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L'artrite reumatoide
L'artrite reumatoide


a cura di Massimo Ortelli

Corretto iter diagnostico, approccio multisciplinare, appropriatezza prescrittiva. Quasi tutti i grandi temi in evidenza nelle scelte di politica sanitaria si incontrano sul terreno della lotta alle malattie croniche. Le possibilità di cura aumentano e, di pari passo, crescono le chance per offrire a questi malati una qualità di vita accettabile, ma occorre fare i conti con la limitatezza delle risorse e, spesso, anche con inefficienze ed errori nella programmazione dell'assistenza.

Per questo accade sempre più di frequente che gli specialisti di un settore sentano la necessità di sottoporre all'attenzione generale le problematiche che riguardano le patologie di loro pertinenza. accaduto anche per le patologie reumatiche e, in particolare, per l'artrite reumatoide su cui un qualificato panel di specialisti ha fatto il punto, in un recente incontro con la stampa.

Lo scenario

In Italia le malattie reumatiche colpiscono circa 7 milioni e mezzo di persone, il 70 per cento delle quali è affetto da artrosi. Per quanto riguarda i costi sociali, il dato da sottolineare è che le malattie reumatiche sono al secondo posto tra le cause di invalidità e causano il 27 per cento delle pensioni di invalidità. I malati di artrite reumatoide (AR) in Italia sono circa 400mila, nell'ambito dei circa 7 milioni di europei colpiti da questa malattia cronica. I dati epidemiologici più significativi riguardano il sesso (la malattia colpisce maggiormente il sesso femminile, con un rapporto donne-uomini di 5:1) e l'età (l'esordio avviene nell'80 per cento dei casi tra 25 e 50 anni d'età).

I costi sanitari

Per capire l'importanza dell'impatto economico e sociale di questa patologia occorre tener conto della sua evoluzione clinica. Dopo 5 anni dall'esordio della malattia si riscontra una perdita del 40 per cento della capacità lavorativa nel 7 per cento dei pazienti, ma dopo 10 anni quasi il 50 per cento dei pazienti deve abbandonare il proprio lavoro e dopo 20 anni il 10 per cento dei pazienti è gravemente disabile. La storia naturale della malattia ha una corrispondenza precisa con i costi diretti e indiretti che questa origina. Uno studio della Società Italiana di Reumatologia e del Centro studi di economia sanitaria (Cergas) dell'Università Bocconi di Milano ha stimato che un paziente nella prima fase della malattia ha un costo diretto annuo di 1.643 euro e indiretto di 2.075 euro; nella seconda fase (in cui si riduce la capacità lavorativa) i costi diretti salgono a 2.190 euro e quelli indiretti a 9.566 euro; nella terza fase (in cui oltre alla capacità lavorativa si hanno effetti pesanti sulla vita di relazione) il costo diretto è stimato in 4.237 euro, quello indiretto in 9.566. Infine, nella quarta fase della malattia, caratterizzata da una disabilità grave i costi diretti arrivano a 5.697 euro e quelli indiretti a 12.183. La media che si ricava da questo studio è che un paziente con AR costa 3.571 euro all'anno, a cui vanno aggiunti 10.228 euro di costi indiretti.

L'importanza della diagnosi precoce

Come si vede di fronte a un problema assistenziale di queste dimensioni una diagnosi precoce e un tempestivo approccio terapeutico sono molto importanti. I farmaci, infatti, sono in grado di rallentare l'evoluzione della malattia a tutto vantaggio del paziente, ma anche del Servizio sanitario nazionale, il cui impegno cresce con il progredire della malattia. Nell'AR la diagnosi è soprattutto clinica. Uno strumento fondamentale a cui far riferimento è la classificazione elaborata dall'American College of Rheumatology. In questa fase un ruolo centrale spetta proprio al medico di famiglia, che deve avanzare il sospetto diagnostico, confermato poi dal reumatologo. Importante, in particolare, distinguere i sintomi dell'AR, malattia autoimmune, da quelli dell'artrosi, degenerazione articolare, per indirizzare subito il paziente verso un percorso di cura corretto.

Le opzioni terapeutiche

L'AR va affrontata con un intervento farmacologico programmato sulle caratteristiche del singolo paziente e sull'aggressività della malattia; è molto importante quindi che le condizioni cliniche dei pazienti siano controllate periodicamente con strumenti idonei, come i criteri dell'ACR, che si basano sulle percentuali di miglioramento riscontrato sulla sintomatologia. Accanto al trattamento sintomatico con antinfiammatori è necessario anche l'impiego di farmaci in grado di modificare l'andamento della malattia, denominati DMARDs (Disease Modifying Antirheumatic Drugs).

Esiste per una quota di pazienti che non rispondono o sono intolleranti alla terapia di fondo. In Italia si calcola che siano almeno 7mila i casi di AR resistente alle terapie comuni. In questi casi si può ricorrere ai farmaci cosiddetti biologi, ossia sviluppati dalle biotecnologie. Si tratta di farmaci che puntano a fermare i processi infiammatori mediante l'inibizione delle citochine. Queste terapie attualmente hanno un costo alto e quindi sono erogabili solo in centri controllati e solo per soggetti che non rispondono alle altre terapie disponibili.

In particolare nell'artrite reumatoide sono utilizzati gli anti-TNF-a, nei centri ospedalieri inclusi nel protocollo di monitoraggio denominato "Studio osservazionale Antares". I centri sono presenti in tutte le regioni italiane. Ulteriori informazioni sullo studio Antares si possono trovare sul sito della Società Italiana di Reumatologia, all'indirizzo internet: www.reumatologia.it.

La ricerca è stata pubblicata dal periodico "Medico e paziente" (autore: Alessandro Visca).




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