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Doping: atleti come cavie


a cura di Enrico Loi

L'atleta viene mandato allo sbaraglio, fa da cavia, è come un pollo di allevamento. Cosa sappiamo realmente degli effetti collaterali di sostanze, utilizzate a dosi spropositate, pari anche a 100 volte quelle consigliate, su individui sani che fanno attività a livelli estremi? Poco o niente, questa è la verità denuncia Luigi Manzo, direttore della Scuola di specializzazione di Tossicologia medica dell'Università di Pavia. L'empirismo di chi prescrive questi farmaci è allarmante per l'assoluta mancanza di test e di ricerca.

Un atleta di norma non conosce i pericoli cui va incontro, sa soltanto che migliorerà il proprio rendimento. La «tutela della salute» - prosegue Manzo - si può realizzare solo con un'adeguata informazione nelle scuole sui limiti di efficienza e di nocività delle sostanze considerate dopanti. Il doping viene poco combattuto, da più parti. Risultato: il fenomeno dilaga, con enormi rischi per gli atleti.

In Italia il consumo di sostanze dopanti è in continua espansione: nel '97 superava i 500 miliardi delle vecchie lire, nel '98 l'incremento è stato di circa il 20 per cento, nel 2001 il consumo è stato di almeno 900 milioni di Euro.

La ricerca è stata pubblicata sul periodico "Medici oggi".




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