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redazione ECplanet

Il “Genographic Project” collezionerà 100.000 campioni di sangue di popolazioni indigene per analizzarne il DNA, in modo da tracciare la storia delle migrazioni umane e magari poter rispondere a quesiti come: da dove vengono gli aborigeni, se è vero che Alessandro il Grande ha fatto da padre a bionde con gli occhi azzuri vissute in Afghanistan per più di 2.000 anni, e cose di questo tipo. L'iniziativa non è però stata accola con entusiasmo dall' “Indigenous Peoples Council on Biocolonialism”, una piccola ma influente organizzazione di popolazioni indigene unitesi per combattere la biopirateria e il biocolonialismo ai danni del loro patrimonio genetico che boicotterà l'operazione e i suoi sponsors. “Il nostro sangue non è in vendita”, ha dichiarato Debra Harry, direttore esecutivo del gruppo. “Il progetto nasconde scopi di lucro e fini neo-eugenetici, per quanto ci riguarda non è di alcun interesse, sappiamo già chi siamo e da dove veniamo”.

Il Genographic Project è promosso dalla National Geographic Society e dall'IBM che vorrebbero creare il più vasto e sofisticato database genetico del mondo (non certo per amore della gloria o per fini strettamente umanitari, ndr). È stato stimato un costo di circa 50 milioni di dollari per 5 anni di lavoro che include il supporto della Waitt Family Foundation di San Diego (fondata da Ted Waitt della Gateway).

A parte i leggittimi timori dei popoli indigeni, che dopo essere stati perseguitati dal colonialismo ancora oggi ne subiscono di tutti i colori, il progetto potrebbe confermare se davvero, come si ritiene perlopiù, i primi uomini siano nati nell'Africa nordorientale per poi spargersi lungo il globo circa 50-60.000 anni fa. La chiave di questa “archeologia genetica” risiede in alcuni componenti del nostro DNA: il cromosoma Y, che nei maschi si tramanda di generazione in generazione da padre in figlio, eccetto che per mutazioni casuali, e il DNA mitocondriale, che sia figli che figlie ereditano immutato dalla madre.

Le mutazioni casuali forniscono ai genetisti dei marcatori con cui possono tracciare una storia evolutiva delle linee genetiche seguendone i percorsi migratori fin dai tempi primitivi. “È un progetto che pone una sfida tecnologica enorme”, ha detto Saharon Rosset di IBM Research. I risultati saranno resi pubblici tramite i siti web del National Geographic e del Genographic Project in modo che tutti possano partecipare e usufruirne, “specie le comunità di nativi”, dice la Rosset.

Harry, dell' Indigenous Peoples Council, si è mostrata alquanto perplessa: “Ci sono modi migliori per aiutarci”, ha detto. Ciò che preoccupa maggiormente le comunità indigene è la questione etica, la stessa che ha portato 10 anni fa a far naufragare lo “Human Genome Diversity Project”. “Come si impedirà a chi lo vorrà di appropriarsi delle informazioni fornite dal database per scopi commerciali, senza compensi per i donatori originali ?”, si chiede la Harry. “Non è un progetto a scopo medico o commerciale”, risponde la Rosset, “ma ha finalità di ricerca che coinvolgono tutta la specie umana”. Questa notizia è stata pubblicata dal periodico “Wired News”.

Immagine: (La mappa delle migrazioni preistoriche. Foto: National Geographic Maps).

Immagine: (primo piano della faccia di una maiko, o apprendista geisha. Il Genographic Project, una iniziativa di ricerca globale lanciata da National Geographic e IBM, intende tracciare la storia migratoria delle specie umane. Foto: Jodi Cobb, National Geographic).

Istituzioni scientifiche citate nell'articolo:

Genographic Project

Indigenous Peoples Council on Biocolonialism

National Geographic Society

Waitt Family Foundation

Gateway




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Ultima modifica = (09-05-2005:14:25)  EDIT ARTICLE Nr. 17760  


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