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di: Massimo Ortelli

L'idea che il contatto ripetuto con malati di varicella protegga gli adulti immuni dallo sviluppare lo zoster era finora solo un'impressione. Uno studio britannico ne fornisce ora la conferma sul campo. «Per accertarlo abbiamo selezionato 300 adulti che avevano le tipiche manifestazioni dermatologiche e neurologiche dello zoster e un numero doppio di soggetti non malati» illustra Sara Thomas, dell'Unità di epidemiologia delle malattie infettive della London School of Hygiene and Tropical Medicine. «Da tutti abbiamo raccolto anamnesi dettagliate sulla situazione familiare e lavorativa. Abbiamo prestato particolare attenzione ai contatti avuti con bambini, specie se affetti da varicella».

È infatti noto che le manifestazioni dello zoster dipendono dalla riattivazione di un'infezione latente del virus della varicella. Il virus, dopo l'infezione acuta che avviene in genere nell'infanzia, rimane inattivo nei gangli sensitivi del sistema nervoso periferico e può riprendere a moltiplicarsi durante la vita adulta in seguito a molteplici stimoli, che agiscono con meccanismi non ancora ben chiari. Alcune osservazioni avevano portato all'ipotesi che l'esposizione a malati con l'infezione acuta potesse funzionare come un richiamo vaccinale, determinando la riattivazione di un'immunizzazione passata, in particolare nel comparto cellulare, e quindi una maggiore protezione dallo zoster.

Per verificarlo, i ricercatori hanno suddiviso gli adulti partecipanti, affetti o meno dallo zoster, in base alla quantità e frequenza dei contatti con bambini nel decennio precedente alla raccolta dei dati, sia in ambito familiare o di vicinato sia per motivi professionali (come nel caso di insegnanti o di operatori sanitari). Sono stati così formati tre gruppi, a rappresentare tre diversi tipi di esposizione: a pochi bambini, a molti bambini, a casi accertati di varicella. In tutti i casi si è cercato di quantificare anche la durata del contatto. Le informazioni raccolte sono state infine esaminate con una complessa analisi statistica.

«Abbiamo rilevato che la protezione cresce nel caso di una lunga esposizione professionale a bambini malati, o con l'aumentare del numero di contatti sociali con piccoli non appartenenti al nucleo familiare» osserva l'epidemiologa londinese «Non è invece efficace l'esposizione a gruppi di bambini sani, per esempio a scuola». Quest'ultima osservazione è spiegabile con il fatto che, di solito, gli scolari colpiti dalla varicella restano a casa fino alla guarigione clinica. Era scarsa anche la protezione conferita dal contatto con malati di zoster, forse perché lo zoster è meno contagioso della varicella e di solito interessa regioni cutanee coperte dai vestiti.

I risultati possono fornire suggerimenti utili per strategie vaccinali più efficaci» conclude Sara Thomas. «Da un lato infatti, con la progressiva immunizzazione dei bambini, si prevede un calo dei futuri casi di zoster, che non dovrebbe colpire chi è vaccinato. Dall'altro, però, il calo dei contatti con bimbi malati può accrescere l'incidenza dello zoster tra gli adulti non vaccinati. Per proteggere gli anziani dalla fastidiosa malattia potrebbe quindi essere opportuno immunizzarli».

Lo studio è stato pubblicato dai periodici Lancet e Tempo medico.

Sara Thomas
Phone: +44 020 7612 7874
Mobil: +44 020 7637 4314
E-mail: sara.thomas@lshtm.ac.uk

http://www.lshtm.ac.uk/




Varicella 

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