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Geni e molecole

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Recettore dell'influenza del 1918
Recettore dell'influenza del 1918


di: Donata Allegri

Un'epidemia d’influenza che si estenda a tutto il mondo è lo spettro che spinge molti studiosi ad esaminare l'epidemia di influenza che nel 1918 fece circa 40 milioni di morti. Il biologo molecolare Ian Wilson dell'Istituto di Ricerca Scripps (TSRI) afferma che all'epoca, la causa della malattia non era nota, fino agli anni trenta non si sapeva ancora che i virus fossero causa di influenza.

L'epidemia di asiatica fu causata dal virus chiamato lH1, l'influenza asiatica del 1957 fu causata dall'H2, mentre nel 1968 l'influenza di Hong Kong fu causata dall'H3. Secondo recenti studi risulta che Il virus influenzale presente nell'aria arriva ai polmoni all'interno dei quali si insinua fino a “colonizzare” le cellule all'interno delle quali si replica. “L'aggancio avviene grazie a delle proteine, le emoagglutinine (Ha), presenti nei virus che si legano ad alcuni recettori presenti sulla superficie delle cellule umane”, questo è ciò che spiega John Skehel, del National Institute for Medical Research (Nimr).

I ricercatori del Nimr e quelli del TSRI hanno rispettivamente determinato la struttura tridimensionale dell'Ha e confrontato la proteina presente nel virus della spagnola con quelle dei virus che colpiscono gli animali, Per fare questo hanno utilizzato la cristallografia a raggi X. Da questi studi si è visto che le emoagglutinine che riescono ad agganciare le cellule umane sono diverse da quelle che colpiscono gli animali. Per questo i virus che colpiscono gli uccelli difficilmente attaccano gli umani.

James Stevens e colleghi hanno messo a confronto l'emoagglutinina dell'influenza del 1918 con quella umana, aviaria e suina ed hanno scoperto che la proteina del 1918 assomiglia molto a quella tipica degli uccelli ma ha anche caratteristiche simili a quella che colpisce gli umani. Questa sembianza ha spiazzato il sistema immunitario umano impreparato a difendersi dall'attacco. Si spiegherebbe così perché la spagnola ha colpito anche giovani adulti, solitamente i meno soggetti all'infezione, e perché in alcuni casi la mortalità ha raggiunto il 70 %.

Si è arrivati a capire queste cose solo ora perché i campioni di polmoni infetti a disposizione dei ricercatori erano pochissimi e i biologi molecolari hanno potuto far affidamento solo sulle biopsie conservate presso l'Istituto di Patologia delle forze armate statunitensi e su un campione prelevato da una donna Inuit sepolta sotto il permafrost in Alaska.

I ricercatori del Nimr affermano che “Aver compreso la struttura della proteina grazie alla quale il virus della spagnola si è agganciato alle cellule umane ci consente di monitorare i cambiamenti che avvengono nei virus. Una possibilità estremamente importante ai fini della tutela della salute pubblica anche se non ci consente né di predire né di prevenire nuove forme di influenza”.

Istituzione scientifica citata nell'articolo:

Scripps Research Institute

Donata Allegri
E-mail: donata.allegri@ecplanet.com
Sito personale: Crocevia




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