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di: Donata Allegri

L'epatite C è un'infiammazione del fegato causata dal virus dell'epatite C (HCV); essendo spesso asintomatica, cioè non si manifesta con sintomi evidenti, in America viene chiamata il killer silenzioso. La maggior parte delle persone infette ignora di esserlo, e tuttavia è proprio nella fase iniziale della malattia che la terapia ha maggiore efficacia.

In un terzo degli infetti, dopo una decina d'anni dal contagio, il fegato comincia a diventare fibrotico, e non è più in grado di svolgere i suoi compiti. Il malato lamenta astenia, nausea, vomito e ittero. In alcuni casi, la struttura del fegato si altera notevolmente, fino a diventare di tipo tumorale, e la malattia diventa una delle cause più importanti di trapianto epatico.

Il virus di questa malattia si contrae solo attraverso un contatto con il sangue di una persona infetta: trasfusioni, scambi di siringhe, lamette, rasoi e, caso rarissimo, anche attraverso rapporti sessuali. Secondo i ricercatori della società belga Innogenetics il fegato dei malati di epatite C potrebbe essere salvato da alcuni tipi di vaccino.

Altri ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora in uno studio pubblicato sulla rivista “Sciente” hanno scoperto che i geni responsabili della soppressione delle cellule “killer” del sistema immunitario costituirebbero un fattore chiave nella guarigione spontanea dall'epatite C. Per condurre questa ricerca hanno esaminato il DNA del sangue di più di 1000 pazienti infetti da epatite C ed in particolare hanno analizzato 350 malati che sono guariti spontaneamente.

In questi pazienti i geni per una particolare proteina recettrice (KIR2DL3) e quelli per la molecola che vi si lega (HLA), erano presenti in due copie, ognuna delle quali ricevuta da ciascun genitore e questo originava una combinazione proteica attiva. Una funzione importante dei recettori KIR è quella di regolare l'azione delle cellule immunitarie killer segnalando chimicamente di non attaccare cellule altrimenti sane oppure possono essere attivati per eliminare cellule indesiderate dal corpo, come batteri e virus come l'epatite.

Secondo Chloe Thio, uno degli autori principali dello studio, la speranza è che questa scoperta possa condurre non solo al miglioramento delle attuali terapie, ma anche allo sviluppo di un vaccino contro questo tipo di epatite. I risultati della ricerca sono stati pubblicati dal periodico “Science”.

Istituzione scientifica citata nell'articolo:

Johns Hopkins University

Donata Allegri
E-mail: donata.allegri@ecplanet.com
Sito personale: Crocevia




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