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L'interferone alfa
L'interferone alfa


a cura dell'Ospedale San Raffaele

Una proteina immunitaria scatena la febbre emorragica

I ricercatori del San Raffaele hanno scoperto che una delle più importanti armi del sistema immunitario, l'interferone alfa, è un pericoloso alleato delle febbri emorragiche

I ricercatori dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano, in collaborazione con lo Scripps Research Institute di La Jolla in California, hanno scoperto che una proteina del nostro sistema immunitario, l’interferone alfa, rende più aggressive terribili febbri emorragiche come Ebola, Marburg e Lassa. Sarebbe quindi il nostro stesso sistema di difesa dai virus a scatenare le emorragie tipiche di queste malattie e che portano, purtroppo in un gran numero di casi, alla morte dei pazienti contagiati. La ricerca è pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences, una delle più prestigiose riviste scientifiche internazionali.

Già da tempo era noto agli scienziati che i pazienti colpiti da febbre virale emorragica producessero livelli più elevati di interferone alfa e non eliminassero i virus ma non se ne capiva il motivo. Attraverso lo studio di animali infettati da Arenavirus, una tipologia di virus che insieme alla famiglia dei Filoviridae (i virus di Ebola e Marburg, per esempio) provoca febbri emorragiche, i ricercatori del San Raffaele ne hanno spiegato la ragione: è proprio l'interferone alfa a rendere più debole il loro sistema di difesa e a impedire loro di “ripulire” il proprio organismo dal virus.

Se l’interferone alfa, infatti, viene prodotto in quantità troppo elevate riduce il numero e la funzione delle piastrine, causando così non solo pericolose emorragie ma anche inibendo la risposta immunitaria cellulare (linfociti specifici per i virus) che dipende da un buon funzionamento delle piastrine ed è responsabile dell'eliminazione del virus.

Una situazione paradossale sotto l'aspetto virologico e immunologico: l’interferone alfa, infatti, è un'importante molecola antivirale, perché costituisce il “segnale di allarme” che una cellula lancia quando è attaccata da un virus per segnalare alle altre il pericolo e avvisarle di preparare le proprie difese. Per questo motivo l'interferone alfa, noto da più di 50 anni, è sempre stato considerato una delle più importanti armi del nostro organismo per difendersi dalle malattie infettive.

Spiega Luca Guidotti, coordinatore dello studio e responsabile dell’Unità di Immunopatogenesi delle Infezioni del Fegato dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele: “Questa scoperta pone le basi per un possibile sviluppo terapeutico: contrastare l'attività dell'interferone alfa nei pazienti colpiti da febbri virali emorragiche potrebbe infatti prevenire le emorragie, aiutare il nostro organismo a “ripulirsi dal virus” e migliorare la prognosi”.

L'esperimento

Per comprendere questo meccanismo i ricercatori del San Raffaele hanno utilizzato topi infettati con virus responsabili di febbri emorragiche e geneticamente modificati in modo che le loro cellule non potessero legare l’interferone e quindi attivare i propri meccanismi di difesa perché “sorde” al loro segnale d'allarme.

I ricercatori hanno sorprendentemente verificato che, pur essendo presenti all'interno dell'organismo altissimi livelli di questi agenti patogeni, i topi non erano colpiti dalle emorragie tipiche di queste malattie. Questo perché le cellule del midollo osseo non avevano risposto al segnale dell’interferone alfa e, conseguentemente, non avevano inibito la produzione di piastrine in questa sede.

Inoltre i ricercatori hanno verificato che le piastrine circolanti di questi animali rimanevano perfettamente funzionanti a differenza delle piastrine di topi di controllo in cui l'interferone alfa aveva alterato due distinte funzioni piastriniche: la capacità di mantenere l'integrità vascolare, di trattenere, cioè, il sangue all’interno dei vasi, e la capacità, già verificata da un precedente studio dello stesso gruppo di ricercatori, di guidare i globuli bianchi contro le infezioni “fermandole” nel luogo dove è in corso l’attacco dei virus affinché svolgano la loro funzione immunitaria.

Le febbri emorragiche

Le febbri virali emorragiche sono sindromi dalla sintomatologia molto grave caratterizzate da febbre ed emorragie diffuse che possono portare il paziente sino allo shock ed essere, purtroppo, spesso fatali. La malattia è piuttosto rara in Europa, ma può essere endemica in zone rurali e forestali di alcuni stati dell'Africa occidentale (ad es. in Sierra Leone, Nigeria e Liberia) e Sudamerica (ad es. Argentina, Bolivia e Venezuela).

Il contagio avviene mediante contatti stretti con secrezioni respiratorie ed altri fluidi biologici di persone malate o per inalazione di particelle aereosol derivanti da materiale infetto (feci e urine) secreto dai serbatoi naturali (piccoli roditori). Il periodo d'incubazione della malattia è breve (7-14 giorni) e, come detto, la letalità può arrivare al 60-70% (anche perchè non esiste una terapia specifica per queste infezioni).

La ricerca è stata possibile grazie a grants del National Institutes of Health (NIH) americano.

STUDIO PUBBLICATO SU PROCEEDINGS OF THE NATIONAL ACADEMY OF SCIENCES, 7 GENNAIO 2008

Platelets prevent IFN-a/b- induced lethal hemorrage promoting CTL-dependent clearance of lymphocytic choriomeningitis virus

Matteo Iannacone (1,3), Giovanni Sitia (3), Masanori Isogawa (1), Jason K. Whitmire (2), Patrizia Marchese (1), Francis V. Chisari (1), Zaverio M. Ruggeri (1) and Luca G. Guidotti (1,3).

1) Department of Molecular and Experimental Medicine, The Scripps Research Institute, La Jolla (USA)
2) Department of Molecular and Integrative Neuroscience, The Scripps Research Institute, La Jolla (USA)
3) Immunopathogenensis of Liver Infections Unit, San Raffaele Scientific Institute, Milan (Italy).

Data comunicato stampa: marzo 2008
Fonte: Fondazione San Raffaele del Monte Tabor - Milano, via Olgettina 60, 20132 Milano, Italia




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