazio;

? La divulgazione scientifica va in crisi in casi come quelli, ben noti, del Lipobay o del Viagra;

? Manca una revisione ‘a distanza’ di alcuni fatti. Le notizie esplodono, vengono pompate, cavalcate e poi abbandonate, quando una nuova notizia prende il loro posto come più accattivante.

INFINE

Siamo poco ETICI nel nostro lavoro ogni volta che dimentichiamo l'impatto EMOTIVO che ciò che scriviamo ha sui nostri lettori, ogni volta che raccontiamo una malattia dimenticando i malati. A questo PROPOSITO recentemente su Italia Oggi sono stati pubblicati i risultati di una ricerca FBM- Censis dal titolo: ‘Comunicare la salute: i media e le patologie ad alto impatto sociale’. La ricerca rivela che nonostante gli spazi dedicati dai media all'informazione scientifica e alla ricerca biomedica in particolare, l'attenzione è troppo focalizzata sulla malattia in quanto tale e troppo poco alle esigenze e alle paure dei pazienti. Dei fattori umani connessi alla malattia si parla solo nel 10.7%degli articoli, tratti dai tre più importanti inserti di informazione sanitaria del Corriere della sera, la Repubblica e Il sole 24 Ore.

INOLTRE

Come ha scritto Massimo Bisconcin su Medicinae Doctor del 21 maggio 2003: “I trafiletti che indulgono sul miracolo dell'ultima scoperta farmacologica, sottilmente, servono a far sentire la spinta alla prescrizione. È un rapporto alterato che la Medicina ha del mondo dell'informazione e non si nota un'inversione di tendenza”. Questo è lo scenario PARZIALE del mondo in cui un giornalista si trova a lavorare ogni giorno. Ma vorrei sottolineare il fatto che ancora troppi giornalisti scrivono di medicina in maniera occasionale, fortuita, senza un’adeguata specializzazione e preparazione. Altri, anche bravi, sono sottoposti alla pressione del tempo, o del numero di righe a disposizione.

Allora nella riflessione che ho fatto ho individuato tre momenti etici necessari:

1 – L'etica della provenienza e del controllo delle fonti
2 – L'etica dell'analisi critica
3 – L'etica della divulgazione

1 - L'etica della provenienza prevede di individuare nella FONTE della notizia se esista un INTERESSE. Cosa vuole l'emittente? Vuole vendere un prodotto? Vuole vendere la propria immagine, il proprio marchio (ad esempio nel caso di iniziative a sfondo umanitario che hanno un grande riscontro in ritorno di immagine)? Vuole vendere l'immagine di un medico? Quali PROVE porta per dimostrare la validità del suo prodotto? Ne evidenzia i limiti? Lo mette a confronto con gli altri già esistenti sul mercato? Permette di valutare il rapporto costi-benefici? Se non lo fa lo dobbiamo fare NOI. Se lo fa DOBBIAMO VERIFICARE che sia tutto vero.

Questo non significa, voglio precisarlo, che l'industria sia in malafede, o che, al contrario, la ricerca istituzionale sia sempre cristallina, o che chi mi invita ad un convegno voglia manipolare la mia informazione. Ci sono però ancora troppi professionisti, giornalisti scientifici che non sono in grado di leggere e tradurre uno studio clinico, valutarne davvero la portata, tradurne tutti i dettagli statistici.

Ci sono ancora troppi giornalisti che chiamano sempre gli stessi medici, le stesse persone, che non sono in grado di distinguere se quel medico con cui stanno parlando in quel momento è quello che le industrie chiamano ‘consulenti’ e ‘opinion leader’. Nulla di male, per carità, ma è bene che il giornalista lo sappia. E sarebbe altrettanto bene sentire sempre più di una voce, raccogliere più di un parere.

2 – Con la definizione ‘etica dell'analisi critica’ ho individuato il PERCORSO che il divulgatore deve fare in ‘scienza, coscienza ed esperienza’ per valutare il VALORE dell’informazione, ma soprattutto l'impatto sul lettore, le conseguenze sulla sua vita e sulla sua salute. Per citare il titolo di questo convegno, il MODO ETICO di divulgare la scienza prevede che la ‘complessità del reale’ sia semplificata, analizzata e resa fruibile nel pieno rispetto del lettore.

La CRITICA però non va fatta solo sulle notizie che arrivano ogni giorno sulla nostra scrivania, o su quelle battute dalle agenzie, bensì, all'esatto contrario, verificando che non ci siano aree di informazione ORFANE, abbandonate, neglette. Penso, ad esempio alle notizie sullo stato di salute dei paesi più poveri, alla critica del sistema sanitario americano, a contrastare la tendenza a pensare che il farmaco più recente e costoso è sempre il migliore e il più efficace, all'accesso ai farmaci anti-Aids per i Paesi del Sud del mondo, alle risoluzioni sui farmaci firmate dai paesi ricchi e non rispettate…

Quello della salute è diventato un MERCATO in cui chi ha più RISORSE accede ai mezzi di informazione. Faccio un esempio: l'uso di farmaci generici stenta a decollare, la gente continua a pensare che il generico sia diverso dal farmaco di MARCA e che quindi sia meno efficace. La marca e il marchio tramite la pubblicità e gli articoli divulgativi FIDELIZZANO anche il malato e gli fanno credere che il LORO prodotto sia migliore. Questo è solo un piccolo esempio di dove, a mio parere, l'informazione scientifica ha fallito.

3 – Etica nella divulgazione. Per metterla in pratica è prioritaria: l'analisi dei mezzi e degli strumenti, l'analisi del target di riferimento (per chi sto scrivendo? A chi mi sto rivolgendo?) l'analisi dei modi: ogni mezzo ha un suo stile, quello che noi chiamiamo taglio e ancora di più nel mezzo televisivo l'immagine ha il suo senso. A questo proposito mi è stato riferito che quando conduco il mio TG e parlo di argomenti medici se sono vestita di bianco lo spettatore è portato a pensare che io sia un medico e quindi a dare maggiore peso e autorevolezza a ciò che dico.

Ogni giorno viene annunciata la scoperta di un nuovo gene responsabile di una malattia, di un tratto di personalità, di un'attitudine psicologica o di un comportamento. Si tratta di una banalizzazione molto diffusa: come se la gelosia, l'aggressività, la timidezza o l'abitudine al fumo possano prescindere dall'interazione geni-ambiente. Eppure l'abitudine a presentare queste notizie in maniera sensazionalistica e parziale è ormai inveterata, dimostrando una assoluta mancanza di critica, una sorta di pigrizia nel non voler spiegare argomenti complessi, una semplificazione eccessiva che nulla ha a che fare con la capacità di ‘divulgare’.

Altro settore critico, su cui sarebbe necessaria una profonda analisi è quella del corpo come strumento a se stante, come fonte di pezzi di ricambio, oggetto di clonazione, un argomento che ha ben affrontato Dorothy Nelkin , docente alla New York University. È necessaria oggi una maggiore attenzione nel trattare temi relativi alla vita umana, alla riproduzione in vitro, al commercio e all’utilizzo di tessuti e organi, alle banche del DNA e al brevetto di geni particolari a scopo commerciale sino alla mappatura di intere popolazioni. Su questi argomenti andrebbe fatta una riflessione attenta prima di mettere le dita sulla tastiera del computer e domandarci se con il nostro contributo stiamo andando verso la tutela della vita umana o a favore di non meglio identificati interessi commerciali. L'obiettività è impossibile da raggiungere ma non bisogna mai smettere di essere tesi verso di essa.

Johann Rossi Mason
E-mail: jobres@ecplanet.com
Sito personale: Comuni-CARE




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