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di: Enrico Loi

La rivista «Proceedings of the National Academy of Sciences» ha pubblicato uno studio di un gruppo di ricercatori della Case Western Reserve University di Cleveland, in Ohio. Si è scoperto che impiegare dei polimeri capaci di sopprimere una risposta immunitaria potrebbe prolungare in maniera significativa la durata delle protesi mediche. Alcune sperimentazioni effettuate su topi di laboratorio hanno permesso di constatare che le protesi costruite con un materiale idrofilo o aventi una carica elettrica negativa sono meno sottoposte ad attacchi da parte del corpo.

Solitamente, le cellule dopo aver riconosciuto la protesi come un corpo estraneo cercano di distruggerla. Viene creata dai macrofagi una cicatrice attorno alla protesi con lo scopo di fissarsi alla superficie e trasformarsi in cellule corrosive. In passato, i ricercatori erano convinti che le protesi potevano evitare questo assalto se le loro funzioni risultavano chimicamente inerti. Ora i medici non sono più dello stesso avviso e i test svolti da William Brodbeck, ricercatore della CWRU, sono una prova.

Esistono due classi di materiali che inibiscono l’attacco dei macrofagi: la prima classe comprende materiali idrofili, come la plastica poliacrilamide; la seconda classe comprende materiali caricati negativamente, come i polimeri concepiti da acidi organici. Nei test su topi di laboratorio si è constatato che le protesi concepite con materiali idrofili o caricati negativamente sono molto meno soggetti agli attacchi dei macrofagi. Inoltre, si è osservato che circa la metà di essi, dopo essersi fissati sulla superficie, muoiono.

Istituzione scientifica citata nell'articolo:

Case Western Reserve University di Cleveland




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