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Enzima regolatore della febbre
Enzima regolatore della febbre
Enzima regolatore della febbre


di: Enrico Loi

L'inizio di un episodio febbrile può presentarsi in maniera variabile. Talora l'elevazione rapida e brutale della temperatura è annunciata da un forte brivido o da una serie di brividi, da convulsioni nel bambino e nel lattante, da uno stato di malessere generale con mal di testa e vomito. Altre volte l'innalzamento termico è più lento, meno spettacolare, e si accompagna a stanchezza c a malessere di modica entità. L'occhio è un po' più brillante, il calore del corpo e della pelle sono talora percepiti dal malato che sente il bisogno di bere. Non ci si deve fidare della temperatura cutanea o di quella della fronte avvertita grossolanamente con il dorso della mano, né dell'accelerazione relativa del polso che non è né costante né caratteristica.

Infine non è eccezionale che la febbre sia un'occasionale scoperta in un soggetto che si reca dal medico per turbe dello stato generale, per un dimagramento inspiegabile o per stanchezza; l'interrogatorio del paziente mette in luce l'esistenza di sudori notturni, sintomi della lotta contro la febbre misconosciuta dal malato. La temperatura, misurata al mattino e alla sera, sarà segnata per poterne dedurre una curva, e si misurerà ]'innalzamento termico che ne risulta. In alcune infezioni, come nella febbre tifoide o tifo addominale, certi sbalzi termici possono annunciare una complicazione; in questi casi è buona norma prendere e annotare la temperatura ogni tre ore. Si annoterà anche il numero delle pulsazioni rilevate in corrispondenza del rilevamento della temperatura; l'accelerazione del polso è di solito proporzionale a quella della temperatura: da 70 può passare a 100 e a 120 pulsazioni al minuto (per 1 "C di aumento di temperatura si ha un aumento di circa 8 pulsazioni al minuto); se tale accelerazione è proporzionalmente meno intensa di quella della temperatura, si ha la cosiddetta dissociazione del polso e della temperatura, nozione che ha un valore orientativo e che testimonia dell'importanza relativa che si può assegnare alla tachicardia per valutare l'intensità della febbre.

Si annoteranno anche la regolarità del ritmo delle pulsazioni e la loro forza, carattere che sarà meglio apprezzato misurando più volte al giorno la pressione arteriosa. II ritmo respiratorio è accelerato: si può arrivare a 40 movimenti respiratori per minuto (polipnea). La respirazione rapida, l'eccessiva tachicardia e l'alta temperatura (41-42 °C) sono gli elementi neurovegetativi che indicano la gravità di una sindrome. La sensazione di malessere generale, l'abbattimento possono giungere a una mancanza di forze, a una depressione, a un torpore che prelude talvolta al coma. In altri casi, specialmente in terreno predisposto, i segni nervosi sono l'eccitazione, l'agitazione, il delirio, le convulsioni. Nella febbre si possono notare, poi, turbe digestive, vomito, secchezza delle fauci e della lingua per diminuzione di secrezione e iperemia della mucosa gastrica, diminuzione del volume delle urine, il cui colore scuro è legato all'eliminazione dell'urobilina, con presenza di albumina.

Il dimagramento, dovuto all'eccesso delle combustioni necessarie all'innalzamento termico, si osserva solo dopo molti giorni di febbre e spesso dopo la caduta della temperatura. Numerosi innalzamenti termici febbrili si accompagnano a un aumento di volume delle linfoghiandole (da cui il nome di febbri ghiandolari), ma solo la scoperta dell'agente causale permette una classificazione corretta. In realtà, constatare un innalzamento di temperatura, valutare i segni generali che l'accompagnano, non è che compiere il primo tempo di un esame clinico completo che porterà alla scoperta della causa o, quanto meno, darà un orientamento per la richiesta di esami complementari che possano dare valide indicazioni patogenetiche. È certo che la curva termica può, talvolta, indirizzare nella diagnosi di talune malattie: un attacco febbrile di breve durata (un giorno o due), che inizia rapidamente e rapidamente finisce, può far pensare a casi di angina o di influenza.

Una febbre leggera (febbricola) può sottolineare sia un'affezione benigna sia una malattia grave; dopo un inizio brusco, la temperatura può divenire continua e mantenersi elevata per un certo periodo (periodo di stato) con remissioni al mattino; l'aspetto è quello tipico che si osserva nelle infezioni da pneumococco dove, terminato il periodo di stato, la caduta termica avviene rapidamente (per crisi) dopo un'accentuazione di tutti i segni generali; segue subito la guarigione. Normalmente la febbre serale subisce una remissione durante la notte con sudorazione più o meno intensa.

La febbre è detta di tipo inverso quando è più elevata al mattino che alla sera: è un reperto facile da osservare nelle infezioni delle cavità naturali della faccia.

La febbre è remittente od oscillante quando le oscillazioni sono imponenti: la diminuzione può giungere sino ai 37 °C, mai al di sotto, per riportarsi poi a 40 °C e oltre, e ciò per una durata di vari giorni (ad esempio, nella setticemia).

La febbre è intermittente quando le fasi iperpiretiche si succedono a fasi di apiressia completa; tale stato è caratteristico della malaria, dove l'intermittenza è in rapporto al ciclo biologico del parassita (febbre terzana, quartana, ecc.).

La febbre è detta elica quando le oscillazioni termiche (dall'iperpiressia all'apiressia) sono quotidiane.

Nel tipo di febbre ondulante le fasi termiche progrediscono fino a un massimo, prima di decrescere e di lasciare, tra ciascuna ondulazione, un periodo anche lungo, di apiressia; questo tipo di febbre è caratteristico nelle infezioni da brucella, nell'endocardite maligna lenta o morbo di Osler, nel linfogranuloma maligno o morbo di Hodgkin.

La fine di uno stato febbrile non significa che il paziente sia avviato a guarigione, come è dimostrato dall'ipotermia degli agonizzanti o si può rilevare in certe complicazioni (ad esempio, perforazione di organi cavi addominali con conseguente peritonite). La convalescenza è spesso annunciata da un abbassamento della temperatura (defervescenza), che può verificarsi gradualmente (caduta per lisi) oppure rapidamente (per crisi); talora è preceduta da una recrudescenza termica con uno o più sbalzi di temperatura come in certe febbri tifoidee.

La rivista “Nature Neuroscience” ha recentemente divulgato i risultati di una ricerca, svolta da un gruppo di ricercatori dell'Università di Linköping, secondo la quale la temperatura corporea è regolata da un particolare enzima. La febbre si manifesta nel momento in cui il “termostato” cerebrale viene alterato dalla stimolazione delle prostaglandine E2 dopo che si sono legate a particolari recettori situati su profonde strutture neurali. Solo la segnalazione da parte dell'enzima specifico mPGES-1 di uno stato infiammatorio in corso determina la produzione delle molecole prostaglandine E2.

Questo meccanismo è stato individuato grazie ad accurate sperimentazioni su topi di laboratorio geneticamente modificati. La somministrazione di una sostanza batterica ad alcuni topi privi del gene per mPGES-1 non ha causato alcun stato febbrile, mentre negli altri topi di controllo ha aumentato la temperatura corporea. I risultati sono anche stati confermati dall'analisi del contenuto delle molecole prostaglandine E2 nel cervello.

Gli attuali farmaci per lenire la febbre agiscono inibendo lo sviluppo di un elevato numero di sostanze. Ciò comporta l'insorgenza di effetti collaterali come disturbi renali, gastriti, disturbi cardiovascolari, ecc. La nuova scoperta è molto importante in quanto potrà apportare un valido contributo per poter sviluppare un mirato protocollo farmaceutico che possa ridurre gli stati febbrili puntando direttamente all'enzima mPGES-1.

Istituzione scientifica citata nell'articolo:

Linköpings universitet




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