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a cura di Anna Ermanni

Finora si trattava solo di un'osservazione empirica: alti livelli di omocisteina nel sangue sono associati all'insorgenza di malattie cardiovascolari. L'altro fattore noto era che la mutazione del gene MTHFR diminuisce l'attività di un enzima coinvolto nel metabolismo dei folati, il cui effetto finale è l'aumento dell'omocisteina sierica. Non si avevano elementi, però, per stabilire una connessione di causa ed effetto. Oggi, il legame è stato provato grazie a una metanalisi pubblicata sul British Medical Journal.

Gli studiosi hanno affrontato la questione decidendo di seguire due strade parallele, con l'obiettivo di verificare sia l'effetto della mutazione del gene sia l'effettiva influenza di alti livelli di omocisteina sui disturbi cardiovascolari. Setacciando la letteratura hanno estratto un centinaio di lavori. Alla fine, hanno vagliato e confrontato 72 studi genetici caso-controllo (per un totale di oltre sedicimila casi), in cui si determinava la prevalenza della mutazione del gene MTHFR e 20 studi prospettici (con quasi 4.000 partecipanti) mirati a verificare dell'effetto dell'omocisteina sierica sul rischio cardiovascolare.

«Abbiamo trovato un'associazione statisticamente significativa tra un aumento di 5 micromoli/litro di omocisteina e tre condizioni: malattia ischemica, trombosi venosa profonda e ictus» afferma David Wald, cardiologo dell'Ospedale di Southampton, primo firmatario dell'articolo. In concreto, la metanalisi degli studi genetici dimostra che la mutazione innalza il rischio dì malattia ischemica e di trombosi venosa profonda; gli studi prospettici, d'altro canto, provano un'associazione tra concentrazione sierica di omocisteina e malattia ischemica (delle stesse dimensioni di quella attesa in base agli studi genetici) e un'associazione anch'essa significativa tra livelli dell'aminoacido e ictus.

«L'aspetto discriminante è che questa associazione, misurata in termini di odds ratio, ha dimensioni simili negli studi prospettici e in quelli genetici, benché i due tipi di approcci patiscano elementi confondenti diversi» sottolinea Wald. «E siccome è altamente improbabile che elementi diversi introducano in due gruppi di studi distinti fattori confondenti che agiscono nella medesima direzione e nella stessa proporzione, riteniamo che i risultati provino con sufficiente chiarezza e significatività statistica quanto segue: e cioè che la mutazione del gene MTHFR produce un incremento dell'omocistema nel siero che, a sua volta, aumenta il rischio di insorgenza di malattie cardiovascolari».

D'altra parte, anche i pazienti che soffrono di omocistinuria hanno un rischio maggiore di soffrire di disturbi cardiovascolari prematuramente. Infine, una controprova è fornita da alcuní studi controllati che hanno saggiato l'effetto della riduzione dei livelli di omocisteina, attraverso un trattamento con le vitamine del gruppo B (acido folico, B6 e B12) sia in pazienti coronaropatici sia in omocistinurici: in ambedue i casi si è registrata una riduzione del rischio cardíovascolare.

«In base a questi dati» concludono i cardiologi d'oltremanica «ci aspettiamo che una riduzione dei livelli di omocisteina di 3 micromoli/litro (ottenibile con una somministrazione giornaliera di 0,8 milligrammi di acido folico) abbassi il rischio di ischemia del 16 per cento, di trombosi venosa profonda del 25 e di ictus del 24 per cento».

Lo studio è stato pubblicato dai periodici "British Medical Journal" e "Tempo medico (autrice: Cinzia Tromba)".




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